JOBS ACT/ Le “fregature” della riforma che nessuno dice

- Paolo Annoni

Mentre si discute dei numeri sballati sui contratti di lavoro, dice PAOLO ANNONI, vengono incredibilmente ignorate due conseguenze devastanti del Jobs Act

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La roulette sul numero vero dei nuovi contratti post-Jobs Act è arrivata sulle pagine dei giornali dando l’impressione a noi “non esperti” che ormai sia un tema per scommettitori, al punto che quasi non ci stupiremmo di trovare il numero quotato su qualche sito di “betting” online. Nell’ormai ampia letteratura prodotta sul nuovo contratto a tempo indeterminato non riusciamo però a eliminare una certa sensazione di smarrimento e personalmente non ci capacitiamo del fatto che quasi nessuno, o proprio nessuno, non si sia ancora alzato a dire che il “re è nudo”.

Già il termine “contratto a tempo indeterminato” sembra il primo esempio reale di bispensiero venuto direttamente da 1984 di Orwell: insieme a “pace è guerra” o “libertà è schiavitù”, oggi abbiamo deciso di chiamare indeterminato un contratto che è a tutti gli effetti un buon, forse, contratto a tempo determinato. Così è entrato nel linguaggio comune un’espressione, nuovo contratto a tempo indeterminato, che non ha riferimenti nella realtà; dire indeterminato è sicuramente più rassicurante, ma la verità è che il vecchio contratto indeterminato è scomparso per sempre.

Se abbiamo fatto i conti bene, dopo cinque anni di lavoro in una società x con il nuovo contratto si può essere lasciati a casa con cinque mesi di stipendio e poi ci sarebbero gli ammortizzatori che verranno (prossimamente e sempre Europa, economia e debito statale permettendo), ma che adesso non ci sono. Questo sarebbe il “nuovo indeterminato”. Vogliamo però sottolineare due conseguenze pratiche del “nuovo contratto” incredibilmente ignorate.

La prima è questa: l’introduzione del Jobs Act ha da subito aumentato, e di molto, il potere negoziale del datore di lavoro nei confronti del lavoratore. Oggi un lavoratore con, per esempio, vent’anni di esperienza realizza che cambiare lavoro significa accettare una perdita secca molto consistente in termini di sicurezza. Conosciamo benissimo le teorie illustrate da professori universitari, esperti del ministero e parlamentari, e cioè che la crescita professionale è la migliore scommessa nel lungo periodo, ma la realtà dei fatti, anche in eccellenti imprese private, è che le ristrutturazioni avvengono con criteri randomici (spesso fatte da consulenti esterni che non sanno nulla e tantomeno in poche settimane riescono a distinguere “lazzaroni cronici” da lavoratori) e che le crisi imponderabili degli ultimi anni ti avrebbero mandato a casa proprio nel momento in cui non avresti mai voluto andarci perché le porte in ingresso magari si chiudono per 12/18 mesi.

Il caso del lavoratore iper-qualificato o iper-ricercato è una minoranza assoluta. Smettere di fare un certo lavoro per 12/18 mesi significa spessissimo smettere di farlo per sempre; ovviamente tralasciando i ridicoli ammortizzatori attuali. A 30/35 anni ovviamente poi è un conto, ma a 45/50 significa andare fuori dal mercato. Ci consola pochissimo il fatto che “prossimamente”, in un futuro nebbioso e indefinito, verranno introdotti veri ammortizzatori e strumenti di ricollocamento.

La conseguenza è che già oggi il datore di lavoro sa che il lavoratore molto più difficilmente cambierà lavoro e che quindi avrà da subito un potere negoziale di molto inferiore. Respingiamo da subito un’altra obiezione teorica: il nuovo contratto essendo più flessibile “ha attaccato” da subito uno stipendio più alto. È una teoria molto bella e affascinante che però si applica in un Paese che arriva da otto anni di recessione, con una disoccupazione a due cifre in un sistema industriale che a fatica compete con sistemi estremamente più efficienti con molte meno tasse e molti meno diritti. Nessuno offrirà aumenti consistenti in questa fase, a meno che per i lavoratori iper-qualificati e ricercati di cui sopra. La conclusione è che ci hanno perso molto sia i lavoratori futuri che quelli attuali.

Nessuno vieta la contrattazione ad hoc di tutele migliori nel nuovo contratto, ma a questo punto perché non prevedere per le imprese che vogliono la possibilità di concedere ancora il vecchio contratto? Non si può ovviamente, perché altrimenti tutti gli effetti del Jobs Act, in termini di compressione del potere contrattuale del lavoratore, finirebbero; l’impresa A che decide di offrire il vecchio contratto a parità di prezzo spiazzerebbe completamente l’impresa B nel reclutamento dei talenti/lavoratori migliori o più affidabili.

La seconda enorme questione è questa: tutto quello di cui sopra non si applica al settore pubblico. Le ipertutele del contratto pubblico che danno vita a ingiustizie incredibili che finiscono sui giornali un giorno sì e l’altro pure e che consentono di bloccare la capitale del Paese perché si vogliono introdurre i tornelli non solo non finiscono ma rimangono. La differenza tra lavoratore privato e lavoratore pubblico diventa enorme creando una classe di iper-tutelati in un mondo di bassissime tutele. La conseguenza evidente è che il contratto pubblico oggi è molto più attraente di quello privato di quanto lo fosse sei mesi fa; il mito del posto fisso statale diventa inamovibile sia perché sette anni di crisi hanno lasciato il settore pubblico completamente al riparo, anche di fronte a amministrazioni fallite e inutili e anche di fronte a casi incredibili di disservizi e inadempienze, sia perché quello che offre in termini di tutela diventa impareggiabile.

Qualsiasi persona che a dicembre fosse stata indecisa tra un ipotetico posto pubblico o privato oggi si fa passare con una bella doccia fredda qualsiasi pensiero strano. Nelle regioni con economie “meno performanti” le conseguenze saranno ancora più marcate perché il posto fisso pubblico diventa una vera terra promessa e un “bunker” che resiste contro qualsiasi crisi e irresponsabilità personale o manageriale. Tra dieci anni assisteremo a dipendenti privati in fila ai concorsi pubblici semplicemente nel tentativo di migliorare la propria posizione lavorativa.

Questo sarebbe il Jobs Act che dovrebbe rilanciare l’economia italiana fatta ormai di imprese private che dopo sette anni di crisi e pressione fiscale record hanno già sviluppato anticorpi contro quasi qualsiasi malattia finanziaria ed economica e un’amministrazione pubblica inefficiente, autoreferenziale e iper-burocratica. In compenso sul mercato del lavoro è calato un gelo che ha bloccato tutto, anche quel poco di mobilità che c’era nei settori industriali migliori. Che tocchi a noi dire tutto questo è la cosa più incredibile.



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