JOBS ACT/ Gli errori (e le scelte azzeccate) nei decreti di Renzi

Per GIORGIO BENVENUTO, la promessa di creare 200mila posti a tempo indeterminato non ha nessun fondamento scientifico: previsioni come questa dovrebbero essere ancorate a dati precisi

24.02.2015 - int. Giorgio Benvenuto
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Giorgio Benvenuto

«Il Jobs Act è una riforma in cui prevalgono il trionfalismo e la mancanza di ascolto nei confronti del Parlamento e delle Parti sociali». È l’osservazione di Giorgio Benvenuto, ex Segretario generale della Uil ed ex parlamentare dell’Ulivo. Venerdì il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, presentando la riforma ha dichiarato che “oggi è una giornata storica, non pensavo di farcela in un anno. Mentre rottamiamo e superiamo un certo modello di diritto del lavoro, noi superiamo i co.co.co. e i co.co.pro. Per la prima volta c’è una generazione che può vedere la politica far la guerra non ai precari ma al precariato”.

Questa è davvero una riforma storica come dice Renzi?

In primo luogo il Jobs Act introduce una rottura con il passato, perché in precedenza i decreti attuativi erano scritti dopo avere sentito il parere delle commissioni competenti che non era formale ma sostanziale. Questa è la prima volta in cui la commissione competente è stata praticamente ignorata: tanto valeva che nella richiesta di delega non ci fosse il passaggio in Parlamento. In questo modo si è perso del tempo, ma soprattutto si sono creati dei risentimenti. Il metodo, insomma, mi suscita diverse perplessità. Non mi sembra positivo prevedere che la commissione esprima il suo parere, e dopo averlo fatto all’unanimità la si ignori.

Che cosa ne pensa invece dal punto di vista del merito?

Non sono d’accordo con l’eccessivo trionfalismo con cui è presentata questa riforma. E, soprattutto, non mi convince la parte sui licenziamenti collettivi di carattere economico. In questi casi le procedure e i rapporti tra i diretti interessati, imprese e sindacati non hanno mai aperto problemi su cui la magistratura dovesse intervenire. Evitare la gestione diretta delle Parti sociali, dando maggiore forza alla posizione dell’imprenditore, non mi sembra che favorisca un clima di collaborazione.

Nei decreti attuativi ci sono anche degli aspetti positivi?

Sì, e del resto le stesse critiche così dure e basate su pregiudizi non aiutano. Alcune novità sono interessanti, per esempio per la prima volta sono indicate delle garanzie per la platea dei precari. C’è inoltre un inizio di semplificazione di questa giungla. D’altra parte ci sono dei problemi, per esempio come si troveranno le risorse per finanziare i fondi destinati a quanti rimangono disoccupati.

Che cosa ne pensa del contratto a tutele crescenti?

Il contratto a tutele crescenti rappresenta un elemento nuovo rispetto all’attuale situazione. Bisognerà prestare attenzione perché fatta la legge si trova sempre come raggirarla. Con questo provvedimento però si passa dalla sterile contrapposizione al riconoscimento delle nuove necessità del mondo del lavoro. Ci sono dei diritti che diventano sempre più teorici, e il giudizio deve essere quindi più articolato. Questo provvedimento va completato con misure fiscali coraggiose che riducano fortemente il costo del lavoro, in uno scenario nel quale si incentivi la ripresa nel Paese.

 

Per Renzi abolendo i contratti a progetto si creeranno 200mila posti a tempo indeterminato. È davvero così?

Quella di Renzi è un’intenzione che non ha nessun fondamento scientifico. Previsioni come questa dovrebbero essere ancorate a schede tecniche e dati precisi. È un Paese nel quale, invece di spiegare i numeri, purtroppo si danno i numeri.

 

Renzi ha detto che il Jobs Act aumenta “la flessibilità in entrata e le tutele in uscita”. Ma non ha abolito articolo 18?

Quella di Renzi è la classica battuta a effetto, l’intenzione è questa, ma bisognerà vedere nella pratica. L’errore del governo è prescindere da un rapporto che attivi la responsabilità delle Parti sociali. Faccio notare che per la prima volta il giudizio sulla delega è ugualmente critico da parte di Cgil, Cisl e Uil. Il sindacato d’altra parte deve affrontare questo problema con delle proposte unitarie. Problemi come flessibilità, manodopera e competitività devono favorire un rapporto di collaborazione. La fase dell’antagonismo nell’attuale mercato non ha più senso, ed è interesse comune di lavoratori e imprenditore che l’azienda sia competitiva, venda, esporti e valorizzi le persone. L’impresa deve essere un bene comune.

 

(Pietro Vernizzi)

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