IL CASO/ La cura tedesca che avvicina scuola e lavoro

- Massimo Ferlini

Dal prossimo anno scolastico, gli alunni di quarta e quinta superiore potranno fare apprendistato in azienda. MASSIMO FERLINI ci spiega perché si tratta di un provvedimento importante

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I ministri dell’Istruzione e del Lavoro hanno dato una buona notizia annunciando il decreto che per l’anno scolastico 2014-15 introduce l’apprendistato in azienda per chi frequenta il quarto o quinto anno delle scuole superiori. L’impegno contro la disoccupazione giovanile non può non passare da una profonda revisione del rapporto scuola-lavoro. Spesso ci si è attardati cercando di ripensare i programmi o riformando percorsi scolastici, mentre è rendere permanente il rapporto fra scuole, imprese e territorio che permette un cambiamento reale a scuola e percorsi lavorativi.

Giustamente il ministro Poletti nel presentare questo impegno preso con il ministro Giannini ha richiamato come già il programma “Garanzia Giovani” prevede che i responsabili scolastici siano coinvolti e responsabilizzati nel garantire che gli studenti usciti dalla scuola abbiano entro quattro mesi un’opportunità di inserimento lavorativo. Con l’anticipazione di percorsi di apprendistato già negli ultimi anni scolastici si può ritenere che ci si avvii a una responsabilità maggiore dell’impegno a definire nuovi rapporti fra scuola e imprese. La riforma Biagi prevedeva un ruolo specifico per presidi e rettori. Con una battuta si può ritenere che riconoscendogli la facoltà di operare come Agenzie per il lavoro creava, con scuole e università, la più estesa rete di sportelli lavoro da affiancare ai Centri per l’impiego pubblici e alle Agenzie per il lavoro private.

Il nuovo provvedimento prevede che fino al 35% delle ore di insegnamento possa essere usato autonomamente per esperienze lavorative che troveranno riconoscimento in crediti formativi e nella prova prevista per l’esame finale del percorso di studio. Scuola e imprese coinvolte definiranno assieme i programmi e individueranno un tutor che segua sia esperienze di singoli studenti che quelle che possono arrivare a coinvolgere intere classi scolastiche.

Questa sperimentazione si ispira al modello duale scuola-lavoro che è in vigore nei paesi europei di tradizione germanica. Come più volte messo in risalto dal confronto fra i dati della disoccupazione giovanile, questa è più bassa nei paesi dove alto è l’uso dell’apprendistato e questo contratto è il più utilizzato per l’inserimento lavorativo dei giovani dove il modello duale scuola-lavoro è più sviluppato. La sperimentazione proposta riprende questa indicazione europea e la coniuga però con il nostro sistema scolastico, cercando di introdurla con le necessarie attenzioni per un sistema non abituato a una forte autonomia delle scuole e con poca esperienza nel rapporto scuola-lavoro.

Salutando questa sperimentazione con l’augurio che diventi un’iniziativa capace di coinvolgere tutti gli istituti scolastici aprendo una nuova stagione per i percorsi scuola-lavoro, segnaliamo tre punti di riflessione al fine di seguire la sperimentazione e guidarla verso i risultati migliori possibili.

La prima riflessione riguarda la nostra realtà economica. Al netto degli occupati nella Pubblica amministrazione, i lavoratori italiani si dividono in quote quasi equivalenti fra Pmi e imprese medio-grandi. Ciò significa che per poter avere una sperimentazione in grado di indicarci una nuova azione capace di mettere in relazione sistema scolastico e sistema delle imprese vi è bisogno di una presenza territoriale diffusa. Si pone allora la domanda di chi è in grado di fare da possibile catalizzatore di questa nuova relazione. Possono essere attivate le associazioni di rappresentanza o le stesse Agenzie per il lavoro in rete con i Centri per l’impiego. Una riflessione andrebbe fatta però sul ruolo che le Camere di Commercio, riformate e ridotte di numero, potrebbero esercitare nel fare dialogare due mondi oggi non abituati a collaborare. Già oggi molte Ccia usano i dati sulla conoscenza della domanda di lavoro e quelli della formazione. Potrebbero allora diventare sede di sostegno per la programmazione e la valutazione di nuovi percorsi scuola-lavoro.

La seconda riflessione è conseguente alla prima. La sperimentazione risente di un’impostazione centralistica del sistema scolastico italiano che è ancora soffocante. Più autonomia territoriale, pur senza i danni di un regionalismo che non ha dato prova di efficienza in troppi servizi decentrati, è indispensabile se vogliamo che i nuovi compiti assegnati ai dirigenti scolastici diventino obiettivi reali valutabili sulla base dei risultati ottenuti sia nella preparazione scolastica che nell’effettiva occupabilità dei giovani.

Infine, un richiamo alla Cenerentola della nostra scuola: la formazione professionale. Certo, in buona parte del Paese ha comportato uno spreco di risorse. Dove il sistema ha premiato le scelte delle famiglie e la valutazione dei centri di formazione sulla base dei risultati occupazionali abbiamo, come si vede in Lombardia, una rete di centri che in pochi anni è passato da poche migliaia di alunni a decine di migliaia, con un effetto di recupero scolastico eccellente e con tassi di occupazione a sei mesi superiore al 50% dei ragazzi formati. Questo è il settore dove far decollare da subito esperienze di apprendistato di primo livello avviando un sistema duale rivolto ai più giovani, spesso espulsi dal sistema scolastico tradizionale.

La sperimentazione avviata può quindi essere una base nuova per impostare la riforma di percorsi scolastici obsoleti e per ridare alla formazione professionale il ruolo di settore complementare ai percorsi scolastici, scacciando definitivamente la formazione cattiva che brucia risorse e capitale umano.

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