IL CASO/ Quelle 6 ore per far crescere i posti di lavoro

- Giuseppe Sabella

In Svezia diverse aziende hanno portato l’orario di lavoro a 6 ore al giorno, con risultati positivi. Una strada che può servire a far crescere l’occupazione, spiega GIUSEPPE SABELLA

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In Svezia, sono crescenti i casi di aziende – private e pubbliche – che hanno introdotto la giornata lavorativa a 6 ore. Non si tratta di una novità: i primi esperimenti risalgono a oltre un decennio fa, vedasi l’0importante caso Toyota e quelli successivi di aziende come Filimundus e Brath. Alla fine, il risultato è sempre quello: ridurre l’orario quotidiano a 6 ore migliora il rapporto vita-lavoro e rende i lavoratori più produttivi.

Il recente caso di studio della casa di cura Svartedalens di Gothenbur, in cui operano 68 infermiere, offre qualche indicatore interessante: nell’arco dei 12 mesi monitorati, con la riduzione dell’orario giornaliero (con stipendio invariato rispetto alle canoniche 8), si è osservata una notevole riduzione delle assenze per malattia (-50%) e per permessi (-280%); la produttività aziendale risulta incrementata del 64%; la soddisfazione del personale coinvolto registra un incremento (+20%).

Va naturalmente considerato, insieme a questi dati certamente positivi, il bilancio economico dell’operazione: per coprire i turni lavorativi, la casa di cura ha dovuto assumere 15 infermiere in più, con un’evidente crescita dei costi della produzione, contenuti in parte (50% circa) dalla diminuzione delle assenze per malattia e per permessi.

Se pensiamo a questi risultati nell’ottica di quanto il World Economic Forum ha reso noto all’inizio dell’anno, il caso svedese potrebbe rivelarsi particolarmente interessante per l’Europa: il rapporto “The Future of Jobs” ci dice infatti che da qui al 2020 l’innovazione digitale potrebbe rendere superflui circa 7 milioni di posti di lavoro e che la creazione di nuovi impieghi non supererà i 2 milioni. L’analisi si riferisce a 15 tra i Paesi più industrializzati (tra cui Cina, India, Francia, Germania, Italia, Giappone, Uk e Usa).

Ora, è evidente che – in condizione straordinarie di disoccupazione strutturale come quelle attuali -non possiamo accontentarci della tesi che va più di moda tra gli economisti, secondo la quale per crescere il lavoro, deve crescere il Pil. Se consideriamo le indicazioni che arrivano dal Wef, più che del Pil diventa fondamentale preoccuparsi del lavoro: l’Europa e gli stati nazionali sono chiamati a inventarsi qualcosa per far crescere l’occupazione.

In quest’ottica, il caso svedese è interessante: simultaneamente crescono qualità della vita, produttività aziendale e occupazione. Certo, anche i costi. Proviamo a immaginare però se una parte dei denari che gli stati investono in politiche del lavoro (soprattutto passive) fosse destinata a premiare – ad esempio sotto forma di incentivo fiscale – quei comportamenti virtuosi da parte di aziende che provassero a far crescere l’occupazione attraverso la riduzione dell’orario lavorativo e i conseguenti nuovi inserimenti per allineare la produzione ai suoi standard: a quel punto, anche l’inevitabile aumento del costo della produzione potrebbe essere controllato.

È una strada da non sottovalutare, consideriamo anche che Jeremy Corbin, leader del Partito laburista inglese, la sta spingendo nel Regno Unito. L’ipotesi non sarà ignorata, tant’è che in Europa da tempo alcuni think tank e fondazioni – tra cui Think-in – che hanno messo a tema il futuro del lavoro non escludono che, in un momento di fortissima disoccupazione e difficile crescita, il lavoro vada “distribuito”: la riduzione dell’orario di lavoro è chiaramente un viatico per la sua distribuzione. Chi scrive, pensa che non può essere lo Stato a ridurre l’orario lavorativo per legge, ma certamente lo Stato può incentivare comportamenti virtuosi. Insieme alla qualità della vita, potrebbero quindi crescere produttività, occupazione e, quindi, anche il mercato e i consumi.

Aveva ragione Mahbub ul Haq – economista pakistano e pioniere della teoria dello sviluppo umano – quando nel 1971 disse alle Nazioni Unite: ci hanno insegnato a preoccuparci del nostro Pil perché quest’ultimo si sarebbe preso cura della povertà; dobbiamo rovesciare quest’impostazione e preoccuparci della povertà, perché essa si prenderà cura del Pil. Gli economisti di oggi farebbero bene a rileggerselo.

 

Twitter @sabella_thinkin

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