RIFORMA PA/ Così “l’annuncio” può trasformarsi in realtà

- Massimo Ferlini

La riforma della Pa, spiega MASSIMO FERLINI, deve essere più della “caccia ai fannulloni” annunciata da Renzi per essere riconoscibile e apprezzata dai cittadini

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Marianna Madia (Infophoto)

Licenziabili in 48 ore. L’annuncio con cui il Presidente del Consiglio ha presentato le decisioni del consiglio dei Ministri sui decreti attuativi della riforma della Pubblica amministrazione ha come sempre destato molte polemiche. Renzi ha, come più volte già fatto, sintetizzato in un messaggio diretto ai cittadini l’aspetto di vita quotidiana che cambierà con l’avvio della riforma.

Sono importanti i decreti relativi alla digitalizzazione, come pure quelli relativi all’accorpamento e chiusura delle società pubbliche. Ma questi sono temi che non influiscono sulla vita quotidiana dei cittadini. Sapere invece che anche nella Pa entreranno in vigore norme che per chi lavora nel privato sono già prassi quotidiana viene visto come rivalsa verso le tante angherie subite nel corso degli anni in tanti uffici pubblici. Per questo, anche se la misura annunciata risulta poco credibile (solo circa il 50% degli intervistati in un recente sondaggio), risulta però approvata in modo plebiscitario (oltre l’80% degli intervistati).

L’annuncio è sicuramente semplicistico. Come spesso accaduto ha però il pregio di dare un messaggio politico innovativo: vogliamo fare riforme che incidano immediatamente sul funzionamento dei servizi pubblici. Ogni riforma dovrebbe per questo contenere non solo indirizzi di cambiamento che si vedranno negli anni, ma cambiamenti verificabili immediatamente. Già il giorno dopo la pubblicazione del testo dei decreti, i cittadini devono essere in grado di valutare che qualcosa è cambiato. Questa è la garanzia offerta per sostenere che la riforma ha colto nel segno e che esplicherà tutti i suoi effetti positivi negli anni a venire.

Le critiche arrivate da sindacati e opposizione sono da questo punto di vista suonate come conservatrici. Dire che quanto proposto è già possibile, che è mancata la volontà di applicare le norme già esistenti, che questo è un modo per non affrontare i problemi veri non comunica niente ai cittadini. Diventa una difesa dello status quo che non coglie le domande di cambiamento che vengono da più parti.

La questione del trattamento dei lavoratori della Pa si presta però a due osservazioni più generali. La prima è stata già posta con la consueta lucidità da Bonanni proprio su queste pagine. Il Jobs Act ha introdotto nuove regole e molti giuristi ritengono che valgano anche per i dipendenti pubblici. Se si voleva continuare sulla strada aperta dalla riforma del mercato del lavoro sarebbe stato meglio chiarire i dubbi di chi sostiene che ci vogliono regole diverse e uniformare diritti e tutele per i lavoratori del pubblico e del privato. Bene chiarire le responsabilità dei dirigenti pubblici troppo spesso conniventi, ma nel solco della disciplina unica avviata dal Jobs Act. Tale impostazione avrebbe inoltre chiarito ulteriormente che anche i processi di mobilità avranno procedure e percorsi simili.

La ristrutturazione e accorpamento previsti per imprese partecipate e per servizi pubblici obsoleti, senza una forte procedura di mobilità organizzata, portano a previsioni di licenziamenti che non sono tollerabili. Sappiamo invece che molte delle inefficienze della Pa vengono da una iniqua distribuzione degli occupati. Dare certezza che, pure in presenza di chiusure di uffici, vi sarà un processo guidato dagli stessi principi dei nuovi servizi al lavoro (contratti di rioccupazione) e di una mobilità da posto a posto di lavoro, faciliterebbe il superamento di molti scogli che si presentano per l’attuazione effettiva della riforma.

Il secondo punto è l’efficacia stessa delle riforme avviate. Lo spirito degli annunci renziani è di porre al centro gli interessi degli utenti nella realizzazione dei processi riformatori. La realtà ci rimanda spesso a procedure attuative che contraddicono non solo l’annuncio, ma anche gli obiettivi della riforma stessa. C’è bisogno di una riforma dei processi legislativi per far sì che le procedure siano immediatamente esecutive e conseguenti agli obiettivi riformatori annunciati.

La riforma della Pa sarà riconoscibile e apprezzata se i cittadini coglieranno di essere tornati soggetti attivi verso i servizi che chiedono. La punizione per i fannulloni è solo la premessa di questo obiettivo. Le procedure attuative perché torni la cultura di una Pa al servizio dei cittadini sono da curare e attuare con il massimo impegno, altrimenti 4 licenziati a Sanremo saranno solo un caso clamoroso e non l’annuncio di una svolta.

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