GARANZIA GIOVANI/ La raccomandazione Ue “dimenticata” dall’Italia

Il dibattito sulla Garanzia Giovani si sta trasformando in una guerra di numeri. Per questo, spiega FRANCESCO SEGHEZZI, è meglio ricordarsi le ragioni di questo programma

14.07.2014 - Francesco Seghezzi
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Immagine di archivio

Il dibattito sulla Garanzia Giovani si sta trasformando in una guerra di numeri. Da una parte il ministro del Lavoro esulta per il numero di iscritti al piano a due mesi dalla sua attivazione, dall’altra il fronte degli esperti che critica questi risultati puramente contabili e che sottolinea i ritardi delle regioni nell’attuazione concreta della garanzia. Sembra una situazione complessa, e in ampia misura lo è, ma concentrandosi sui numeri è possibile delineare una prospettiva di analisi nuova che dovrebbe aiutare a comprendere che il vero pronome è un altro e ben più grave. La questione da porsi è infatti perché quasi il 95% dei giovani inattivi e disoccupati italiani non si siano iscritti a Garanzia Giovani.

Il piano europeo si rivolge, come noto, ai giovani disoccupati e ai Neet (coloro che non studiano, né lavorano e non stanno seguendo percorsi di formazione) tra i 15 e i 29 anni. Secondo gli ultimi dati Eurostat, i Neet in Italia sono 2,4 milioni, i giovani disoccupati invece sono oltre 700mila secondo l’Istat. Secondo l’ultimo monitoraggio diffuso il 4 luglio dal ministero del Lavoro, gli iscritti al piano sono circa 110.000, meno del 5%. Di questi solo 10.000 hanno già effettuato un colloquio in un centro accreditato, gli altri 100.000 hanno ancora (solo) due mesi di tempo per poterli effettuare. Infatti, il piano di attuazione di Garanzia Giovani garantisce un primo colloquio entro i quattro mesi dall’attivazione.

Sicuramente ci sono state difficoltà nel comunicare l’esistenza del piano e l’obbligo di iscrizione online potrebbe aver dissuaso qualcuno, soprattutto in certe regioni, ma non sembra una spiegazione sufficiente. Un’altra ipotesi potrebbe essere quella avanzata da un noto imprenditore come Riccardo Illy, qualche giorno fa, in un’intervista che ha destato molto clamore: i giovani inattivi non cercano un lavoro e, protetti o viziati, dai loro genitori e dai nonni, sono comodamente sul divano di casa in attesa di un’occasione irrinunciabile che però tarda a venire.

Senza fare di tutta l’erba un fascio non si può non leggere un fondo di verità nelle parole dell’imprenditore friulano. È ormai largamente diffusa una sfiducia completa nella possibilità di trovare un lavoro e nel fatto che un percorso di studi possa aiutare in questo. Infatti, più che i 700mila disoccupati (cifra inaccettabile, sia chiaro), spaventa il fatto che quasi due milioni e mezzo di giovani abbiano perso ogni speranza nel futuro, tanto da passare la giornata senza nessun tipo di occupazione volta a costruire il loro avvenire. Anche se per correttezza è importante ricordare che tra i Neet sono considerati anche giovani che ancora cercano lavoro.

Questo è un tema molto delicato, poiché si presta a facili contrapposizioni dialettiche. Solitamente troviamo il fronte che scarica le colpe interamente sui padri e specularmente chi accusa i giovani di essere solamente dei bamboccioni. È molto difficile pensare di possedere la verità su questo fenomeno, ma non per questo deve essere un tabù dire che tanti, troppi giovani oggi stiano con le mani in mano.

Come può Garanzia Giovani innestarsi su questo dramma sociale? Innanzitutto non bisogna dimenticare come la situazione di un giovane inattivo sia molto complessa e caratterizzata da un dramma personale, uno scoraggiamento che non può essere colmato certo da una nuove leggi e/o incentivi. Detto questo, quello che manca al piano di attuazione italiano è una visione. La possibilità di offrire a questi ragazzi qualcosa di più di qualche incentivo che possa colmare il vuoto lavorativo per un breve periodo. Servono percorsi formativi che accompagnino i ragazzi verso una loro piena occupabilità. Questo è il vero obiettivo espresso nella Raccomandazione europea dalla quale si origina Garanzia Giovani, non la diminuzione della disoccupazione.

Leggendo le tipologie contrattuali dei pochi posti di lavoro oggi disponibili sul portale del piano si conferma questa tesi. Si tratta per la maggior parte di contratti a tempo determinato, pochi sono gli stage e pochissimi i percorsi di apprendistato.

Il tempo è poco, i passi fatti finora maldestri, ma non è mai troppo tardi per raddrizzare la rotta. Iniziamo a cogliere la sfida che Garanzia Giovani lancia alla nostra visione del lavoro e non consideriamola come il solito aiuto economico da gestire in modo più o meno efficiente. La vera garanzia di cui tutti hanno bisogno è ricominciare a sperare nel futuro, nelle proprie potenzialità, a scommettere sulla persona.

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