SPILLO/ La guerra a sinistra che lascia il lavoro “in cantina”

I recenti provvedimenti presi dal governo in materia di lavoro, con una parte del Jobs Act, hanno portato a reazioni diverse tra i sindacati. Il commento di FIORENZO COLOMBO

27.03.2014 - Fiorenzo Colombo
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“Ce ne faremo una ragione!”. Questo è stato uno dei leit motiv degli scorsi giorni da parte di tutti i leader sindacali, allorquando il Consiglio dei Ministri ha varato i provvedimenti sul lavoro, sia in forma di Decreto che di Disegno di legge e senza una consultazione delle Parti sociali. A dire il vero, forse, qualche caffè (o giù di lì…) il neo Ministro del Lavoro Poletti lo ha preso con qualcuno dei capi richiamati. Allo stato dei fatti, in particolare sulle modifiche ai contratti a tempo determinato e sulla semplificazione dell’apprendistato, è emersa una posizione contrapposta tra Cisl e Cgil, con la Uil nel mezzo e comunque sostanzialmente d’accordo con metodo e merito decisi da Renzi e compagni.

Si è avvertito altresì (compresa una recente intervista a Sergio Cofferati su queste pagine) il riemergere di posizioni tattiche e in una certa misura ideologiche, laddove si sono emesse sentenze di bocciatura o di promozione in toto delle modifiche approvate. Per ricordarle sommariamente, da qualche giorno i contratti a tempo determinato possono essere instaurati senza un motivo specifico e da un anno, precedentemente previsto, possono essere prolungati fino a un massimo di tre; inoltre, gli stessi contratti possono essere prorogati per brevi periodi per non più di otto volte nell’ambito di una durata massima di trentasei mesi, oltre ad altre modifiche di minore impatto, compresa l’assimilazione dei contratti di somministrazione (ex interinali).

Per l’apprendistato si punta a una semplificazione degli adempimenti burocratici per la parte che riguarda l’aspetto formativo, l’abolizione delle norme che obbligano le imprese e i datori di lavoro a una parziale conferma al termine del periodo di apprendistato (quantificato in forma percentuale nei singoli contratti collettivi nazionali e quindi con un coordinamento con gli stessi), talune attenuazioni di parti retributive e altre modifiche di minor conto.

Si tratta, a parere di scrive, di misure limitate che, tuttavia, devono essere valutate per quello che sono, ovvero un contributo alla semplificazione e comunque tali da non giustificare i toni da crociata sentiti o letti. Infatti, se da una parte ci si illude che sono sufficienti le modifiche alle regole dei rapporti di lavoro, senza incidere più di tanto sui reali fattori produttivi per abbattere il differenziale di inoccupazione presente rispetto alle aspettative delle persone, dall’altra appare quanto meno fuorviante bocciare come “inutili e dannose” le modifiche apportate, e a noi pare un vecchio modo manicheo di affrontare le cose.

Occorre sempre “graduare” valutazioni e giudizi rispetto alla portata delle cose in campo, in particolare laddove si continua a evocare che tutto ciò che non è a tempo indeterminato è da buttare, equivocando e descrivendo uno scenario che è sempre meno verosimile. Se a tutti piacerebbe riavere un mondo di “posti fissi ed eterni”, laddove non è più così nemmeno in vaste aree della Pa, in realtà la consapevolezza che accompagna fasce crescenti di popolazione coinvolta, in tutte le classi di età, è che il futuro (e il presente) sarà fatto sempre più di percorsi discontinui.

Allora anche il buon senso dovrebbe far dire che, in ragione di una valutazione ponderata, appaiono più opportuni e ragionevoli, come si suol dire, 10,100,1.000,10.000 contratti a termine, che avere tra i piedi partite Iva mascherate (o comunque non scelte dai singoli ma imposte da unici committenti), forme di associazione d’impresa tra commesse in negozi di abbigliamento per bimbi o di intimo (provate ad andare nei nuovi mega centri commerciali e chiedere alle ragazze o in alcune street che vanno per la maggiore nello shopping del sabato…), talune collaborazioni professionali che, nonostante la riforma Fornero, continuano a sussistere nei vari “scantinati” del lavoro nostrano e che di collaborazione hanno solo l’intestazione della documentazione fiscale.

Apprendistato, contratti a termine e lavoro in affitto sono forme di lavoro dipendente comunque tutelate, con ferie, norme per la malattia, la maternità, la previdenza e qualche diritto di rappresentanza: il resto assomiglia a forme di precariato e sfruttamento, laddove vengono adottate tipologie di impiego, come quelle sopra richiamate, per qualifiche professionali che di fatto sono di lavoro subordinato!

E, come dice un capo sindacale lombardo, bergamasco d’origine, atalantino per natura, ma intelligentemente attento alla realtà, ci sarà pure una ragione se nello stadio della prima in classifica lavorano quasi 1500 persone con tipologie contrattuali con durate diversificate (chi lavora un giorno, altri tre giorni, altri ancora a tempo indeterminato), ma sostanzialmente tutelate!

In realtà, sullo sfondo, si intravede lo scontro interno alle aree della sinistra tradizionale in occasione del Congresso Cgil alle porte, tra la maggioranza ormai “socialdemocratica” di Susanna Camusso e le aree un po’ “bertinottiane” di Landini & co (devono contarsi, un po’ come le diverse frazioni di centro e centrodestra alle elezioni europee); lo scontro nell’ex casa comune della sinistra è solo una parte dello scenario, dei continui nervosismi in casa Pd tra le diverse fazioni pro e contro il nostro Matteo nazionale!

In questo senso anche la diverse posizioni sindacali si spiegano, in particolare per la Cgil nel pieno del Congresso, con il Premier che sembra giocherellare al gatto e al topo con Susanna stessa e Landini, mentre Bonanni e la Cisl sono alla ricerca del bandolo di una matassa sempre più ingarbugliata, senza più concertazione, con una classe di politici alla guida di un autobus che non si ferma a nessuna delle “stazioni confederali”, neanche a richiesta. Il ce ne faremo una ragione appare l’unico e realistico modo di fare necessità virtù.

A questo punto si dovrebbe affermare “bando alle ciance…”. In realtà, i problemi sono gravi, vanno ben oltre il rilancio dei consumi: vi è la necessità che il Paese, tutto, torni a generare ricchezza ovvero incremento della produttività a tutti i livelli, per innescare occupabilità crescente, sostenendo chi vuole investire, abbattendo la distanza tra risparmio e credito, superando incertezze e imbarbarimento burocratico.

Questo è ciò che realmente occorre e non si fa con un decreto: si fa con una ripresa di responsabilità comune, nella consapevolezza di rappresentare istanze sociali diverse, in percorsi impegnativi e duraturi nel tempo, ciascuno facendo la propria parte anche nei territori, nelle aziende, nel rapporto con le istituzioni locali, comprese le scuole e nei luoghi dove si gioca il futuro delle giovani generazioni, su cui pesa il destino e la parte più rilevante del debito rappresentato dalla spesa corrente odierna. E le nuove sfide dei patti tra generazioni sono forse la parte più impegnativa per tutti, singoli e comunità sociali.

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