RIFORMA PENSIONI/ Brambilla: esodati e anzianità, gli errori della Fornero che pagheremo

- int. Alberto Brambilla

La cancellazione delle pensioni di anzianità, oltre al problema degli esodati, sono gli errori principali della riforma Fornero, ci spiega ALBERTO BRAMBILLA in questa intervista

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Elsa Fornero (Infophoto)

Nonostante le riforme, compresa quella draconiana dell’ex ministro Fornero, in Italia la spesa pensionistica continua a salire. Anche dopo aver cancellato le pensioni di anzianità e aver ulteriormente innalzato l’età pensionabile, i conti dell’Inps chiudono ancora in rosso. Per Alberto Brambilla, ex sottosegretario al Welfare dal 2001 al 2005, la riforma Fornero, che «non è una riforma ma una revisione», ha commesso due errori. Oltre al problema degli esodati, ha indicizzato l’anzianità contributiva alla speranza di vita, «un errore che nessun Paese ha fatto». In questa intervista l’esperto di previdenza sostiene che molto probabilmente la Corte Costituzionale si pronuncerà anche sulla cancellazione delle pensioni di anzianità: «Non è pensabile che un lavoratore possa andare in pensione a 66 anni e 6 mesi con 20 anni di contributi, e uno che ha lavorato 41 anni perché non ha raggiunto i 67 anni non possa andarci o se ci va, ci va con le penalizzazioni». Per non parlare della riforma del mercato del lavoro fatta del governo Monti.

Se le cose stanno davvero così dobbiamo preoccuparci. Non crede?

Sento spesso dire che l’Inps – che è rimasto l’unico ente pubblico che gestisce fondi previdenziali, avendo incorporato Inpdap ed Enpals – ha dei problemi. Basterebbe vedere l’ultimo rapporto del Nucleo di valutazione del 2012.

Cosa dice quel rapporto?

Che le entrate contributive totali nel nostro Paese non coprono l’intera spesa pensionistica e assistenziale. Nel bilancio passato avevamo una spesa di 260 miliardi e le contribuzioni erano un po’ meno di 200 miliardi. Storicamente la differenza viene coperta con trasferimenti dello Stato che tutti gli anni, prima con la legge finanziaria adesso con quella di stabilità, trasferisce all’Inps una sessantina di miliardi e all’ex Inpdap circa 11 per far fronte a tutti gli impegni. Ogni tanto capita che qualcuno legga il bilancio e si spaventi, ma la realtà è questa.

Nonostante le riforme, compresa quella draconiana dell’ex ministro Fornero, la spesa pensionistica continua a salire. Non sono servite a niente quelle riforme?

Intanto la riforma Fornero non è una riforma, ma una revisione. Il contenuto grosso di questa revisione del sistema è che viene eliminata la pensione d’anzianità e spostata in là nel tempo l’età di pensione. Mentre tutte le riforme fatte in precedenza – da destra, sinistra e centro – ogni anno aumentavano l’età pensionabile di 18 mesi, la revisione Fornero è passata sopra questo concetto commettendo sostanzialmente due errori.

Quali?

Il primo è che ha generato il problema degli esodati, al punto che gran parte dei risparmi che erano stati preventivati verranno erosi dovendo inserire ogni anno nella legge di stabilità o nei decreti di metà anno, 35mila esodati per volta. È evidente che rispetto al risparmio iniziale – la Fornero aveva detto: qui risparmiamo un sacco di soldi – dobbiamo cominciare a togliere 160mila esodati ai quali abbiamo concesso di andare in pensione con età anche molto inferiore ai 66 anni previsti. Degli altri se ne parlerà in futuro.

L’altro errore?

Aver eliminato le pensioni d’anzianità. Credo che la Corte Costituzionale interverrà in merito per correggere.

 

Cosa bisogna correggere?

Non è pensabile che un lavoratore possa andare in pensione a 66 anni e 6 mesi con 20 anni di contributi, che è quello previsto dalla norma, e uno che ha lavorato 41 anni perché non ha raggiunto i 67 anni non può andare in pensione o se ci va lo fa con le penalizzazioni. Peggio ancora: nei fatti è stata indicizzata l’anzianità contributiva alla speranza di vita, che è un errore che nessun Paese ha fatto. Puoi indicizzare l’età di pensionamento alla speranza di vita. Ma questo lo avevamo già fatto noi, non l’ha fatto la Fornero! Aver indicizzato anche l’anzianità contributiva alla speranza di vita è stato un errore perché quando uno ha lavorato 41 anni bisogna che lavori fino a 42, poi 43, poi 44 perché questa indicizzazione porterà su. Anche la riforma del mercato del lavoro è un vero disastro.

 

In che senso un disastro?

Perché ha abolito tutte le flessibilità. Se fosse possibile fare contratti con partita Iva, co.co.co., contratti temporanei, a progetto, gli esodati, cui mancano magari un paio d’anni per andare in pensione, potrebbero trovare un lavoro e coprire quel periodo. In un momento in cui la flessibilità del lavoro è massima, per la Fornero si possono fare solo contratti a tempo indeterminato. Alle frontiere abbiamo un’offerta di lavoro che costa un terzo, se non un quarto di quello che costa da noi. In una situazione di emergenza bisogna rispondere all’altezza. Se in Serbia, a un’ora di volo, un operaio finito costa 800 euro al mese e in Italia costa 3mila. Per farli lavorare bisogna fare qualcosa. Non è colpa di nessuno se per la prima volta nella storia moderna ci troviamo con un’offerta di lavoro così incredibilmente bassa. Bisognava pensarci prima.

 

A cosa bisognava pensare?

Con il governo Prodi sono entrati in Europa polacchi, bulgari, rumeni, serbi, sloveni con pari diritti. Bisognava pensare che quei lavoratori costavano 100 dollari al mese. Farli entrare in Europa ha significato avere la concorrenza in casa, non solo quella degli indiani o dei cinesi che sono lontani.

 

Tornando alle pensioni…

Le due cose sono collegate. Se non c’è un mercato del lavoro flessibile avremo dei problemi sulle pensioni. E se non vogliamo avere problemi con le pensioni dovremo anche cominciare a ragionare in termini molto selettivi sulla spesa assistenziale dello Stato. Inoltre, dobbiamo fare in modo che il mercato del lavoro generi più contributi, altrimenti saremo sempre in disavanzo. 

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