SPILLO/ Così Stato e Regioni possono “tradire” il Jobs Act

- Massimo Ferlini

Per ultimare la riforma del Jobs Act occorre disegnare i servizi al lavoro. Il rischio, spiega MASSIMO FERLINI, è che Stato e Regioni non operino però per il meglio

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I dati degli ultimi mesi sul mercato del lavoro, così come le previsioni triennali Istat rese note nella settimana scorsa, hanno confermato un mercato del lavoro italiano in movimento. Gli occupati salgono, quasi 400 mila nuovi nell’anno, e i disoccupati scendono. Anche l’obiettivo di un lavoro di qualità perseguito con il Jobs Act ha dato risultati, vista la migrazione ancora in corso da contratti “instabili” a inserimenti lavorativi più stabili e, soprattutto, con certezza di tutela.

Il tasso di occupazione complessivo rimane ancora troppo basso per poter dire che c’è una completa inversione di tendenza. Da quanti italiani in età lavorativa partecipano al mercato del lavoro dipende anche la sostenibilità del nostro sistema di welfare ed è quindi il dato che va monitorato con più attenzione per una valutazione complessiva su come la ripresa del lavoro indichi un percorso virtuoso per tutto il sistema economico. 

Ciò che è avvenuto in questi mesi è indipendente dalla nuova struttura di servizi per il lavoro introdotta con la riforma del Jobs Act, dato che l’avvio della nuova agenzia nazionale e il connesso piano nazionale per i servizi al lavoro partiranno solo con l’inizio dell’anno nuovo. In questi mesi stanno però decidendosi le linee guida dei servizi e gli intensi incontri fra regioni e governo cercano di delineare un percorso che porti a un decollo reale di un nuovo sistema di servizi per il lavoro.

Il periodo non è dei più facili. Si tratta di operare un disegno nazionale su una materia che finora era assegnata alle sole Regioni, mentre in parallelo è in corso una discussione proprio sulla riforma di quegli articoli costituzionali che definiscono i rapporti Stato-Regioni in materia di lavoro e politiche sociali. Nel mentre anche la chiusura delle Provincie, da cui dipendevano i servizi pubblici per il lavoro nel territorio, impone di intervenire per mettere in salvaguardia la rete dei Centri per l’impiego.

Dato che si deve ridefinire tutto, quale occasione migliore per reimpostare organizzazione dei servizi, valutazione dell’efficacia e finalità degli obiettivi? Il rischio che prevalgano logiche corporative, invece di privilegiare ciò che c’è e rapportarlo ai nuovi compiti, è grande. La disattenzione con cui i portatori di interessi generali seguono questa fase rischia di lasciare a definire gli accordi i rappresentanti della difesa dell’occupazione pubblica senza inserire gli elementi portanti della riforma.

Lo segnalo perché fra Stato e Regioni è in corso la sottoscrizione di accordi finalizzati a determinare la rete dei Centri per l’impiego come il perno dei nuovi servizi al lavoro. Passaggio obbligato data la chiusura delle provincie. Ma nulla vieta di inserire in tali accordi anche alcuni concetti introdotti dal Jobs Act – che trovano in un regionalismo corporativo una sorda opposizione – che chiariscano l’innovazione dei servizi al lavoro.

I concetti di base da inserire sono relativi al fatto che la rete dei servizi è costituita sia dai servizi pubblici esistenti, sia dalle agenzie accreditate. Da qui discende l’importanza di inserire da subito l’obiettivo di una valutazione dell’efficacia dei servizi resi, in base alla quale sarà ridefinita nel tempo la rete delle agenzie pubbliche e accreditate che svolgeranno il servizio.

In assenza di un piano nazionale dei servizi, tali precisazioni permettono di poter affermare che la riforma è stata recepita dai territori e sarà alla base delle modalità con cui le regioni contano di preparare la propria rete di servizi al lavoro, così da essere in grado di rapportarsi operativamente all’avvio della agenzia nazionale. 

Certo, se si fossero fissati prima i servizi essenziali che devono essere assicurati ai disoccupati da tutte le agenzie del lavoro sarebbe stato più semplice recepire le novità negli accordi Stato-Regioni. Se vogliamo che tutti possano contribuire a creare una rete di servizi al lavoro efficace ed efficiente dobbiamo chiarire che i livelli di servizio base sono l’accoglienza e la registrazione di chi cerca nuova occupazione. Che occorre che vi sia una rete informativa unica nazionale. Che i servizi di definizione di un percorso personalizzato al fine di aumentare l’occupabilità dei singoli e l’inserimento lavorativo sono l’oggetto di “competizione” fra agenzie. Da qui una crescita collaborativa virtuosa e il campo in cui la valutazione la verifica dei costi standard permette un rating sui servizi offerti e una valutazione puntuale delle singole agenzie.

Riproporre invece la centralità dei Centri per l’impiego rinviando le altre scelte di fondo rischia di contraddire quanto affermato di recente dal ministro Poletti. Esemplificando la necessità di servizi sempre più personalizzati per valorizzare i talenti lavorativi di ogni singola persona, il ministro ha chiarito che non siamo più interessati a discussioni sulla scarpa più bella, ma cerchiamo di fare la scarpa migliore per il piede che abbiamo.

La re-ingegnerizzazione dei servizi al lavoro a misura di Jobs Act parte da qui. Centralità della persona è ripensare a servizi che tengono conto di tutte le aspettative, capacità e disponibilità di chi viene a cercare un’occupazione. I Centri per l’impiego e le Agenzie per il lavoro devono saper fare al meglio questo: non esistono per dare lavoro ai loro impiegati, ma a chi lo cerca.

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