SINDACATI E POLITICA/ La “staffetta” che aiuta il lavoro

I corpi intermedi, come le confederazioni sindacali e quelle imprenditoriali, spiega FIORENZO COLOMBO, devono in parte riorganizzarsi rispetto ai cambiamenti in atto

18.12.2016 - Fiorenzo Colombo
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Il dibattito politico-istituzionale è oggi totalmente assorbito dalla nascita del nuovo Governo: occhi puntati su Roma, focus su finanza ed economia, in particolare nelle sedi Ue e nelle Borse, dati statistici e altro. Il rischio è che, pubblicamente e nei media, sfuggano altre dinamiche sociali (e in parte di valenza economica) che nella vita quotidiana delle persone hanno altrettanta importanza, in qualche caso risolutive o comunque decisive per tirare avanti il “carretto della vita” e opportunamente segnalate dal Censis che, ogni anno ai primi di dicembre, fotografa le diverse tendenze in atto nella società italiana.

Sono chiavi di lettura importanti, non adeguatamente studiate e assimilate dalle forze sociali e politiche, dalle istituzioni centrali e locali, dai media e dai messaggi sui social, in quanto le scadenze di fine anno incombono e gli inizi del nuovo coincidono con l’abbandono e la dimenticanza di ciò che viene generato negli ultimi 30 giorni dell’anno passato.

Il Censis ci dice che continuano a vivere “ostinatamente” tante Italie che non fanno rumore: milioni di persone che tutti i giorni vanno a lavorare, a studiare, a integrare bisogni di cura e di welfare in modo nascosto e gratuito (i nonni), che aspettano treni e autobus in ritardo perenne, che fanno code di ore per una manciata di chilometri in tangenziali sempre intasate, che vanno in tante chiese (capannoni compresi) a pregare il proprio Dio, che sanno cosa significa la parola dialogo perché si confrontano e si relazionano con persone diverse per sensibilità, colore della pelle, censo, in ascensore, al bar per il veloce caffè, in mensa.

Nel dare alla politica ciò che gli spetta ovvero alcuni primati per la gestione del potere di decisione sulle regole della convivenza, ad altre realtà sociali dovremmo dare la scossa, come possibilità di riprendersi dal galleggiamento, per essersi sedute sugli allori: occorrerebbe dire “sveglia, il Cnel non è stato abolito dal referendum, ma dal Paese reale Sì”! Mi riferisco ai sindacati tutti ovvero a tutte le realtà organizzate per la rappresentanza degli interessi e sono tante, essendo tanti gli interessi in gioco in una società mediamente vivace e non del Terzo mondo; interessi positivi, che generano lavoro, ricchezza, innovazione, esportazione, risposta a bisogni vecchi e nuovi, educazione. 

Le varie Conf…(industria, commercio, agricoltura, servizi, artigianato, ecc.), generali, territoriali, locali ma anche degli innumerevoli settori agiscono in molteplici dimensioni: sono un esempio i produttori di ombrelli, cere e lumini, bottoni, grafici, profumi e detergenti, cartai, panificatori, penne e spazzole, logistica e potremmo andare avanti con centinaia di associazioni di comparto e segmenti produttivi, un insieme organizzato per dare rappresentanza collettiva alle imprese, al sostegno all’export, nell’assistenza al credito, nell’organizzazione di fiere ed esposizioni, alcune di caratura internazionale come L’Artigiano in Fiera.

Queste associazioni, assistite dalle confederazioni-madri, stipulano i contratti di lavoro con i vari sindacati dei lavoratori (aderenti alla ben nota triplice, ma non solo a essa): contratti diversi per costi del lavoro diversi, per molteplici modi di lavorare (orari, turnazioni, feste e ferie comprese, ecc.), per professionalità che, nonostante la tecnologia, contengono conoscenze e competenze differenti (con buona pace di tutti, infermieri e macchinisti del Frecciarossa non c’azzeccano).

Sono questi i “famosi” corpi intermedi (e molti altri, comprese le associazioni laiche e religiose delle scuole e della sanità, ad esempio) che devono reinventarsi nel modo di parlare alle tante Italie descritte dal Censis e che, in parte, anch’essi organizzano: rappresentare con linguaggi adeguati e corrispondenti alle tante generazioni presenti, nuove risposte collettive ai bisogni emergenti (sempre in cima lavoro e reddito), strumenti di relazione veloci e incisivi, rotazione negli incarichi e nelle forme di rappresentanza stesse (non si sta a vita, altrimenti si diventa una burocrazia, volenti o nolenti).

Ad esempio (e non me ne vogliate), recentemente la Cisl ha predisposto un’associazione, denominata “vIVAce”, che sta lanciando il proprio programma di aggregazione e tutela dei lavoratori free lance, degli autonomi non strutturati, quelli che si incontrano nei coworking dedicati e non (nelle grandi stazioni dei treni, ad esempio), quelli che da casa e in luoghi remoti si occupano di web e di ciò che ruota attorno e moltissime altre figure. Mi ha colpito questa innovazione organizzativa perché l’idea e la sua strutturazione sta avvenendo a cura di un gruppo misto e integrato di diverse figure: da giovani professionisti a sindacalisti trentenni dei settori atipici (somministrazione di lavoro, ad esempio), da rappresentanti di altre organizzazioni collaterali a studenti universitari. 

Questo ci fa dire che c’è un tempo per tutto, compreso l’avvicendamento di sindacalisti e professionisti della negoziazione che, finito il loro mandato, dovrebbero lasciare spazio ai giovani e sostenerli nel loro sviluppo, al massimo mettersi al loro servizio solo se richiesti: ne ho conosciuto alcuni, forse pochi, ma ciò mi fa ben sperare.

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