RIFORMA PA/ Così i giovani possono “riattivare” lo Stato

Dopo il via libera della Camera, il decreto sulla riforma della Pubblica amministrazione è stato convertito in legge. Ne vediamo i punti principali con LUIGI MARINO

11.08.2014 - int. Luigi Marino
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Dopo il via libera della Camera, il decreto sulla riforma della Pubblica amministrazione è diventato legge. Durante l’iter parlamentare non sono mancate delle sorprese: al Senato, per esempio, il ministro Madia ha soppresso alcuni emendamenti, tra cui quello che consentiva a 4.000 lavoratori della scuola di andare in pensione il prossimo 1° settembre con la cosiddetta “Quota 96”, rimediando a un errore tecnico della legge Fornero. Il decreto contiene comunque misure importanti. Abbiamo cercato di capirne la portata con Luigi Marino, Senatore appartenente al gruppo “Per l’Italia” e componente della Commissione Bilancio.

Senatore, il decreto di riforma della Pa è stato definitivamente convertito in legge dal Parlamento. Quali sono, secondo lei, i punti più importanti capaci di dare una “svolta” in questo settore?

Con questo decreto, si introducono regole valide per tutti i settori dell’amministrazione, attraverso interventi per accrescere la formazione dei dipendenti pubblici con il potenziamento e la riorganizzazione della Scuola nazionale dell’Amministrazione e perseguire l’imparzialità dei meccanismi concorsuali di assunzione nell’impiego pubblico, con la previsione del concorso unico, insieme a quelli che riguardano l’introduzione di procedure selettive per i contrattisti a termine.

Ci sono altre misure importanti?

Ve ne sono alcune generali, quali ad esempio la soppressione dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici, con l’accorpamento dei poteri all’Autorità nazionale anticorruzione. A quest’ultima, infatti, sono attribuiti, tra gli altri, poteri di controllo più incisivi in ordine alla trasparenza e alla corretta aggiudicazione degli appalti ridefinendone le attribuzioni, indicandone una missione precisa e conferendole poteri di intervento molto forti, per attuare la normativa vigente in materia di trasparenza, di incompatibilità e di inconferibilità degli incarichi nel settore pubblico. Infine, il provvedimento ribadisce l’obbligo della trasparenza alle società controllate e partecipate dallo Stato e dagli enti pubblici e dispone la riduzione del 50% dei contingenti complessivi dei distacchi, aspettative e permessi sindacali nella Pubblica amministrazione.

Ci si può fermare qui oppure occorrono altri interventi nella Pubblica amministrazione?

Questo provvedimento, convertito in legge, rappresenta un passo avanti nella giusta direzione per ridisegnare l’assetto complessivo dell’amministrazione pubblica, ma rappresenta solo il primo passo all’interno di un disegno più organico da parte del Governo che ha presentato al Parlamento un Ddl che appronta una vera e propria riforma della Pubblica amministrazione, e che ha iniziato recentemente il proprio iter legislativo al Senato e che traccia una road map per ridefinire il profilo dell’azione amministrativa, rendendola più efficiente, trasparente, ed efficace.

 

Il decreto sarà capace di far risparmiare lo Stato?

Le novità contenute nel decreto constano di misure che consentiranno significativi risparmi al funzionamento della macchina amministrativa dello Stato. Il complesso degli interventi di riduzione e riordino della spesa pubblica è contenuto anche nel Piano per la razionalizzazione delle società partecipate locali, predisposto dal Commissario straordinario alla spending review, Cottarelli, e presentato in audizione di recente, presso la Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale.

 

Di cosa si tratta?

L’attuazione di tale Piano permetterà di ridurre le società da 8.000 a 1.000 in tre anni con la previsione stimata di conseguire maggiori risparmi per 2-3 miliardi, con gli interventi in parte di riduzione e in parte di efficientamento delle società partecipate locali. Altri ambiti, sui quali occorre intervenire in maniera incisiva, al fine di perseguire riduzioni di spesa, sono quello degli immobili pubblici, delle sedi delle regioni, della digitalizzazione dell’amministrazione pubblica e infine dei fabbisogni standard. 

 

Lei proviene dal mondo cooperativo, ma conosce senz’altro bene la realtà imprenditoriale italiana. Secondo lei, le imprese avranno dei benefici da questa riforma?

Credo che ciò di cui ha bisogno il nostro Paese sia una maggiore partecipazione al mercato del lavoro. Il mercato del lavoro si produce con il lavoro e il lavoro si produce con le imprese, che siano attive e competitive. L’Italia ha bisogno di più giovani, ma anche degli anziani, delle donne, ma soprattutto ha bisogno di fiducia. Per recuperare i milioni di occupati che mancano, per eguagliare il tasso di partecipazione al mercato del lavoro della gran parte dei paesi europei, noi dobbiamo ragionare in termini di sostegno all’apparato produttivo del nostro Paese, sostenendo la competitività delle imprese italiane, impegnando le risorse nella ricerca e nell’innovazione, abbassando le imposte sulle imprese. Certo, i dati sono impietosi e ci dicono che solo il 10% dei dipendenti pubblici è al di sotto dei 35 anni di età.

 

Come si fa a cambiare rotta?

I tagli, il blocco del turnover, le ristrutturazioni, i contratti passivi rallentano, frenano l’immissione nella Pubblica amministrazione di nuove energie, più sensibili alla cultura dell’innovazione e del cambiamento. Solo attraverso interventi e misure generali e non corporative riusciremo a determinare un cambiamento di cultura e di forma mentis a quelle amministrazioni, che ancora oggi sono autoreferenziali, non riescono a condividere e faticano ancora a scambiare informazioni e dati, allungando, aggravando e rendendo pertanto inefficienti quei procedimenti amministrativi essenziali e funzionali per sviluppare e riqualificare il sistema delle imprese e per fornire servizi rispondenti alle aspettative dei cittadini.

 

Il Governo ha dovuto fare marcia indietro sulla questione quota 96, creando un certo malcontento tra i lavoratori della scuola che speravano di poter così andare in pensione il 1° settembre. Secondo lei, è stato giusto questo passo indietro?

Il dietrofront del Governo sul pensionamento degli insegnanti della cosiddetta “Quota 96” e sul prepensionamento dei professori universitari è stato un errore, anche se non credo che sia stato l’unico e il solo Governo a compierlo. Ritengo, tuttavia, che sarebbe fuorviante e oltremodo ingeneroso ridurre, come ha fatto parte della stampa nazionale, soltanto a questi due aspetti la portata innovativa di questo provvedimento, che invece traccia una prospettiva di riforma significativa per il sistema dell’amministrazione pubblica.

 

Pensa che si potrà trovare una soluzione alternativa per queste persone penalizzate da un errore tecnico della legge Fornero?

Auspico che si trovi una soluzione adeguata a tali problemi insorti, compatibilmente con le esigenze di bilancio e con i vincoli di finanza pubblica. Tali problemi sono dovuti principalmente ad alcuni vizi d’origine della riforma Fornero, che credo siano sotto gli occhi di tutti. Credo, altresì, che questi errori possano essere superati, con una condivisione politica preventiva sui passaggi fondamentali e con il recupero di un maggiore spirito di squadra tra i partiti della maggioranza e lo stesso Governo. È nell’interesse dell’Esecutivo e del Paese trovare la maggiore armonia possibile per fare le riforme che servono e che non possono essere più rinviate sine die. 

 

Alla luce anche degli ultimi dati sul Pil, come giudica l’operato del Governo? Non sta forse spendendo tempo ed energie in riforme come quella del Senato e del sistema elettorale anziché badare di più all’economia?

La valutazione dell’operato di un governo non può misurarsi in tempi cosi brevi. Non si deve guardare, infatti, l’andamento degli indici di borsa, ma la sostanza di un’azione politica che si inserisce in un contesto economico, anche europeo, complesso e che fatica ancora a dare reali segnali di ripresa: basta vedere gli ultimi dati del Pil che nell’ultimo trimestre è sceso dello 0,2%. Ora che il Senato ha approvato in prima lettura la riforma costituzionale, il Governo deve dare una svolta, fissando alcune priorità nell’agenda politica con interventi nel settore dell’economia, del mercato del lavoro e della giustizia che finora sono rimasti un po’ in secondo piano.

 

Da Senatore cosa ne pensa della riforma del Senato?

Credo che la riforma del Senato, e più in generale la rivisitazione della parte II della Costituzione, sia un passo dovuto, in primo luogo perché determinerà il superamento definitivo dell’anomalia, tutta italiana, del bicameralismo perfetto, che a oggi ritarda e complica l’iter legislativo. In molti ordinamenti, il Senato è una camera con funzioni di equilibrio, di fatto estranea al rapporto fiduciario con l’esecutivo, e un aspetto innovativo è l’attribuzione al Senato di un ruolo di raccordo tra Stato, Ue ed enti locali. Penso che questa riforma, come del resto tutte le riforme che si sono succedute nel tempo, sia perfettibile nei successivi passaggi parlamentari, in primis nell’esame in prima lettura alla Camera. Tuttavia, ritengo che questa riforma, a oggi sia il migliore antidoto all’antipolitica dilagante nel Paese, e rappresenti un segnale di fiducia e di speranza ai cittadini che chiedono risposte concrete e decisioni convinte per l’ammodernamento della nostra Costituzione e per la credibilità delle istituzioni.

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