SPILLO/ Lavoro, la parità che le donne non vogliono

Le donne lavorano meno degli uomini, sono meno pagate e prendono poi pensioni più basse. PAOLA LIBERACE ci aiuta a capire perché non tutte le politiche di conciliazione sono efficaci

08.08.2014 - Paola Liberace
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Il lavoro è uguale per tutti? Le notizie che giungono dal Giappone, o dalla Germania, oltre che dal nostro Paese, confermano che così non è: le donne, specialmente con figli, lavorano generalmente meno, sono meno pagate e alla fine della vita lavorativa possono contare su pensioni meno alte (la metà delle italiane pensionate percepisce meno di mille euro al mese, mentre gli uomini sono un terzo: un portato diretto del diverso coinvolgimento lavorativo nel corso della loro vita). Il risultato tangibile è il minor contributo alla crescita offerto dalla componente femminile della popolazione attiva, che in tempi di crisi si fa sentire in modo particolare.

Il tema preoccupa i governi, che a livello nazionale pongono in atto le strategie di contrasto più svariate. Ma non tutte efficaci: specialmente se il tentativo di inclusione delle donne nel mercato del lavoro si traduce nella semplice riproduzione dei rapporti lavorativi esistenti, modellati su un universo maschile, senza passare per un vero cambiamento culturale.

Nessuna sorpresa se in Giappone le donne si tengono alla larga, appena possono, dai ritmi massacranti e dall’alienazione che contraddistinguono le modalità di lavoro di quel Paese, incompatibili con qualsiasi ipotesi di conciliazione tra famiglia e lavoro, e più in generale con l’esistenza di una vita personale. La promessa di posti nei Consigli di amministrazione e di nuovi asili nido può incidere solo limitatamente su questa situazione: dove c’è rigidità, l’unica alternativa è il rigetto.

Al contrario, le politiche che si mostrano più sensibili a questo tipo di esigenze, favorendo lo sviluppo della flessibilità lungo la vita attiva, sortiscono migliori effetti. Eppure, anche in Germania – dove la percentuale di donne lavoratrici, in vent’anni, è cresciuta dal 56% al 68% – c’è chi storce il naso, suggerendo che le ultime iniziative del governo tedesco finiscano per ghettizzare le lavoratrici, aumentando la distanza rispetto ai loro colleghi uomini. Ad esempio, la concessione di un assegno (il cosiddetto Betreuungsgeld) ai genitori che decidono di seguire personalmente i loro figli nei primi tre anni di vita, invece di affidarlo a terzi, secondo i detrattori sfocerebbe nel ritardato ritorno al lavoro, o addirittura nella rinuncia alla ricerca di un lavoro da parte delle madri – specialmente quelle di livello socioculturale meno elevato, magari immigrate. E questo malgrado l’importo dell’assegno (150 euro mensili) non sembri tale da poter sostituire un lavoro, per quanto sottopagato: e malgrado la durata limitata dell’assegnazione, che dura solo fino ai tre anni del bambino. Sempre in Germania, i dati relativi alla diffusione del part-time mostrano una schiacciante maggioranza di madri – il 69%, contro il 6% dei padri.

Basta tanto per decretare il fallimento di simili politiche di conciliazione? Il presupposto delle misure di flessibilità lavorativa è la libera scelta: una volta offerta a tutti la possibilità di aderire, l’adesione coatta dell’intera popolazione avente diritto avrebbe ancora meno senso dell’imposizione massiva di orari e ritmi coatti, alla maniera giapponese. Il fatto che a chiedere il part-time o l’assegno per accudire i figli nella prima infanzia siano soprattutto le donne, purché la loro sia una scelta libera, conferma l’esistenza di una specificità che non può essere liquidata semplicemente negandola: si tratta della testimonianza di un’esigenza insopprimibile, che non diventa meno reale per il fatto di essere propria delle madri.

Finora, il mercato del lavoro ne ha preso atto solo in minima parte, chiedendo alle donne di adeguarsi alle regole preesistenti e misurando il contributo femminile (sia in termini di retribuzione che di carriera) sul metro di quello maschile. In questo modo, però, non ha potuto che giudicarlo fatalmente insufficiente, salvo addossarne la responsabilità ai cosiddetti “ostacoli” che impedirebbero alle donne di comportarsi esattamente come uomini, e chiedendo alle leggi di rimuoverli.

Se è questo che significa rendere il lavoro uguale per tutti, l’impressione è che le donne continueranno a farne volentieri a meno.

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