DISOCCUPAZIONE/ 2. Ichino: così possiamo “sbloccare” 50 miliardi per il lavoro

- int. Pietro Ichino

Disoccupazione ai massimi dal ’77, una doccia fredda che arriva sull’Italia a poca distanza dai timidi segnali di ripresa economica. Un monito a politici e sindacati. PIETRO ICHINO

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Pietro Ichino (Infophoto)

Disoccupazione ai massimi dal ’77, una doccia fredda che arriva sull’Italia a poca distanza dai timidi segnali di ripresa economica. Per il giuslavorista Pietro Ichino non bastano i buoni decreti, come non basta la buona volontà di fare le riforme. È solo da un mix virtuoso, flessimile, riformista che possono derivare le premesse per una ripresa duratura. Alla quale non sono estranei i mutamenti politici (“occorre che il Pd abbandoni del tutto l’antico principio del pas d’énemis a gauche) e – vorrebbe sperarlo – anche sindacali (i sindacati “devono decidere se difendere soltanto gli interessi degli insider”).

Professore, dopo quanto fatto con il decreto Giovannini, il Governo Renzi ha incominciato a riformare il mercato del lavoro con il decreto Poletti, da poco convertito in legge. Questo decreto può dare una risposta all’emergenza disoccupazione?

Un inizio di risposta, sì. Oggi le imprese italiane operano in una condizione di incertezza accentuatissima circa il futuro, anche a breve termine: incertezza non soltanto riguardo al se e al quando dell’uscita dalla congiuntura sfavorevole, ma anche riguardo a eventi che possono accadere nelle parti più lontane del globo, e che pure assumono una rilevanza notevole per l’andamento della nostra economia. Se il diritto del lavoro non si adatta a questa nuova situazione, esso finisce con l’avere effetti negativi sui livelli occupazionali. La sicurezza economica e professionale delle persone che lavorano resta sempre un obiettivo fondamentale; ma non può più essere costruita con l’ingessatura del rapporto di lavoro. Per questo dico che, pur con diversi difetti di chiarezza su alcuni punti, il decreto Poletti è un provvedimento utile e importante, che abbatte in parte il muro oggi frapposto dall’ordinamento tra domanda e offerta di lavoro regolari.

Il disegno di legge delega, che ancora giace in Parlamento, procede a rilento rispetto a questa emergenza.

Non direi: appena licenziato il decreto Poletti, ci siamo messi subito al lavoro sul disegno di legge-delega e abbiamo completato le audizioni delle parti sociali interessate. Il lavoro di discussione ed elaborazione vera e propria incomincia la settimana prossima e può concludersi in Commissione entro un mese. Poi toccherà all’Aula.

uò il contratto a tutele crescenti contribuire a creare più occupazione?

Le norme giuridiche non hanno il potere di creare da sole occupazione; ma hanno, purtroppo, il potere di impedirla o ridurla. La riduzione della rigidità della disciplina del contratto di lavoro, soprattutto nei primi anni del suo svolgimento, eliminerà un ostacolo alle assunzioni, nella situazione di incertezza di cui abbiamo parlato prima.

La disoccupazione si combatte con una maggiore flessibilità in entrata e in uscita?

La si combatte anche in questo modo. Ma occorre pure aumentare il volume e la qualità degli investimenti nel nostro sistema economico. Per questo è essenziale aprire il nostro Paese agli investimenti diretti esteri, ai quali oggi esso è quasi del tutto chiuso. Se solo riuscissimo ad allinearci alla media europea, per questo aspetto, ciò determinerebbe un maggior flusso in entrata di circa 50 miliardi ogni anno. Per conseguire questo obiettivo, però, occorre agire su molte leve.

 

Quali?

Una è il migliore funzionamento del mercato del lavoro: non si investe in un luogo dove non si trova facilmente la manodopera necessaria. Ma ancor più importante, oggi in Italia, è la riduzione della pressione fiscale sulle imprese, l’allineamento del costo dell’energia rispetto agli altri Paesi europei maggiori, la semplificazione degli adempimenti burocratici, la maggiore efficienza dell’amministrazione della Giustizia.

 

Visti questi continui livelli record della disoccupazione, quando secondo lei arriveremo a “toccare il fondo” e a invertire la tendenza?

Il dato più significativo, e quindi più preoccupante, non è il tasso di disoccupazione, che può anche decrescere per il solo fatto che molti disoccupati si scoraggiano e smettono di cercare una occupazione, cioè escono dal mercato del lavoro. È molto più significativo, invece, il tasso di occupazione, che in Italia è tra i più bassi del mondo: soprattutto per l’esiguità della percentuale di giovani, di donne e di cinquantenni e sessantenni nel nostro mercato del lavoro. Per effetto della riforma delle pensioni del 2011, il tasso di occupazione delle persone con più di 55 anni è aumentato di un punto nel corso dell’ultimo anno. Ora la speranza è che il programma Youth Guarantee faccia aumentare il tasso di occupazione dei ventenni. Quanto alle donne, il problema dovrà essere affrontato con una incisiva “azione positiva” in termini di incentivo fiscale alla domanda e all’offerta di lavoro femminile.

 

Quale ruolo ritiene che debbano avere i sindacati nell’attuale dibattito sul lavoro?

Devono decidere: se difendono soltanto gli interessi degli insider, cioè di chi un lavoro regolare stabile lo ha già, allora si tagliano fuori dal dibattito sulla riforma, che è e deve rimanere prioritariamente centrato sugli interessi di chi è fuori dalla cittadella del lavoro regolare.

 

Susanna Camusso ha ipotizzato la creazione di un partito unico della sinistra. Che cosa ne pensa di questa proposta?


La grande novità di queste ultime elezioni è consistita nel fatto che la competizione si è svolta tutta al centro. Questa è la premessa indispensabile per la costruzione di un bipolarismo maturo. Ma perché questa svolta si consolidi occorre che, da un lato, il Partito democratico abbandoni del tutto l’antico principio del “pas d’énemis a gauche” (“nessun nemico a sinistra”, ndr), che per mezzo secolo ha impedito alla sinistra italiana di vincere le elezioni. E che nel centrodestra nasca una nuova formazione capace di rinunciare al populismo e all’estremismo che ha caratterizzato la politica di Silvio Berlusconi nell’ultimo ventennio. Le due cose si tengono strettamente tra loro: perché a un Pd capace di essere competitivo al centro non potrà più opporsi una destra con forti venature antieuropee o antisistema. Detto questo, credo che il Pd farà bene a non chiudere le porte verso sinistra; ma sempre avendo d’occhio soprattutto il centro. Non con l’idea che anima la proposta di Susanna Camusso, la quale mi sembra rimasta ancora a logiche politiche perdenti del secolo scorso.

(Pietro Vernizzi)




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