RIFORMA PENSIONI 2015/ La vera “flessibilità” che vale più del Ddl Damiano

- int. Daniele Cirioli

Per DANIELE CIRIOLI, serve una proposta base, di filosofia, per una vera riforma delle pensioni. Il problema sta qua: avremmo bisogno di un ripensamento generale del sistema

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“Il ddl Damiano è una soluzione tampone, non una proposta base, di filosofia, per un sistema previdenziale da reinventare. Il problema sta qua: viviamo in un clima di costante emergenza, mentre avremmo bisogno di un ripensamento generale del sistema pensionistico”. E’ la riflessione di Daniele Cirioli, ricercatore, scrittore ed esperto di tematiche legate al lavoro e alla previdenza.

Cesare Damiano ha proposto la cosiddetta Quota 41 per i lavoratori precoci: con 41 anni di contributi, potranno andare in pensione senza penalizzazioni a prescindere dall’età. E’ la soluzione giusta?

Sì, mi piace la proposta Damiano di fissare a “41 anni di contributi” il minimo per la pensione senza vincolo di un’età anche se non coincide con la mia idea di previdenza; mi piace meno, però, come soluzione al problema occupazionale.

Perché allora è una proposta che le piace?

Mi piace perché dà ai lavoratori una variabile certa circa la propria vita lavorativa (familiare): sapere che dopo un certo numero di anni si potrà smettere di lavorare. In questo modo la persona torna attore (“al centro”) della vita, potendo decidere i propri tempi e interessi, svincolandosi per queste decisioni da quella delega in bianco oggi in mano allo Stato.

Che cosa cambia in concreto con la proposta Damiano?

La proposta Damiano ci riporta a prima della riforma Fornero: c’erano i famosi “40 anni” a fissare il periodo massimo di lavoro, che si traducevano in pratica in 41 e 6 mesi di lavoro per via delle finestre di pensionamento (un espediente che spostava in avanti di 18 mesi l’epoca effettiva di percezione della pensione). Oggi, con l’automatismo della “speranza di vita” – per cui periodicamente requisiti della pensione (l’età, in particolare) vengono adeguati alla probabilità di vita delle persone – nessun lavoratore, al momento di iniziare a lavorare, può farsi un’idea di quando potrà smettere.

E quindi?

Di conseguenza poco (niente) può decidere della sua vita, trovandosi completamente avvinghiato nelle maglie legislative dello Stato. Così, se oggi e fino alla fine dell’anno bastano 42 anni e 6 mesi (41 anni e 6 mesi le donne) per mettersi a riposo con la pensione anticipata (ex pensione d’anzianità), dal prossimo 1° gennaio serviranno 4 mesi in più: 42 anni e 10 mesi (41 anni e 10 mesi le donne). Questo perché l’anno prossimo si applicherà l’automatismo della “speranza di vita” e tutti i requisiti per la pensione saliranno di 4 mesi; poi l’automatismo si applicherà di nuovo nel 2019 e poi ancora ogni due anni.

Perché prima ha detto che la proposta Damiano non la convince come “soluzione” al problema occupazionale?

Perché è una soluzione tampone, non una proposta base, di “filosofia”, per un sistema previdenziale da reinventare. Il problema sta qua: viviamo in un clima di costante emergenza e ogni proposta, qualunque idea di riforma, sopraggiunge sempre e soltanto in veste di “soluzione giusta” per un problema. Finché avremo un problema da risolvere, contingente e impellente, non si potrà mai decidere per il vero bene dei cittadini (ma appunto per risolvere quel problema).

E quindi?

La proposta Damiano arriva per risolvere il problema di uno scarso turnover dei lavoratori nelle aziende. Il ragionamento mi pare sia questo: si va in pensione più tardi, dunque il ricambio dei lavoratori – la staffetta pensioni-assunzioni – tarda a venire; pertanto, accelerando il pensionamento si procurerà di conseguenza un incremento delle assunzioni. Del resto, la proposta Damiano non è “strutturale”, cioè valida per sempre, ma solo per cinque anni, dal 2016 al 2021.

Di che cosa ci sarebbe bisogno invece?

Quello di cui abbiamo bisogno oggi è di un ripensamento generale del sistema previdenziale, pensionistico, non di soluzioni tampone che sono soltanto dei palliativi. Potrei portarle come esempi gli ultimi 20 anni di riforme, dalla Dini del 1995 alla Fornero del 2012: ogni volta c’è stato giurato di aver messo finalmente i conti a posto.

 

E invece?

Invece stiamo ancora a parlare di pensioni, senza aver mai accantonato l’argomento in tutto questo tempo. Chi ha iniziato a lavorare 20 anni fa aveva davanti a sé un orizzonte di vita che gli è stato completamente stravolto in questi anni di riforma. Anche in questo vanno ricercate le ragioni di un pessimismo dilagante, del periodo di depressione (in tutti i sensi) dal quale non riusciamo a venir fuori (tant’è che la “parola” dello Stato non vale niente e nessuno si fida più di nessuno).

 

Cos’è questo ripensamento del sistema di cui ci sarebbe bisogno?

Bisognerebbe avere lo stesso coraggio mostrato con il Jobs Act: rivoluzionare regole e principi, ormai superati e stantii. A cominciare da una netta separazione tra “assistenza” e “previdenza”, con una rivisitazione dell’art. 38 della Costituzione. Fatto ciò, occorrerebbe poi liberalizzare la previdenza: i lavoratori devono diventare artefici della propria pensione. Devono poter far da sé: decidere quanto versare di contributi, quanto tempo lavorare e con quale assegno campare nella vecchiaia. Oggi, invece, accade che in queste decisioni è lo Stato a sostituirsi ai cittadini; è la legge, infatti, che stabilisce quanto pagare di contributi, quanto tempo stare al lavoro e l’importo della pensione. E tutto ciò in nome di un vincolo “solidaristico” tra persone peraltro appartenenti a diverse generazioni, lontano mille miglia dal vero principio di solidarietà. L’etica non può stare fuori dalle decisioni di governo.

 

Quale soluzione propone invece per quanto riguarda i mestieri usuranti?

Sono dell’idea che esiste una profonda differenza tra me, quando avrò 70 anni, e sarò ancora pagato per scrivere articoli dietro una scrivania, e un muratore cui alla stessa età è ancora chiesto di salire su un impalcatura per gettare un solaio nel mese di agosto. Esistono degli sconti: i fortunati riescono a mettersi a riposo con 35 anni di contributi a poco più di 61 anni d’età (con una pensione sicuramente più scarsa) e, probabilmente, a quest’età si hanno ancora le forze per resistere al caldo torrido sulle alture di solai e tetti.

 

Ma solo perché lo stabilisce una legge dovremmo dare per certo che a 61 anni uno si senta abile e capace di scalare ponteggi?

No, non mi convince. La soluzione perciò è la stessa: la liberalizzazione delle pensioni. Una liberalizzazione completa nel senso che indicavo prima, dove cioè i lavoratori devono poter decidere “quanto e quando” (“quanto” pagare di contributi e “quando” pensionarsi) anche in funzione delle proprie “forze” perché, fortunatamente, non siamo tutti uguali e frutti di un unico cliché (come ci tratta, invece, lo Stato).

 

Con gli esodati siamo arrivati alla settima salvaguardia. Il problema può considerarsi definitivamente risolto?

Sono dell’idea che si tratti di un “problema” che non è mai esistito. Quando cambiano le regole, il cambiamento deve valere per tutti. Non riesco a giustificare in alcun modo le deroghe per alcuni, soprattutto quando la conseguente differenza di trattamento debba valere soltanto sul versante dei benefici (anticipo accesso alla pensione) e non anche su quello dei costi. Soluzioni del genere contribuiscono soltanto a creare e marcare ulteriormente differenze e distanze tra fortunati e sfortunati, tra coloro che fruiscono di un regime pensionistico di favore (i meno giovani) e coloro che sopportano per intero il costo di quei favori (i giovani). Anche in questo caso la soluzione è la stessa: la liberalizzazione delle pensioni. Le faccio notare che le domande che mi ha posto riguardano tre proposte di soluzione per tre distinti problemi della previdenza: segno del fatto che in tutti questi anni ci hanno illuso di aver risolto i problemi con le varie riforme e che, invece, occorrerebbe rivoluzionare il sistema.

 

(Pietro Vernizzi)

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