LAVORO/ Se il Bingo (per ora) funziona meglio del Jobs Act

- Gerardo Larghi

In provincia di Piacenza, una donna di 42 anni ha vinto un contratto di lavoro da quattro mesi come premio alla tombola del suo paese. Il commento di GERARDO LARGHI

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Trovare un lavoro in Italia è questione di fortuna, oppure di raccomandazione. Quante volte l’abbiamo detto o quante volte ce lo siamo sentiti ripetere? Troppe in relazione alla realtà effettuale, poche in relazione al fatto che comunque la spintarella ancora esiste e ci sono davvero professioni che sembrano destinate a trasmettersi di generazione in generazione dentro certe famiglie. Almeno fin quando qualche pecora nera non arriva a interrompere il tutto.

Ora c’è una terza variabile. Si può trovare lavoro grazie alla tombola, come è capitato in provincia di Piacenza a una ancora giovane signora, ha 42 anni, sposata, con alle spalle un passato da gestrice di un chiosco di giornali. Sembra uno scherzo. In apparenza anzi parrebbe un fatto che riguardi più il costume che non l’economia, e che richiederebbe un commento salace, di quelli ironici, in punta di penna. Invece no, il fatto è dannatamente serio e non rappresenta per nulla, solo che ci si rifletta, un evento simbolico. O almeno è simbolico solo nella misura in cui è assurto all’onore delle cronache e per quel tanto che basta per divenire esemplare.

In effetti il profilo della vincitrice (a proposito: complimenti di cuore!) è significativo e rappresentativo di una larga fascia del mercato del lavoro italiano. Donna, sposata, con figli piccoli ma non piccolissimi, alle spalle anni di un’occupazione in apparenza non più replicabile. Studi lontani nel tempo, almeno quel tanto che basta per non essere più facilmente spendibili. Quindi professionalità limitata, di contro ad abilità e capacità indubbie ma non sempre definibili in un diverso contesto sociale e aziendale. Insomma, una signora che, almeno a giudicare da quel che si riesce a leggere, certamente sa fare moltissime cose, ha larghe competenze, ma nessuna di esse certificate da un “pezzo di carta”. Come ricollocarla dunque? A chi dovrebbe rivolgersi? Chi aiuta, lei e le altre come lei, a rientrare nel mercato del lavoro?

Dall’altro capo del filo un’azienda italiana, un salumificio per la precisione, che ha ancora bisogno di lavoratori generici, di “tutto fare” armati di buona volontà, di disponibilità personale. Il punto quindi è tutto qui: chi ci pensa a far incontrare queste due esigenze? I Centri di collocamento? Magari, ma troppi tra loro somigliano a “gatti che non pigliano i topi” come si diceva una volta. Le agenzie interinali? Certo, sono una risposta, ma anche tra loro molte sembrano orientarsi soprattutto verso i mercati davvero redditizi, quelli delle professioni medio alte, dei colletti bianchi, dei dirigenti. 

Chi altri allora? Una volta (s’intenda: “nell’era in cui Berta filava”), erano il passa-parola, il parroco, il farmacista, il vicino di casa. Poi fu il momento dei giornali, delle paginate di annunci, infine fu internet. Ma in fondo non erano che le varianti cronologicamente diverse della solita, inesauribile, “fortuna”.

Perché, ripetiamolo, uno dei problemi del mercato del lavoro, o almeno di quello italiano, è sempre stato come far incontrare la domanda con l’offerta. Anche nel pieno della crisi, d’altra parte, in Italia imprese, aziende, negozi, cercavano personale: pur in quantità inferiore al numero dei posti che la crisi stava divorando, ma anche tra 2008 e 2013 da noi esistevano aziende che avevano bisogno di coprire posti. Come fare allora?

Precisiamo: è un problema per il quale non esiste una soluzione unica, un’unica risposta, un uovo di Colombo. D’altra parte non esistono uova di Colombo per problemi complessi, o almeno non esistono nella realtà. Forse esistono nella testa di qualche folle sognatore, ma la realtà è assai più dura della loro cervice. 

La soluzione, dicevamo, ha da essere pluricomposta. I Centri di Collocamento, certo, magari rivisitandone finalità e organizzazione in chiave di controllo e orientamento. Le società interinali: magari obbligandole a concentrarsi sul collocamento più che sulla formazione, o legando quest’ultima a parametri di rendimento più certi e meno aleatori: in pratica obbligando queste società interinali a trarre la gran parte dei profitti non dai corsi di formazione o dai voucher che lo Stato nelle sue diverse articolazioni elargisce ai disoccupati e agli inoccupati, bensì dall’effettivo collocamento sul mercato delle persone. Come peraltro già avviene per le più serie tra loro.

Infine puntare sugli Enti bilaterali, cioè su quelle agenzie nelle quali imprenditori e lavoratori agiscono insieme per affrontare le problematiche di un determinato settore produttivo. Già oggi questi Enti, autonomi finanziariamente, sono autogestiti dalle controparti sociali, e quindi non costano nulla alla collettività, ma molto fanno e molto aiutano in termini di assistenza, mutualismo, formazione, consulenza, sicurezza sul lavoro. Domani potrebbero anche diventare un ulteriore serio interlocutore per tutti coloro che in un dato comparto hanno bisogno di ritornare a formarsi, di ricollocarsi, di riprendere un cammino professionale interrotto per mille e un motivo. Qualche esempio, in questo senso, già esiste: a Como, per citarne solo uno, è un compito che si è assunto, ancora embrionalmente per la verità, l’Ente bilaterale del Commercio. L’interesse delle imprese è avere sempre pronto personale adeguato e avere certezze sul percorso di formazione che il personale ha seguito, l’interesse dei sindacati è quello di finanziare la formazione e il ricollocamento di disoccupati. L’interesse dello Stato è che la società civile si organizza, si dà risposte, non affida alla fortuna, dea bendata per eccellenza, il futuro di ognuno di noi.

Tutti contenti dunque? Forse no. Forse gli organizzatori delle riffe paesane avrebbero qualcosa da ridire. Ma non si può proprio accontentare tutti quanti a questo mondo.

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