IL CASO/ Pil e occupazione, c’è chi prova la “svolta”

I dati su Pil e occupazione ci dicono che la crisi non è passata. Occorre dare una svolta e la parti sociali in Italia ci stanno in qualche modo provando, spiega MASSIMO FERLINI

13.08.2016 - Massimo Ferlini
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Lapresse

Dall’inizio della crisi il nostro Paese ha perso punti sia a livello di Pil, sia nell’occupazione, sia nella capacità produttiva. La ripresa occupazionale non riuscirà a coprire i posti di lavoro perduti senza una ripresa della capacità produttiva del nostro sistema economico. La ripresa della produttività diventa essenziale per poter intraprendere una strada di crescita che riporti il nostro sistema produttivo ai livelli pre-crisi.

I dati economici sono indicatori degli effetti congiunti sia della crisi che degli effetti della globalizzazione con il conseguente ridisegno dei settori trainanti della nostra economia. Le spinte protezionistiche propagandate dai nuovi populismi cercano una risposta, seppur sbagliata, alle problematiche sociali portate dalla crisi. Una risposta sistemica può venire solo da una svolta economica giocata assieme da tutti i paesi europei. Una scelta che vede impegnato il governo italiano non solo nel chiedere una maggiore flessibilità nei conti pubblici, ma anche verso la tutela dei nostri prodotti colpiti da nuovi dazi introdotti da paesi concorrenti.

Ancora in questa fase le forze economiche spingono per una redistribuzione globale che apre nuove tensioni sociali, crea vincitori e vinti, e la risposta non può essere un ritorno a chiusure nazionalistiche. Una via nuova non può che passare da un governo globale delle trasformazioni che abbia nell’Europa uno dei soggetti attuatori.

In una fase concertativa i tavoli triangolari avrebbero scaricato i costi dell’attesa di tempi migliori sulla spesa pubblica. Ciò non è più possibile, ma la fase di nuove relazioni fra le forze sociali procede lentamente. Prima di prendere atto che una fase si è conclusa e vedere emergere una nuova capacità nell’affrontare i problemi che si pongono, abbiamo assistito ad anni di sterili proteste. Tuttora una parte delle forze sociali continua a ritenere valide le piattaforme del secolo scorso. Quindi no a qualsiasi riforma del mercato del lavoro, il posto fisso resta l’obiettivo come se fossimo ancora nella prima rivoluzione industriale, un unico contratto nazionale perché l’eguaglianza è la priorità e così via.

Per fortuna non tutti sono rimasti fermi. Anche in questi anni di scontro ideologico fra conservatori e innovatori alcuni hanno avuto il coraggio, anche senza applausi pubblici, di sperimentare nuove forme contrattuali. Così accordi aziendali e territoriali che hanno posto la centralità di aumenti di produttività e nuova organizzazione del lavoro con premi salariali legati ai risultati hanno saputo creare esempi positivi, obbligando la politica e le forze sindacali a una riflessione.

La politica, dopo aver rottamato i riti concertativi, ha saputo offrire nella Legge di stabilità del 2016 vantaggi fiscali per accordi contrattuali che avessero come base incrementi di produttività e innovazione sociale. È stata presentata come una misura di sostegno al welfare aziendale perché fino a 2.000 o 2.500 euro gli incrementi salariali legati a fattori di produttività misurabili godono di regime fiscale favorevole e decontribuzione.

Su questa base si è giunti a un accordo generale fra Confindustria, da un lato, e Cgil, Cisl e Uil dall’altro che ha aperto una nuova stagione per i contratti. L’accordo è particolarmente importante perché tiene conto del peculiare tessuto produttivo italiano caratterizzato da molte piccole imprese. Per questo, oltre a indicare una piattaforma adottabile a livello aziendale per la contrattazione di secondo livello, ha predisposto accordi tipo per il livello territoriale che possono essere adottati dalle piccole imprese anche dove le rappresentanze sindacali sono deboli o inesistenti. Le componenti più innovative sia delle rappresentanze industriali che di quelle sindacali potranno così sviluppare le intuizioni avute negli anni passati e finora considerate minoritarie. 

Si apre una fase nuova caratterizzata da cambiamenti culturali di fondo che ci auguriamo possano portare a un riposizionamento complessivo del ruolo giocato dalle rappresentanze economiche nell’impegno comune per l’uscita dalla crisi. Si afferma un principio basato sulla comune aspirazione a produrre di più per poter avere più risorse per sanare le disparità sociali approfonditesi negli ultimi anni. L’impegno comune è per battere vecchie e nuove povertà e rimettere in moto una nuova mobilità sociale.

Come sempre nelle crisi si è palesata la vecchia teoria che le risorse sono finite e non resta quindi che suddividere ciò che c’è. Dietro questa impostazione ideologica vi è l’accettazione dello status quo, l’accettazione di un mondo dove innovazione e cambiamento non possono divenire fonte di mutamento sociale capace di estendere l’inclusione. I nuovi accordi siglati dai rappresentanti sindacali e industriali indicano un’altra strada fatta di impegno e responsabilità per poter disegnare un futuro migliore, più equo e inclusivo per tutti.

Vedremo nei prossimi mesi i frutti economici che saremo in grado di realizzare. Per ora salutiamo positivamente una svolta che era attesa da tempo.

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