DISOCCUPAZIONE/ Il “disguido” dei governi che la fa aumentare

Per LUIGI CAMPIGLIO, i recenti governi hanno ritenuto che si potesse favorire l’occupazione diminuendo il costo del lavoro per le imprese. Si tratta però solo di un rimedio temporaneo

02.07.2014 - int. Luigi Campiglio
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Nel mese di maggio la disoccupazione è cresciuta del 4,1% rispetto all’anno precedente, con un incremento pari a 127mila unità, e dello 0,8% rispetto ad aprile (+26mila unità). È quanto risulta dai dati Istat sulla disoccupazione, secondo cui in termini assoluti il numero di disoccupati è arrivato a quota 3 milioni e 222mila persone. In tutto 22 milioni e 360mila gli occupati in Italia, con una diminuzione dello 0,3% rispetto al maggio 2013 (-61mila unità) e un aumento dello 0,2% rispetto allo scorso aprile (+52mila unità). Dati che arrivano due mesi dopo l’avvio del programma Garanzia Giovani e che si accompagnano ad altri numeri preoccupanti: gli incentivi alle assunzioni stanziati dal Governo Letta hanno finora prodotto 22.000 posti di lavoro a tempo indeterminato. Ne abbiamo parlato con Luigi Campiglio, professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano.

Professore, che cosa ne pensa dei dati Istat sulla disoccupazione?

Sono dati che devono suscitare grande attenzione e preoccupazione. L’aumento del tasso di disoccupazione si accompagna a una tendenziale diminuzione dei tassi di occupazione. La lotta alla disoccupazione dovrebbe essere l’obiettivo prioritario di questo Paese, mentre purtroppo non lo è.

Qual è il vero motivo per cui gli incentivi alle assunzioni di Letta/Giovannini non stanno funzionando?

Siamo nel sesto anno di caduta produttiva, con almeno tre-quattro anni di riduzione sostanziale dell’attività produttiva e dei redditi. Le imprese che resistono sono quelle che trovano uno sbocco sull’estero. Le esportazioni rappresentano il 25% del Pil e tutto il resto è fatto dalla domanda interna. Se la domanda interna cade, è inevitabile che si trascini dietro l’economia dell’intero Paese.

Vuol dire che diminuire il costo del lavoro non può funzionare?

Molti, troppi governi hanno ritenuto che si potesse favorire l’occupazione diminuendo il costo del lavoro per le imprese. Si tratta però solo di un rimedio temporaneo, perché un’impresa certamente è interessata al costo del lavoro, ma prima ancora è interessata al fatto di poter avere un portafoglio di ordini sufficiente per fare andare avanti l’attività produttiva. Se si assume un giovane ma poi non gli si può affidare nessun compito perché l’attività produttiva è molto rallentata o addirittura ferma non serve a nulla, e quindi questi provvedimenti purtroppo in situazioni così gravi sono destinati a essere inefficaci.

Come valuta nel frattempo la discussione sul contratto a tutele crescenti inserito nel Jobs Act?

È pur sempre meglio un lavoro precario che la disoccupazione. In questo caso inoltre stiamo parlando di un contratto che approda alla stabilità definitiva dopo tre anni. Se al termine di questo arco di tempo l’impresa dovesse constatare che il suo portafoglio ordini non si è ancora accresciuto a sufficienza, per cause di forza maggiore si trova costretta a interrompere il rapporto di lavoro. A quel punto un giovane se è fortunato trova un’altra posizione per altri tre anni.

 

Per Susanna Camusso mancano i fondi per la cassa integrazione. Se dovessero saltare a quanto arriverebbe la disoccupazione?

La disoccupazione aumenterebbe di uno o due punti percentuali, ma soprattutto le conseguenze sul piano sociale sarebbero devastanti. Nella gran parte dei casi i cassaintegrati sono lavoratori che aspettano a volte da lungo tempo di poter tornare al loro lavoro in modo regolare. Hanno già un reddito ridotto, e se quest’ultimo dovesse azzerarsi le lascio immaginare che cosa può accadere.

 

I provvedimenti sul lavoro di questo governo e di quelli precedenti non hanno funzionato perché erano sbagliati o perché le condizioni generali dell’economia non lo hanno consentito?

Il mercato del lavoro in Italia è stato oggetto di riflessioni, analisi e proposte operative prevalentemente da parte di giuristi che ne hanno inquadrato con grande intelligenza questa dimensione, svolgendo al meglio il loro compito di giuristi. Il lavoro però non è solo un fatto giuridico, ma anche un fatto economico. Un giurista può influenzare le condizioni dell’offerta di lavoro e del matching fra domanda e offerta. Se un’impresa però non ha bisogno di un lavoratore in più non assumerà neanche con i migliori incentivi del mondo.

 

(Pietro Vernizzi)

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