RIFORMA PENSIONI 2015/ La flessibilità senza penalizzazioni (e senza oneri per lo Stato)

Una riforma delle pensioni che introduca flessibilità e staffetta generazionale è possibile. Anche diversamente dalle ipotesi circolate finora. Il punto di MARIO CARDARELLI

13.06.2015 - Mario Cardarelli
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Cosa c’è e cosa manca in termini d’informazione sulla posizione espressa da Tito Boeri nell’audizione presso la Commissione Bilancio della Camera dei Deputati? Interessante domanda. Ci sono valutazioni su quanto finora proposto, ma non tutte coerenti e non su tutto. Appare ancora lontana la possibilità di affrontare la problematica della riforma della Legge Fornero in modo lineare. Questo approccio può segnalare la presenza di uno strabismo e quindi la mancata focalizzazione del punto fisso e centrale finendo per problematizzare ulteriormente la stessa problematica, come ebbi occasione di scrivere nella lettera aperta al Presidente dell’Inps.

Chiedo scusa, ma la sensazione di disagio che provo è quella che si stia creando un pot-pourri pericoloso che richiede la rifocalizzazione necessaria ottenere una soluzione accettabile e sostenibile: una soluzione che tenda il più possibile ad avvicinarsi a una condizione di equità e che non generi scompensi finanziari tali da invalidare la portata riequilibratrice della riforma in essere oggetto della revisione. 

Per tale motivo vorrei riprendere i fili del discorso avviato con la lettera in una sorta di ideale continuazione della stessa, a seguito dell’audizione e prima di conoscere la proposta complessiva.

1) Si è detto che la staffetta generazionale è distorsiva. Commento: la riforma della Fornero in termini di revisione dell’uscita anticipata grazie alla flessibilità non nasce per garantire una sostituzione giovane-anziano con risparmio del costo del lavoro (che non è un fattore a sé stante, ma contribuisce alla determinazione del livello futuro dell’assegno), bensì, come già detto, ne costituisce il presupposto e l’inserimento dei giovani è il trade off. 

Ma quale staffetta generazionale? Quella con il candidato pensionabile in part time e del giovane in inserimento? Se è a questa che fa riferimento il professor Boeri, allora non si può non condividerne il giudizio. Se invece per staffetta generazionale s’intende il primo obiettivo per procedere alla revisione della Legge Fornero, siamo fuori fuoco e mi azzardo a pensare che a parità nominalistica non è a questa che si rivolge il Ministro Poletti. Si pensi, ad esempio, al sistema bancario che viene detto in procinto di espellere 20 mila unità entro il 2020. Se ne è parlato al convegno Abi dov’era presente lo stesso Boeri. In tale contesto l’uso dei fondi esodo come strumento utilizzato finora dalle banche come facilitatore apre degli spazi, solo se se ne modifica il meccanismo. A carico del fondo non andrebbe quindi la retribuzione attualizzata della futura pensione per 24/48/60 mesi più i contributi per arrivarvi, bensì il solo versamento dei contributi che fissati per un fattore moltiplicativo siano in grado di aumentare il montante. In questo modo si potrebbe raggiungere la soglia base integrata con l’età e permettere al lavoratore di andare in pensione in non più di 60 giorni. Poi il giovane entra se c’è spazio. 

Cosa accade in altri contesti/settori dove sono presenti o meno altri strumenti? La proposta Giovannini è una via, ma anche gli accordi contrattuali possono prevedere un’area previdenziale alimentata dalle dinamiche retributive e da quelle della produttività. In entrambi i casi lavorare alla riforma della riforma Fornero significa aprire due spazi di manovra correlati tra i quali la ricerca del punto di equilibrio non è cosa impossibile, anzi.

2) Si è detto che ogni proposta debba prevedere un taglio dell’assegno. Commento: perché un taglio e non invece un versamento supplementare? Un taglio piccolo che sia come quello della Damiano/ Baretta o della Quota 100 Damiano, o grande come quello previsto dal ricalcolo contributivo della “scuola Boeri” confermano che in ogni caso si tratta di due aspetti che penalizzano i percettori e in misura variabile il loro potere di acquisto scaricandolo come onere sulle casse dello Stato (eh sì, anche questa è macroeconomia!). 

Altro commento: chi l’ha detto che si debba sempre e solo essere penalizzati e in parallelo accusati di esporre – progressivamente – a un rischio inversamente proporzionale (minore è la penalizzazione, maggiore è l’onere pubblico) l’equilibrio finanziario acquisito dalle proiezioni? La critica a quest’ottica è duplice. Da una parte, non si ha veramente compreso il “core” del problema. Infatti, la flessibilità per funzionare, anche in proiezione, richiede volontarietà come principio generale. E su questo il contributivo è fortemente contestualizzato perché “lavora” in senso pro attivo e può favorire la riducibilità dell’esposizione personale alle crisi. Vedi caso esodati e le loro cifre, pari a quelle citate da Boeri come cifre stimate (e non previste) a regime. Dall’altra, se lo si è compreso, il “core”, allora l’ottica risultante è strabica. 

3) La flessibilità in uscita e quindi la pensione anticipata è vero che costa. Commento: ma da che lato? Quanto veramente costa se il calcolo contributivo non è un ricalcolo con direzione retroattiva ma è il “calcolo futuro per”? Non potrebbe supportare l’esempio del meccanismo del riscatto dei corsi di laurea traslato in termini contributivi pieni? Forse questi non appartengono a questo pianeta Terra? Perché e secondo quale principio, economico, statistico, attuariale, finanziario, ecc. il calcolo contributivo non può e non deve consistere nella determinazione da parte dell’Inps del montante dei contributi richiesti come versamento per uscire anticipatamente? Perché l’Inps non può proporre al Governo come materia di riflessione il fatto che per la pensione anticipata possano esistere montanti diversi fissati per soglie correlate all’età da raggiungere versando i contributi richiesti, conoscendo in parallelo l’importo della pensione che si prenderà? Oppure, se si vuole un montante totalizzato e correlato all’obiettivo assoluto dei soli 42 anni di contributi, se questi o altri anche inferiori vengano fissati e chiesti dal Governo?

Ritengo che questa via sia una via corretta da percorrere per far sì che chi decida di utilizzare questa flessibilità contribuisca comunque per parte sua all’equilibrio prospettico. Sarebbe la via per non essere additati come un untore solo perché esiste una platea che possa beneficiare ancora del retributivo pro quota? Mi si smentisca se questa è una penalizzazione! In verità è una maggiore onerosità. Il pensionando anticipato paga la sua scelta non perdendo e non ottenendo un minor potere d’acquisto (fosse ancora da peggiorare…), ma riallocando le sue risorse o utilizzando strumenti che il sistema economico e produttivo può mettergli a disposizione per raggiungere le soglie previste per beneficiare di questa flessibilità. 

Se poi il meccanismo è correlato alla gestione delle crisi settoriali, può esistere una riflessione progettuale dell’Inps per offrire strumenti o percorsi a chi per aree contrattuali non è coperto a livello di settore, a differenza di coloro che lo sono?

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