IL CASO/ I lavori “a rischio estinzione” e la profezia di Hannah Arendt

- Gian Luca Barbero

Le trasformazioni nel mondo produttivo, con il crescente ruolo delle tecnologie, avranno ripercussioni anche sul lavoro del futuro. Le riflessioni di GIAN LUCA BARBERO

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Uno dei punti per me più stimolanti su cui riflettere è il tema del lavoro, di oggi e dei prossimi anni: come si lavorerà? E soprattutto chi lavorerà? Devo ammettere che quando ci penso, vado per lo più in confusione e mi vengono opinioni contrastanti, come dimostrano le riflessioni che seguono. Guardare allo sviluppo delle nuove tecnologie, alla “Silicon Valley” per intenderci, è assai istruttivo per vedere in atto una vera e propria mutazione genetica, alla quale il quotidiano La Stampa ha dedicato un’interessante dossier durante l’estate, che mi farà ora da guida.

Prendiamo il settore auto. La concorrenza più temuta non viene dalle aziende automobilistiche che rivaleggiano tra di loro, magari approfittando di nomi illustri che sbandano sulle emissioni truccate, ma dalle società di informatica. Dire che Tesla fabbrica “auto del futuro” è dire poco: dalla cura maniacale per il design all’intelligenza artificiale che la muove sarà il più efficace contributo alla rottamazione che sia mai esistito. L’azienda fondata da Elon Musk 12 anni fa vale oggi circa 32 miliardi di dollari. Il fondatore vive in mezzo a robot e operai in catena di montaggio e, naturalmente, la querelle legata rinnovo contrattuale del sindacato automobilistico americano, che ha recentemente interessato le vicende di FCA ad esempio, sembra la terra vista da un altro pianeta. In questa corsa, si incontra con colossi come Google e Apple, che hanno deciso di incrementare il team di ricerca e sviluppo dedicato all’auto elettrica.

Prendiamo le banche. Non sarà la concorrenza settoriale a depauperare il portafoglio clienti. Abituati oggi a comprare tutto via internet, che bisogno ci sarà domani dell’intermediario-banca che, oltretutto, non gode di buona fama? Esperienze come quella del Lending Club di Renaud Laplanche, che connette via internet mutuanti e mutuatari (chi ha bisogno di soldi e chi li presta, per usare concetti più familiari) senza il tramite di una banca potrebbe sottrarre utili agli istituti di credito per circa 11 miliardi di dollari nei prossimi 5 anni, secondo le stime di Goldman Sachs. Per capirne la portata, basta focalizzare la differenza tra ottenere i soldi in tempo reale (come acquistare un e-book su Kindle) e la trafila amministrativa e burocratica per avere un prestito o un mutuo (come girare più o meno un centinaio di librerie perché quella copia non si trova). Non a caso il Direttore finanziario di Google, Ruth Porat, insediatasi nel 2015, ha fatto una lunga e brillante carriera in Morgan Stanley.

Persino la sanità non sembra al riparo dalla minaccia di estinzione di alcune sue specie, poiché le nuove tecnologie possono creare un’alternativa alle strutture esistenti, superarle. Se in questo sono un po’ esagerato è soltanto perché vedo l’opera messa in piedi da una giovanissima (e bellissima) imprenditrice americana, Elizabeth Holmes. Theranos, la sua azienda, consente di effettuare test clinici prelevando poche gocce di sangue da analizzare tramite software. I risultati vengono poi inviati a ospedali e medici: su larga scala, segnerebbe, per lo meno, la fine degli esami del sangue con ricetta medica e forse, a partire da lì, potrebbe dilagare; non si troverebbe, ad esempio, un analogo metodo per la diagnostica a immagini, evitando al paziente i reparti di radiologia? 

Probabilmente sto correndo un po’ troppo con la fantasia, ma è degno di nota che nel Consiglio di amministrazione dell’azienda sieda una persona come Henry Kissinger, non un sognatore qualsiasi. Nel caso della Holmes la lotta per l’affermazione della propria idea si fonde con motivazioni più intime, dovute alla perdita di persone care. 

Ecco un tratto che può fare da segreto filo conduttore almeno di alcune fra queste personalità pionieristiche: Elon Musk vuole portare l’umanità su Marte, mentre Elizabeth Holmes non vuole che nessuno se ne vada prima del dovuto; nella loro fantasia utopistica, che potrà sembrare un po’ pazza, si spendono per un progetto. “Fondare una società è come masticare vetro mentre fissi l’abisso” è una frase di Elon Musk (citata da “La Stampa”, 04/09/2015) che dimostra la tenacia dei protagonisti.

Con Amazon possiamo vedere anche l’altra faccia della medaglia, senza nulla togliere ai pregi dell’azienda. L’avvento della robotica, già sperimentata da Amazon dal 2012, aumenterà di molto le consegne; dall’ordine di acquisto all’organizzazione dell’invio bastano pochi minuti a fronte di ore impiegate dagli uomini: i robot, guidati da un unico software, sanno individuare i beni selezionati dai clienti e completare autonomamente l’ordine. Naturalmente vedere dove porta questa strada sembra fin troppo facile: entro il 2025 negli Usa si stima una perdita di circa 9 milioni di posti di lavoro, concentrarti soprattutto nel settore dei servizi, commercio, costruzioni, vendite, ma anche profili tecnici di alto livello sono a rischio. Non so se tale perdita potrà essere compensata dalle nuove professioni legate allo sviluppo tecnologico (sviluppatori di software, ingegneri e professionisti dell’automazione, ecc.) perché per tanti si tratterebbe di profili fuori portata, o, nella migliore delle ipotesi, fuori dalle proprie particolari inclinazioni, ma l’estinzione di tante professioni – e con esse di tanti uomini- sembra iscritta nell’imperativo categorico della nostra epoca: il consumo.

Con lungimiranza profetica, già nel 1958 Hannah Arendt individuava i tratti degenerativi dello sviluppo di oggi, a partire dall’identificazione marxista tra forza vitale umana e forza lavoro, capace di creare un “surplus”, come nel ciclo riproduttivo naturale: “L’interminabilità del processo lavorativo – scrive la Arendt – è garantita dalle sempre ricorrenti esigenze di consumo; l’interminabilità della produzione può essere assicurata solo se i prodotti perdono il loro carattere d’uso per acquistare sempre più quello di consumo o se, in altri termini, la velocità d’uso è così intensamente accelerata che la differenza oggettiva tra uso e consumo, tra la relativa durabilità degli oggetti d’uso e il rapido andirivieni dei beni di consumo, diminuisce fino a essere insignificante […]. Dobbiamo consumare, oserei dire divorare, le nostre case, i mobili e le automobili come se fossero ‘buone cose’ della natura che si guastano se non sono trascinate rapidamente nel ciclo interminabile del ricambio dell’uomo con la natura” (H. Arendt, Vita activa, p. 90, Milano 2003, p. 90).

All’ingresso della fabbrica di Amazon a Tracy, vicino a San Francisco, campeggia la scritta “Lavora duro. Divertiti. fai la storia“. È un altro modo di esprimere la stessa cosa.

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