IL CASO/ Electrolux al lavoro a Ferragosto: operai ingrati o dirigenti taccagni?

- Gerardo Larghi

Lo stabilimento Electrolux di Susegana, in provincia di Treviso, resterà aperto anche a Ferragosto, ma la scelta ha scatenato non poche polemiche. Il commento di GERARDO LARGHI

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Vuoi vedere che alla fine la colpa di tutto è della Madonna? Certo, Lei, per quanto grande, non è ben messa in tema di compiti e impegni: oltre alle mille tribolazioni che le ha dato il figlio (tra i più scapestrati della Storia!) e alle preoccupazioni per quanto avviene quotidianamente su questa Terra, ecco che adesso le attribuiscono pure la responsabilità per i 1200 operai della Electrolux di Susegana, in provincia di Treviso, che si rifiutano di lavorare il 15 agosto.

Ovviamente per Lei la bella notizia sarebbe che i 1200 abbiano preso tale decisione dopo una riflessione sulla Sua figura, sul valore della Sua festività, o magari anche solo sull’importanza del riposo domenicale per tutti i lavoratori e le loro famiglie, ma temiamo che da questo punto di vista riceverebbe una brutta delusione. Infatti, mica hanno detto di no in Suo onore, ma, e almeno questo dovrebbe farLe piacere, nemmeno per la classica, e più prosaicamente laica, grigliata familiare di mezza estate.

Per capirne di più occorrerà però che si riassuma la vicenda in poche parole: l’Electrolux è un’azienda rilevata da un gruppo multinazionale svedese, che lo scorso anno era decotta e che oggi è in regime di “contratto di solidarietà”, vale a dire che è ancora assistita attraverso finanziamenti pubblici nella strada del riassesto e del rilancio. Nel corso di questi mesi le commesse sono effettivamente andate aumentando, grazie soprattutto a un tipo di produzione più tecnologica e meno desueta. All’orizzonte si intravede perciò una piccola luce di speranza. 

Ecco però che una decina di giorni fa i dirigenti hanno chiesto ai lavoratori di presentarsi in fabbrica anche a Ferragosto e qui si è scatenata la polemica tra i sindacati interni, e le tre grandi confederazioni, e l’azienda stessa. Polemiche legate alla Festa per la Madonna? Ma nemmeno per sbaglio: quel che si vede, e anche con una certa evidenza, è che si è creata una banale frattura tra un’azienda che intende sfruttare fino in fondo, e magari un po’ oltre, il contratto interno in essere, e i sindacati che invece spingono per una ridiscussione di alcuni aspetti dello stesso, e per nuove assunzioni.

Insomma, “xè question de sghei”, di “vil moneta”, in chiaro, un problema di salario aggiuntivo per la festività, che l’azienda non vuole concedere e che i sindacati invece chiedono. Alla Electrolux, infatti, gli accordi già prevedono 8 sabati lavorativi, per i quali c’è un compenso extra. Il dilemma ora è che, coincidendo il sabato con una Festività, i lavoratori vorrebbero vedersi riconosciuta un’indennità maggiorata, e invece l’azienda non intende agire in questa direzione.

Il problema quindi è sindacale e, purtroppo, per nulla religioso: la Madonna perciò potrà pure tirare un sospiro di sollievo perché questi sono argomenti cui già un sacco di gente dedica le proprie giornate, ma a noi tocca preoccuparci. Più in generale, infatti, c’è da chiedersi se la globalizzazione, le necessità della produzione manifatturiera, i nuovi meccanismi che sempre più fanno coincidere l’arrivo della commessa con la produzione, possano convivere con strutture comunque rigide come sono i contratti, con festività che in altre parti del mondo non ci sono e con abitudini e culture che comunque non giudicano impensabile lavorare anche durante periodi di tempo considerati “sacri” (e sacro ormai non è più nemmeno religioso: basti pensare alle polemiche per l’apertura dei negozi ogni 1° maggio). 

Siccome il lavoro sta divenendo sempre più, anzi quasi solo, una questione “de sghei”, il rischio è che laddove la fame, la voracità, le necessità umane, siano più alte, lì si produca a prescindere e si schiacci il lavoratore sul solo rapporto denaro-occupazione. Per contro tra le righe delle varie, e talora un po’ strambe, dichiarazioni che si sono accumulate sul caso Electrolux, l’impressione che emerge è che uno degli argomenti usati strumentalmente per far pressione sulla maestranze, sia stato quello della crisi aziendale: “Ma come, siamo in crisi e voi non volete lavorare il 15 di agosto, giornata che a noi svedesi non dice nulla?”. Operai ingrati e fannulloni o dirigenti miopi e taccagni? Oppure uno scontro salariale e poi anche culturale? 

Sta di fatto che si conferma che il problema di fondo è il rapporto tra i ritmi, le caratteristiche del lavoro che ognuno di noi è chiamato quotidianamente a compiere, e le esigenze del mercato: nessuna regola può sciogliere questo nodo. C’è, cioè, una domanda alla quale sfuggiamo, ma che ci attende dietro ogni angolo: come essere “signori” del lavoro e non “schiavi”, come definire i confini tra la libertà individuale e la necessità diffusa di tenere un livello di qualità della vita pari almeno a quello attuale? 

Lavorare il 15 agosto non è sfruttamento, tant’è che quel giorno un sacco di persone andranno in produzione o assicureranno servizi di pubblica utilità. Ma, domandiamoci, se non è un giorno come gli altri, perché non pagare di più? E più in generale, perché al rilancio produttivo, e il tema riguarda tutta l’Italia, non si appaia ancora (o almeno non ancora abbastanza), l’incremento occupazionale? Non è che per caso l’imprenditoria italiana non ha ancora capito che si lavora meglio (e di più) quando si lavora bene, cioè si è soddisfatti? E anche “San Matteo Renzi” con i suoi sostegni economici non potrà salvare quelle aziende i cui padroni non hanno ancora fatto i conti con le novità del dopo-crisi o che ancora scambiano la Grande Depressione di inizio Terzo Millennio con il proprio umore nero per i minori guadagni personali.

Forse, quindi, dovrebbe davvero far riflettere tutti quanto avvenuto in provincia di Forlì durante la canicola estiva, con l’improvvisa astensione dal lavoro dell’80% dei dipendenti: chiedevano semplicemente temperature meno elevate in fabbrica, più pause e orari ridotti. Cioè chiedevano di lavorare sì, ma in condizioni più umane.

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