SPILLO/ Il “filo rotto” tra Jobs Act e Buona scuola

Il Jobs Act e la riforma della scuola, spiega MASSIMO FERLINI, potrebbero rimettere in moto il Paese. Eppure vengono ostacolate forse fin troppo eccessivamente

08.05.2015 - Massimo Ferlini
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In tutte le sedi in cui si fanno gli elenchi di che cosa occorre per rilanciare il nostro Paese, dai congressi di partito alle assemblee di associazioni di rappresentanza, sono oltre 20 anni che il tema della mobilità sociale ha un posto di grande rilevanza. Grandi convegni della sinistra richiamavano la necessità di premiare i meriti e tutelare i bisogni. Assemblee imprenditoriali sono state dedicate ai percorsi di nuova imprenditorialità e su come favorire la crescita della dimensione di impresa per poter superare i gap della nostra struttura industriale nei confronti dei paesi industrializzati con cui siamo in competizione. Le scuole e i congressi sindacali si focalizzano sulla misurazione delle ingiustizie e su come creare percorsi virtuosi per una crescita del capitale sociale e quello umano in particolare.

Rileggendo le relazioni convegnistiche degli ultimi anni potremmo avere l’impressione che la stragrande maggioranza dell’associazionismo sociale non veda l’ora di collaborare a un grande piano di innovazione che rompa ogni corporativismo, apra spazi di opportunità per promuovere il merito in tutti i campi, supporti con tecnologia start-up e smart-city perché è da qui che possono venire grandi opportunità per una mobilità sociale che sappia sfruttare la modernità che si sta affermando. Tale modernità richiede regole nuove perché possa sviluppare tutte le sue potenzialità economiche ed essere fonte di nuove iniziative anche nel campo delle nuove tutele sociali e di una nuova lotta alle povertà. 

L’individuazione dei blocchi corporativi e concertativi che frenano l’introduzione di riforme significative per il nostro sistema sociale è generalizzata. Ma quando poi si arriva al concreto, a proposte di riforma che individuano questi nodi corporativi e partono dal loro superamento per creare le basi di un nuovo patto sociale per lo sviluppo, ecco che molti convegnisti del progresso solo a parole diventano organizzatori di potenti opposizioni.

Il Jobs Act e la riforma della scuola ne sono due casi esemplari. Entrambi hanno un obiettivo comune: rimettere in moto gli attori del sistema, e per far ciò rompere il nodo che bloccava i due sistemi creando dualismi ormai dannosi a chi doveva essere tutelato da tale regolazione.

Il superamento dell’articolo 18 attraverso un nuovo contratto a tempo indeterminato con un nuovo modello di tutela ha questo obiettivo ed è la premessa per ridisegnare un workfare che sostenga la persona nelle fasi di ricerca di lavoro. Per la riforma scolastica è l’autonomia dei centri scolastici e una loro riorganizzazione intorno al potere decisionale e direttivo del responsabile che permetta una valutazione dell’efficacia e dell’efficienza dell’offerta educativa e formativa. Così si può rimettere al centro l’utilità del sistema scolastico (statale, privato o comunale che sia) che è quello di sostenere la famiglia nel percorso formativo dei figli. Non è nato per dare lavoro a maestri, professori o bidelli.

Le due riforme sono certamente criticabili per molti aspetti attuativi. Si può certo sostenere che sono in alcuni casi troppo timide. Ma assieme affrontano uno dei freni principali alla mobilità sociale che tutti sostengono essere una priorità del Paese. Entrambe individuano il tema di restituire ai decisori (imprenditori, lavoratori, presidi e insegnanti) la responsabilità e la libertà di operare. La società, attraverso gli organi pubblici, recupera il dovere di misurare e valutare i risultati ottenuti. Non per punire ma per premiare chi ottiene migliori risultati e predisporre le tutele per chi resta indietro. Tutele però che richiedono una disponibilità a rimettersi in gioco. Risorse disponibili per chi vuole recuperare.

Il punto comune delle opposizioni ai due provvedimenti è la difesa della stagnazione. La difesa dei diritti acquisiti, il sostenere che va bene così e che servono solo più risorse economiche (come se il vincolo di bilancio fosse sempre un problema solo per gli altri), l’indisponibilità a definire una nuova governance dove gli attori accettano di giocarsi responsabilmente.

Il risultato di tali opposizioni è che pur volendo difendere delle categorie di lavoratori diventano lo schieramento conservatore che difende privilegiati contro esclusi. Il peggior mercato del lavoro e un sistema scolastico incapace di essere funzionale ai percorsi scuola-lavoro non possono essere bandiere di chi vuole dare un contributo a rimettere in moto il Paese.

Basta tutto ciò per individuare i possibili attori di un nuovo patto per lo sviluppo? Ritengo che le basi poste dalle riforme siano necessarie ma non sufficienti. La sfida che abbiamo davanti richiede anche una disponibilità umana, un’educazione, un “io” disponibile a cogliere le nuove opportunità e mettersi in gioco negli spazi nuovi che si aprono.

Sono molte le realtà che già lavorano in questo senso. Non è la politica che deve crearle. Alla politica è assegnato il compito di fare regole che le sostengano. Soprattutto saper sostenere chi è impegnato in percorsi educativi e culturali che hanno al centro questo “io” capace di rimettersi continuamente in gioco, senza paura di essere valutato. Così come Gramsci era contrario a un monopolio statale della scuola perché gli esclusi sarebbero stati capaci di dimostrare con loro scuole di essere in grado di promuovere nuove opportunità, dobbiamo scommettere su quanti già oggi nelle imprese e nel sistema scolastico vanno promuovendo nuove sfide educative e culturali.

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