1 MAGGIO?/ La festa del lavoro che non c’è

- Emmanuele Massagli, Francesco Seghezzi, Silvia Spattini

Con i dati Istat comunicati ieri, questo è un Primo maggio molto difficile per il lavoro. La riflessione di EMMANUELE MASSAGLI, FRANCESCO SEGHEZZI e SILVIA SPATTINI

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Oggi sono oltre 3 milioni i disoccupati. Il tasso di disoccupazione giovanile è del 42,7%, il peggiore europeo dopo Grecia e Spagna. Di fronte a questi dati, la Festa del Primo maggio non deve essere occasione per la solita retorica sull’importanza del lavoro e sui diritti dei lavoratori, ma occasione per riflettere sulle azioni necessarie per rilanciare l’economia (lo prova a fare Adpat in un bollettino speciale dedicato proprio al Primo maggio).

Negli ultimi anni tutti i Governi che si sono succeduti hanno tentato di incidere sull’andamento del mercato del lavoro attraverso reiterati interventi legislativi o più o meno generosi incentivi economici. Nessun esecutivo ha rinunciato all’introduzione di sgravi per l’assunzione di diverse categorie di lavoratori, deregolando alcune tipologie contrattuali, in particolare il lavoro a tempo determinato, ri-regolando la normativa sui licenziamenti, ecc. Gli ultimi dati sul mercato del lavoro pubblicati dall’Istat sono il più impietoso dei giudizi sull’esito di questi interventi.

Nel passato le riforme hanno certamente contribuito a smuovere il mercato del lavoro. È ormai riconosciuto che il Pacchetto Treu, grazie soprattutto all’introduzione della fornitura di lavoro temporaneo, e la Riforma Biagi hanno inciso positivamente sugli indicatori del mercato del lavoro, determinando una crescita dei bassi tassi di occupazione tipici dell’Italia, oltre a un incremento del tasso di attività grazie all’emersione del lavoro irregolare. Se nel 1996 gli occupati erano circa 20,5 milioni, nel 2008 erano 23 milioni con un aumento del relativo tasso di 6 punti. Parallelamente il tasso di attività è cresciuto in quegli stessi anni di 4 punti, mentre i disoccupati, dopo l’apice nel 1998 (2,7 milioni, tasso del 11,4%), hanno raggiunto il minimo nel 2007 (1,5 milioni, tasso del 6,2%).

Gli economisti ricordano, comunque, che il merito di miglioramenti così evidenti non è da ascriversi solo alle novità normative di quegli anni, bensì al generale contesto di crescita costante di tutti gli indicatori macroeconomici.

La situazione attuale è molto diversa. I tassi di crescita del Pil costantemente negativi a partire dal 2008 (con la sola parentesi del 2011) non hanno potuto che determinare un costante peggioramento del mercato del lavoro. I disoccupati sono raddoppiati in 5 anni e gli occupati sono diminuiti di oltre un milione. Non le nuove riforme del lavoro, ma piuttosto lo strumento “datato” della cassa integrazione guadagni ha contribuito a contenere la crescita della disoccupazione, mantenendo i lavoratori occupati e tutelando, per quanto possibile, il loro reddito.

Tra il 2011 e il 2012 si è osservato un netto peggioramento della situazione occupazionale, non tanto dovuto a un passaggio delle persone dallo stato di occupato a disoccupato, ma piuttosto dalla stato di inattivo ad attivo. Come usuale nei tempi di crisi, il tasso di attività è cresciuto di 1,5 punti percentuali, determinando conseguentemente un ulteriore aumento dei tassi disoccupazione, poiché i “nuovi attivi” (in particolare donne) non riescono a trovare occupazione.

Le ultime riforme messe in atto per cercare di contrastare gli effetti negativi della crisi sull’occupazione (Riforma Fornero e Pacchetto Letta/Giovannini) non hanno portato i frutti sperati, oltre a incontrare ostacoli nell’implementazione. Prova ne è da ultimo quello che sta accadendo con la Garanzia Giovani, che sarà lanciata ufficialmente il Primo maggio, ma che sarà operativa in un numero molto ristretto di regioni (le solite), nonché rischia di essere imbrigliata da un nuovo portale pubblico.

Invece di continue riforme del lavoro sarebbe stato più opportuno dare completa attuazione ed effettività alle tante norme esistenti, in particolare, le Riforme Treu e Biagi, che avevano innescato un trend positivo, interrotto da nuove riforme e invertito completamente dalla crisi. I frequenti interventi in materia di lavoro non solo non sono efficaci nel migliorare la situazione occupazionale, ma producono un effetto opposto a quello desiderato. Riforme annuali del lavoro non possono che creare incertezza negli imprenditori e negli operatori del mercato del lavoro, disincentivandoli ad avventurarsi nell’applicazione di nuove normative, spesso non prontamente completate dai necessari interventi regolamentari e dalle indispensabili indicazioni applicative per la prassi. Anche ammessa la volontà o l’eventuale propensione all’assunzione degli imprenditori, la mancanza di certezza del diritto e della sua effettività porta all’immobilismo piuttosto che al dinamismo del mercato del lavoro. Con buona pace della Festa dei lavoratori.



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