SPILLO/ Quei “furbetti” che hanno fregato il lavoro ai giovani italiani

- Giuseppe Sabella

Quando si parla di giovani e lavoro ci si dimentica spesso di tutto quel malcostume italiano che crea delle condizioni difficili per i ragazzi. L’analisi di GIUSEPPE SABELLA

Elkann_John_ManifacciaR439
Foto InfoPhoto

Bamboccioni, sfigati e choosy. Nei discorsi passati alla storia circa il tema giovani e lavoro, l’Antologia dell’oratoria italiana annovera in particolare quelli di Tommaso Padoa Schioppa e della coppia montiana Elsa Fornero-Michel Martone. La nuova edizione 2014 di tale Antologia non potrà non tener conto anche di quanto detto da John Elkann in questi giorni agli studenti di Sondrio, non tanto per aver eguagliato quel quid di creativo e irriverente di chi lo ha preceduto, quanto per la reazione che le sue parole hanno suscitato.

I giovani non coglierebbero le tante possibilità di lavoro che ci sono “o perché stanno bene a casa o perché non hanno ambizione”. Secondo John Elkann, “ci sono tantissimi lavori da fare, c’è tantissima domanda di lavoro, ma manca proprio l’offerta” (nelle sue parole “la domanda” è il mercato e “l’offerta” è chi cerca lavoro).

Che nelle provocazioni di Padoa Schioppa prima e, più recentemente, di Martone, Fornero ed Elkann ci sia un che di vero è facilmente desumibile pensando soltanto al fenomeno dei Neet: in Italia oltre 2 milioni di giovani (età 15-29 anni) non studia, non lavora e non sta seguendo percorsi di inserimento o di ricollocazione al lavoro. Da questo punto di vista, siamo l’anomalia europea e dell’intera area Ocse; non dimentichiamo tuttavia che in Italia si registrano i livelli più alti di lavoro sommerso.

Al di là del fatto che il problema reale è come fare a invertire il trend negativo della non-occupazione giovanile, che appunto non è solo disoccupazione, la cosa singolare è che se si considerasse seriamente ciò che ha di fatto tenuto i giovani ai margini del mercato del lavoro, ciò che li ha esclusi e ciò che ne ha precarizzato il loro presente per non parlare del loro futuro, evidentemente non si parlerebbe dei bamboccioni, degli sfigati, dei choosy o dei senza-ambizione, ma piuttosto dei furbi, degli sfruttatori, degli evasori, dei ladri e di chi i giovani li ha traditi.

Il riferimento non è per forza agli imprenditori (certamente tra di loro ci può essere qualcuno che ha approfittato della condizione di debolezza dei giovani), ma più in generale a quei luoghi di potere che sono ovunque e a qualsiasi età e che creano le vere ingessature al nostro mercato del lavoro. Per capire quale sia la vera questione, basta pensare alle importanti analisi di S. Avveduto e M.C. Brandi che, utilizzando dati Istat relativi alla cancellazione dall’anagrafe dei laureati, hanno evidenziato come ogni anno l’Italia perda circa 3.000 laureati che vanno all’estero in cerca di fortuna. Dati dell’Ue indicano che circa 34mila laureati italiani sono impiegati in attività di Ricerca e Sviluppo. Strano che nel nostro mercato del lavoro per loro non ci fosse posto…

Ora: i settori che fanno crescere l’economia sono proprio quelli dell’innovazione, della ricerca e dello sviluppo, dove il capitale umano dei giovani può essere meglio speso. Questo può chiaramente creare un circuito virtuoso: creare occupazione per i giovani e crescere la competitività del Paese. I paesi europei che più investono nell’innovazione sono quelli più virtuosi nell’occupazione giovanile. Dalle nostre parti, se c’è la “fuga dei cervelli”, i cervelli ci sono e qualcuno li forma: l’università italiana non è tutta da buttare, e ciò è evidente se ci sono 34mila laureati italiani che lavorano in Europa nel settore della R&S.

È cosa nota che in Italia l’accesso al lavoro dipenda dai contatti familiari, dalle affiliazioni politiche e dalle raccomandazioni; l’Economist, che ha scritto del caso italiano, per dire “raccomandazioni” usa proprio il vocabolo italiano. Ma parlare dei bamboccioni, degli sfigati, dei choosy e dei senza-ambizione ogni tanto fa un po’ discutere del problema, perché questo è ciò che ama la nostra opinione pubblica: discutere, capire non è importante.

La risposta migliore a Elkann l’ha data Diego Della Valle: “Elkann è un imbecille”. Questo, in sintesi, il dibattito sul dramma giovanile italiano. Elsa Fornero almeno è stata più fantasiosa: ha parlato in inglese. Wonderful!

 

In collaborazione con www.think-in.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori