IL CASO/ Scuola chiama aziende, in gioco il lavoro per i giovani

Dal prossimo anno scolastico l’alternanza scuola-lavoro potrà essere usata per i ragazzi dai 15 anni e costituire parte dell’esame di Stato. Il commento di GIANNI ZEN

09.08.2014 - Gianni Zen
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Sembra una cosa ovvia, a dirsi. Meno a farsi. Parlo della convinzione che l’acquisizione delle abilità avviene anzitutto attraverso l’esperienza diretta e in un contesto di condivisione. In termini esterofili: skills, learning by doing, community of practice. Ma tra il dire e il fare… Perché il nostro quadro formativo è ancora massimamente scuola-centrico, pensato e gestito in modo centralistico, cioè passivo, dal punto di vista della “scuola reale”, rispetto alle complessità e dinamicità della vita sociale. Di qui l’immobilismo, l’assenza di risorse, con contratti e norme da scuola dell’800. Alcuni anni fa sembrava ovvia la soluzione, cioè l’autonomia reale delle scuole. Ma oggi ci troviamo in un contesto di redivivo centralismo, con le scuole considerate sempre e solo ultima ruota del carro.

Le conseguenze sono ovvie: in Italia, da qualche anno, abbiamo l’alternanza lavorativa (apprendistato), mentre è carente, cioè solo per l’8,7%, l’alternanza formativa. Ben presente negli altri paesi, di fatto, in Italia quasi del tutto assente per la stragrande maggioranza dei nostri studenti. Il mondo dell’istruzione è, dunque, in grande sofferenza, visti i dati della disoccupazione, i Neet, la dispersione. Da noi, per capirci, completa gli studi solo il 46% degli iscritti, mentre in Danimarca siamo all’80%.

Eppure, anche da noi qualcosa sembra si stia muovendo. I dati sempre più impressionanti relativi alla disoccupazione giovanile stanno forse, cioè, per imporre una svolta positiva nel sistema formativo italiano. Dico “forse”, perché di false partenze ne abbiamo avute sin troppe, negli ultimi anni. La buona notizia di queste settimane parla di una sperimentazione triennale, a partire dal prossimo anno scolastico, dell’alternanza scuola-lavoro per gli studenti “a partire dai 15 anni”, ma in particolare per le classi quarte e quinte delle superiori.

L’obiettivo è chiaro: creare reali opportunità di inserimento nel mondo del lavoro, già durante la vita scolastica, ai nostri giovani. Perché comprendano concretamente valori e opportunità. Quasi a dire che è il lavoro sul campo che potrà accompagnare e orientare i nostri ragazzi nelle loro scelte. In altri termini, anche le aziende, gli studi professionali, il mondo dei servizi: sono tutti momenti e luoghi altamente formativi. Diversamente da certi schemi ideologici, ancora duri da morire, che preferiscono rifugiarsi nella vecchia contrapposizione tra formazione e lavoro, quest’ultimo ridiventa cuore pulsante della domanda di futuro.

La stesura definitiva della bozza, prevista come Dpr, è dunque in arrivo. Si tratta di un provvedimento già annunciato dal Decreto Carrozza, che fissa i diritti e i doveri degli studenti, delle scuole e del mondo del lavoro intorno a un’esperienza (cfr. Dlgs n.77/05) che, è giusto ripeterlo, si sta scoprendo essere sempre più formativa per le nuove generazioni. Per quindici giorni, cioè per 90 ore circa, questi studenti potranno vivere dal di dentro il mondo del lavoro, accompagnati da un tutor, che potrebbe essere lo stesso imprenditore. Se questo avverrà durante l’ultimo anno di scuola, potrà trovare riconoscimento anche nella nuova terza prova dell’esame di maturità. Vedremo come.

Così come Garanzia Giovani, a pochi mesi dalla sua presentazione, “questo provvedimento – sono le parole un po’ enfatiche del ministro Poletti – è un’altra testimonianza dell’impegno del governo per favorire nuove opportunità di ingresso nel mercato del lavoro dei giovani, assicurando loro un’adeguata qualificazione professionale ed una valorizzazione delle competenze”. Nuove opportunità, dunque. Dovute, è giusto riconoscerlo, al passo in avanti previsto dal già citato “Decreto Carrozza” convertito in legge lo scorso novembre, il quale ha avuto un merito particolare: aver collocato il valore formativo del lavoro al centro del dibattito sulla riforma del nostro sistema formativo.

Una conquista bipartisan, come si disse allora, in un Paese come il nostro, ancora legato all’idea negativa, in termini formativi, della cultura d’impresa, per vecchi schemi ideologici, corporativismi e resistenze di natura politica e sindacale. L’impresa, cioè, come valore in sé. Luogo di formazione e sviluppo della persona, non solo sede materiale della produzione o dello scambio di beni e servizi, secondo la fredda e superata definizione che ritroviamo nel Codice Civile, datata 1942.

Ora la palla passa alle aziende. Nel senso di una chiamata diretta alla corresponsabilità da parte del mondo del lavoro, anzitutto attraverso un protocollo d’intesa con i ministeri competenti (o gli uffici periferici) e le Regioni, poi con delle convenzioni con le singole scuole o, meglio ancora, con reti di scuole. Un iter certamente ancora farraginoso, visto che oltre il 90% delle nostre aziende ha piccole e medie dimensioni, che dovrà perciò essere semplificato. Protocolli e convenzioni che dovranno mettere in chiaro: gli indirizzi di studio prescelti, i criteri per l’individuazione delle scuole e degli studenti, le modalità di rientro degli studenti ai percorsi curricolari ordinari, il numero di ore da svolgere nei luoghi di lavoro, i criteri del monitoraggio e della valutazione della sperimentazione.

Le imprese, dunque, diventeranno protagoniste, assieme alle scuole, di queste nuove opportunità formative, fondamentali per i nuovi “apprendisti”, anche minorenni. La sintesi di questo incontro scuola-lavoro sarà un “piano formativo personalizzato”, che accompagnerà lo studente-apprendista durante tutto il percorso. A dar man forte saranno il tutor aziendale e quello designato dalla scuola (componente del consiglio di classe dell’alunno).

Concretamente, questi sono gli spazi di flessibilità previsti: il percorso potrà occupare sino al 35% dell’orario annuale delle lezioni. Questi periodi, in termini di valutazione, saranno valutati e certificati e varranno come crediti per l’ammissione agli Esami di Stato. Per le terze prove, la commissione dovrà richiamare il percorso seguito dagli studenti, anche con l’aiuto del tutor aziendale. Si tratta di un altro tassello del “Cantiere giovani” messo in campo dal Miur, che sta lavorando su altre iniziative di valorizzazione delle competenze degli studenti, i cui frutti dovrebbero vedersi a breve, in termini di proposte operative.

La proposta di questa inedita alternanza, potremmo aggiungere, ben si adatta alle esigenze degli studenti degli istituti tecnici e professionali, mentre è tutto da capire come possa, per via della necessaria interazione tra formazione e lavoro, valere anche per i percorsi liceali. Se consideriamo, infine, il crollo delle iscrizioni universitarie, e il fatto che una notevole parte di liceali non si iscrive oggi all’università, resta da concordare come valorizzare al meglio, anche per loro, questa opportunità. Sapendo che il mondo del lavoro, fatto per la quasi totalità di piccole aziende, non tutte in un momento positivo, non si sa in che misura potrà o saprà rispondere a questo nuovo invito alla collaborazione.

Già un anno fa, a fine giugno, il consiglio dei ministri in un articolo, poi stralciato, del decreto su «Disposizioni in materia di istruzione, formazione e enti di ricerca», aveva prospettato questo nuovo raccordo tra formazione e lavoro. Oltre i progetti, regionali o degli Uffici scolastici regionali, di alternanza già attivi da anni, ma che toccano poche decine di studenti per scuola, cioè appena l’8,7% del totale. Già allora si era compreso che non era possibile costruire «interventi urgenti per la promozione dell’occupazione, in particolare giovanile» senza coinvolgere anche l’istruzione e formazione scolastica, professionale e universitaria.

Il nuovo decreto interministeriale copre quell’esigenza? O si tratta del solito intervento tampone che non incide sulla struttura-base, organizzativa e didattica, anzitutto, del mondo della formazione? Allora vi era stata, al comma 1 dell’articolo 4 dello schema di decreto, una chiara scelta, di 5 milioni, per l’ampliamento del Fondo per gli Its. Non si trattava di risorse aggiuntive, bensì di uno spostamento di fondi tra voci di bilancio dello stesso Miur; tuttavia la scelta appariva corretta per la volontà di valorizzare il canale non universitario di formazione terziaria tanto diffuso in Europa quanto inconsistente in Italia.

Di converso, oltre agli Its, varrebbe la pena spendere un po’ di tempo per capire la situazione della formazione professionale regionale, in modo da avere un quadro preciso su tutta la filiera formativa.

Intanto il tema dell’alternanza è diventato, da refrain bipartisan, scelta operativa, cioè di struttura. Pur in un quadro di immobilismo ordinamentale, contrattuale, culturale. Sapranno, queste scelte, produrre un progressivo scardinamento di quell’immobilismo? Per intanto, continua a crescere la disoccupazione…

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