SINDACATO UNICO?/ La battaglia di Renzi “in scia” a Marchionne

Matteo Renzi ha dichiarato che gli piacerebbe poter arrivare a un sindacato unico in Italia. Una nuova sfida alle organizzazioni dei lavoratori, spiega GIUSEPPE SABELLA

25.05.2015 - Giuseppe Sabella
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Con tempismo perfetto, dopo le novità in arrivo da Torino circa le restrizioni allo sciopero apportate dal rinnovo contrattuale di Fiat-Chrysler – che come abbiamo scritto sortiranno effetti importanti – Matteo Renzi annuncia in TV la sua idea per il rinnovamento del mondo sindacale: “Mi piacerebbe arrivare al sindacato unico, a una legge sulla rappresentanza sindacale e non più a sigle su sigle”. Le sue dichiarazioni non potevano certo passare inosservate tanto che, nel giro di poche ore, gli hanno risposto Susanna Camusso e Annamaria Furlan.

Le dichiarazioni di Renzi non sono casuali, il Premier ha perfettamente compreso che la popolarità del sindacato è ai minimi storici e, come Marchionne, ha deciso di colpire le prassi consolidate di una ritualità spesso improduttiva e populistica. Renzi ce l’ha con il sindacato in quanto tale e lo vuole eliminare? È un nemico della democrazia sindacale? Chi scrive crede di no, ma lo capiremo meglio seguendo gli sviluppi di questa fase decisiva per il lavoro.

C’è però da fare qualche distinguo: quando parliamo di sindacato parliamo innanzitutto di contrattazione, il sindacato nasce per contrattare. In Italia abbiamo circa 400 contratti e – dopo la recente e felice ricomposizione del settore bancario – l’unica frattura resta quella della metalmeccanica, settore da sempre conflittuale anche a livello europeo. Questo per dire che, al di là dei problemi che riguardano rappresentatività e rappresentanza dei sindacati di categoria (devono avere il 5% e molti non lo hanno), questi continueranno a esercitare la loro funzione e, anzi, con lo sviluppo della contrattazione aziendale il loro ruolo crescerà.

C’è per questo da auspicare che cresca anche la loro abilità di contrattare, e ciò per due motivi fondamentali: in un’ottica di contrattazione aziendale, se non cresce la capacità contrattuale non crescono redditività e produttività, ma, semmai, tensioni e possibili conflitti; in secondo luogo, il welfare di stato sarà sempre meno, le risorse sono sempre meno: è proprio dalla contrattazione collettiva (nazionale o decentrata è un altro discorso) che ci si attende la crescita di soluzioni innovative di welfare. Gli esempi non mancano, si pensi a Luxottica; consideriamo anche che alcuni sindacati di categoria, pur nella logica di un sistema spesso poco dinamico, hanno espresso soluzioni contrattuali di alto livello, apprezzate anche in Europa: è il caso della chimica.

Molto più problematico, invece, lo spazio sindacale delle confederazioni: è qui che si annidano le criticità maggiori ed è qui che Marchionne prima – non è solo la Fiom il suo problema – e poi Renzi sono andati a colpire. Le ragioni sono molto semplici e il dado è tratto, indietro non si torna. Per troppo tempo il mondo interconfederale ha difeso la sua autoreferenzialità e la sua poca capacità di dare risposte concrete in nome di accordi tra le parti dell’impresa e del lavoro.

Marchionne ha rotto questo tabù: il caso Fiat ha dimostrato che si può contrattare al di fuori del sistema e la Giustizia italiana ne ha dato piena legittimazione. Ciò segna la fine di un’era; ma, nell’inconsapevolezza generale, ne è iniziata un’altra. È qui che vanno trovati nuovi equilibri su cui le parti stanno lavorando. Quale spazio per le confederazioni sindacali? Quale sarà la loro funzione?

È giusto quindi interrogarsi sul futuro del sindacato (anche datoriale) e sulle regole della rappresentanza: saranno gli accordi o la legge a definirne la disciplina? Se il sindacato unico “esiste solo nei regimi totalitari”, Susanna Camusso ci spieghi però che senso ha oggi la tripartizione sindacale. Il diritto del lavoro è uno o è tripartito? L’argomentazione del pluralismo sindacale non è sufficiente, non convince più nessuno. Servono altre risposte.

 

In collaborazione con www.think-in.it

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