RIFORMA PENSIONI 2016/ Brambilla: altro che pensioni di reversibilità, mettiamo “sotto controllo” la spesa assistenziale

Per ALBERTO BRAMBILLA, la spesa previdenziale è ormai sotto controllo, mentre quella assistenziale sta esplodendo. Bisogna tenerne conto quando si parla di riforma delle pensioni

17.02.2016 - int. Alberto Brambilla
povero_mendicante_elemosina
Un mendicante

Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha smentito che vi sarà qualsiasi intervento sulle pensioni di reversibilità. La polemica era stata sollevata nei giorni scorsi in quanto un passaggio poco chiaro nel ddl sul contrasto alla povertà faceva pensare a misure di questo tipo. Il governo, però, per bocca di Poletti, ha fatto sapere che “è una polemica infondata, la proposta lascia intatti tutti i trattamenti in essere. Per il futuro non è allo studio nessun intervento sulle pensioni di reversibilità, la delega si propone il superamento di sovrapposizioni e situazioni anomale. Il governo vuole dare e non togliere”. Per Alberto Brambilla, esperto di pensioni ed ex sottosegretario al Welfare dal 2001 al 2005, «resta il fatto che il sistema pensionistico inteso come spesa previdenziale è ormai sotto controllo, mentre la parte assistenziale sta esplodendo e ormai ha superato il 60% della spesa pensionistica».

Brambilla, ritiene necessari dei ritocchi alla parte assistenziale della previdenza?

Il 17 febbraio (oggi, ndr) presenterò al governo un rapporto sul sistema previdenziale italiano alla presenza di quattro o cinque ministri. Il sistema pensionistico inteso come spesa previdenziale è ormai sotto controllo, nel senso che le regole che amministrano questo mondo sono ormai fissate e anche in alcune parti molto rigide. La parte assistenziale invece sta esplodendo, nel senso che ormai ha superato il 60% della spesa pensionistica e non è sostenibile nonostante l’introduzione dell’Isee, cioè dell’indicatore della situazione economica complessiva del soggetto.

In che modo ritiene che si debba intervenire sulla parte assistenziale?

È evidente che una volta completata la riforma del sistema previdenziale, che andrà perfezionata con la reintroduzione della flessibilità in uscita, il passo successivo è riorganizzare la parte assistenziale. Tutto questo non deve avere alcun riflesso sul sistema pensionistico. Semplicemente bisogna rivedere e riaggregare tutta quella spesa assistenziale che oggi ha tante voci di uscita.

In che senso è necessaria una riaggregazione?

Non essendoci un conto nazionale unico relativo ai diversi soggetti, è possibile che la stessa persona prenda un’integrazione a livello centrale da Inps o Inail e riceva poi un’integrazione a livello comunale. Il vero tema è unificare il casellario dell’assistenza, che esiste presso l’Inps, attraverso una centralizzazione che vige già in tutti gli altri Paesi.

Come funzionerebbe il casellario unico dell’assistenza?

Prima di assegnare un sussidio o uno sgravio, gli enti pubblici devono entrare in collegamento tra loro in modo da sapere se i soggetti hanno una reale esigenza. In questo modo è possibile selezionare bene la spesa e assegnarla effettivamente a chi ha bisogno. L’Europa ci dice che siamo molto disorganizzati anche su questo fronte.

Secondo lei, si interverrà sulle pensioni in sede di ddl sul contrasto alla povertà?

Bisogna innanzitutto capire a chi destinare i fondi per il contrasto alla povertà e quali sono le diverse categorie. Il contrasto alla povertà è dedicato all’intera popolazione, e quindi il primo passaggio che è fondamentale in ogni sistema che si rispetti è accertare chi ne abbia diritto. Nel Regno Unito per esempio c’è il cosiddetto “Means test”, cioè la prova dei mezzi.

 

E in Italia?

In Italia abbiamo dei soggetti maggiorenni che sono sconosciuti al Fisco, e dovremmo convocare queste persone per capire con quali mezzi vivono. Non è pensabile che ci siano dei soggetti che sono sconosciuti o che dichiarino da 15 anni un reddito da 1000-1.500 euro, o che a volte hanno redditi negativi come capita dall’esame della dichiarazione Irpef 2014. Occorre quindi capire bene qual è la reale situazione, perché la metà dei cittadini risulta sotto questa soglia.

 

Questo potrebbe avere anche ricadute sulle pensioni?

Il pensionato ha le integrazioni al minimo, le maggiorazioni sociali, la 14esima mensilità, la social card e l’assegno sociale. Sono tutte forme di sostegno e di lotta alla povertà per i pensionati che arrivati a 66 anni non hanno redditi. A parte il fatto che vorrei sapere perché la metà dei nostri pensionati in tutta la sua vita lavorativa non ha versato almeno 15 anni di contributi. È per questo che affermo che oggi bisogna partire dall’Agenzia delle Entrate prima di stanziare degli aiuti.

 

(Pietro Vernizzi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori