JOBS ACT/ Il “lavoro rosa” che Renzi e co. hanno trascurato

In quest’ultimo periodo si è parlato di leggi relative al mercato del lavoro. ALESSANDRA SERVIDORI ci spiega cosa andrebbe fatto per aiutare l’occupabilità delle donne

Fiat_Operaia_BandieraR439
Infophoto

È ormai da tre settimane, dall’incontro tra il leader del Pd Matteo Renzi e quello di Forza Italia Silvio Berlusconi, che al centro dell’agenda politica non c’è più il Jobs Act ma la riforma elettorale. Non che la riforma elettorale non sia importante, certo è che in un momento come questo la politica non manda un grande segnale ponendo in seconda fascia il tema dell’economia e del mercato del lavoro. È anche vero che non sarà mail il Jobs Act la soluzione per la crescita, serve naturalmente intervenire in modo strutturale su problematiche più legate a problemi di natura fiscale. Certo è che il Jobs Act di Matteo Renzi ha quantomeno il merito di essere riuscito a creare consenso su alcuni punti di cui si discute da almeno una decina d’anni in modo un po’ stantio. Su questi punti andranno individuate le soluzioni più consone, non ancora dettagliate. Ma quantomeno sui punti di lavoro la politica ha risposto in modo condiviso. E non è poco. Anche Alessandra Servidori, Consigliera Nazionale di Parità, ha lanciato la sua proposta, chiaramente partendo dal terreno a lei più prossimo, quello dell’occupazione femminile, che tutti sanno essere una piaga del mercato del lavoro italiano, come quella dei giovani, integrando e proponendo una sintesi di quanto già proposto dai partiti.

Professoressa Servidori, la sua proposta di integrazione al Jobs Act di Renzi e a quelle che ne sono seguite (Sacconi/Alfano, Ichino, Salvini) è naturalmente incentrata sul tema dell’occupazione femminile. Questo per portare specificità ed esperienze sul campo o per la poca attenzione dei colleghi al lavoro rosa?

Guardi, per formazione affronto le tematiche del lavoro a tutto tondo e sono convinta che per entrare a gamba tesa nel rilancio e sviluppo del nostro Paese – non solo perché ce lo impone Angela Merkel, della quale comunque sono una fan, ma perché dobbiamo essere coerenti, e magari un po’ meno egocentrici e miopi – oltre che dell’occupabilità delle donne italiane e del sistema di welfare sarà bene iniettare un sano pragmatismo concreto nel solco riformatore del mercato del lavoro.

In che modo?

Con una relativa presunzione non certo di completezza, ma sicuramente di competenza, ho messo in pista la mia proposta targata Servidori, attenta a sviluppare strumenti per l’occupabilità femminile inchiodata a un 46,4% umiliante. Poi è vero che i colleghi sono un tantino distratti e non si può risolvere la questione buttando dentro una proposta – e solo di Ichino – come la defiscalizzazione del lavoro femminile senza neanche l’indicazione della copertura finanziaria, così come se fosse un allegato.

Quali proposte dei colleghi circa gli interventi di manutenzione proposti al mercato del lavoro le sono sembrati più opportuni?

Intanto le mancanze: le risorse sulle quali portare avanti una riforma necessaria. Sappiamo bene che in pista ci sono le emergenze, le/gli esodate/i, i/le cassaintegrate, il piano Garanzia Giovani, ai quali fare fronte e subito: bisogna dirottare le risorse dei risparmi e tagli sulla Pubblica amministrazione e legarli a questi provvedimenti, voce per voce. E Cottarelli deve fare ciò che Letta non riesce a realizzare. Sganciarsi dalle richieste dei ministri i quali sono riusciti a fare passare un emendamento in Legge di stabilità in cui, dimostrando di avere assolutamente bisogno di risorse, possono attingere dai risparmi. Quindi i risparmi mai fatti sono già in conto spese di sanità, istruzione, missioni all’estero, lavoro, ecc. Poi, tra le proposte messe in campo, è necessario trovare i denominatori comuni che ci sono.

Per esempio?

Codice del lavoro semplificato, e comprensibile, valido sia per il lavoro pubblico che privato uniformando così la norma e superando la figura del dirigente che nella Pubblica amministrazione è assunto a tempo indeterminato; semplificazione delle varie forme contrattuali, valorizzando le tipologie esistenti della Legge Biagi, e come tipologia prevalente il contratto di apprendistato e inserimento verso un contratto a tutele crescenti; inserire il contratto di ricollocazione come strumento per collegare l’erogazione degli ammortizzatori sociali e dunque le politiche passive del lavoro con le politiche attive, e obbligo del lavoratore ad accettare il lavoro e il programma di reintroduzione formativa. Riconferma delle norme in caso di licenziamento discriminatorio indebito; riduzione Irap e contribuzione previdenziale o agevolazioni contributive per i contratti di lavoro dei lavoratori e lavoratrici under 30 e over 50.

 

E poi?

Agenzia unica federale che coordini e indirizzi i centri per l’impiego e l’intermediazione privata, la formazione e l’erogazione degli ammortizzatori sociali per gestire al meglio le politiche attive e monitorare le politiche passive; nuovo sistema di tassazione della rete banche/istituti di credito: agevolata sui prestiti alle imprese e allo sviluppo del sistema economico e sostegno alle famiglie anche attraverso fondi di garanzia; utilizzare chiaramente i fondi della Banca europea per gli investimenti per le piccole medie imprese, l’innovazione e l’accesso al credito per donne e giovani, per sostenere start-up in ambiti come il turismo, la cultura, i servizi alla persona ed educativi; maggiore tassazione alla rete del credito per titoli di Stato e prodotti finanziari derivati.

 

Altro?

Istituire un Fondo Bilaterale di solidarietà contrattuale e sussidiarietà tramite la contrattazione collettiva finalizzato al sostegno al reddito del lavoratore e lavoratrice che si assenta per congedi parentali; utilizzare per la conciliazione tempo di vita e di lavoro una parte delle risorse previste dal finanziamento della detassazione degli accordi sulla produttività di cui la legge 92/2012: maggior flessibilità significa maggiore produttività e conciliazione tempi di vita di lavoro; chiarire passo passo la fonte della copertura finanziaria, comunque legando questa proposta riformatrice ai risparmi effettivi che si realizzano nella razionalizzazione della spesa, sia nella Pubblica amministrazione che dalla cessione in atto di quote di imprese pubbliche.

 

La donna nel lavoro è ritenuta portatrice di innovazione da chi conosce bene la questione dell’occupazione femminile. Secondo lei perché?

Appunto è necessario capire che le innovazioni nel mercato del lavoro comunque passano attraverso una revisione della qualità del lavoro ed esigenze dei lavoratori e delle aziende di flessibilità contrattuale, perché un albergatore per esempio può avere bisogno di assumere per alcuni mesi o settimane più personale ma non può essere costretto al contratto a tempo indeterminato. C’è necessità di agevolazioni per il part-time, poiché nei paesi dove ce n’è di più maggiore è l’occupazione anche femminile (siamo attualmente gli ultimi in Europa!). C’è necessità di legare la flessibilità e la produttività alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, e dunque alla defiscalizzazione del lavoro, aiutando così le aziende ad assumere e a premiare le persone disponibili. Poi naturalmente per me l’approdo è lo “Statuto dei lavori”, poiché evviva ancora oggi l’opera prima di Giugni, ma a 44 anni lo “Statuto dei lavoratori” ha bisogno di essere aggiornato e novellato, poiché è cambiato il mondo del lavoro.

 

Di recente la rete che lei coordina di Consigliere di Parità si è riunita per un tavolo tecnico col Ministro Giovannini. Come le sembra che il ministero del Lavoro oggi stia rispondendo ai problemi del lavoro e, in particolare, a quelli del lavoro femminile?

Bene, il Ministro punta molto sul lavoro con le Regioni, e sull’utilizzo del Fondo sociale europeo e l’aiuto alla disoccupazione femminile attraverso i centri per l’impiego, oltre che al programma Garanzia Giovani. E bisogna occuparsi delle donne, delle giovani donne, anche nelle scuole. Poi c’è questa benedetta Commissione sulla conciliazione che il ministro ha messo nelle mani di Cecilia Guerra che ha anche la delega alle Pari Opportunità.

 

E quindi?

Ebbene, a parte che noi consigliere siamo l’unico organismo esistente sui territori e decentrato sul territorio che si deve occupare, oltre che di politiche attive, di contrastare le discriminazioni di genere sul lavoro, nonostante ci abbiano raso al suolo togliendoci le risorse, noi a livello nazionale abbiamo un Osservatorio sulla raccolta di accordi sul welfare aziendale e flessibilità e conciliazione che se si vuole veramente basta già quello per condividere alcune prassi e norme che aiutano e sostengono il lavoro femminile.

 

E invece cosa succede?

Il problema è che bisogna essere veramente sussidiari e cercare chi ha le competenze e l’esperienza, e apprezzare il tanto di lavoro che c’è e non prendere tempo. Non c’è più tempo ora, è il momento di agire e in fretta andando oltre gli attendismi. Noi consigliere abbiamo tanto materiale e tanta ottima volontà e l’abbiamo espressa a livello internazionale contribuendo alle elaborazioni e proposte di lavoro femminile internazionale, a livello nazionale con i consulenti del lavoro, gli ispettori del lavoro e gli insegnati con i quali abbiamo fatto moltissime iniziative per giovani e donne disoccupate. Soprattutto con molta resa e poca spesa. Ne siamo orgogliose: vorremmo essere considerate per quello che siamo e come siamo.

 

(Giuseppe Sabella)

 

In collaborazione con www.think-in.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori