GIOVANI E LAVORO/ Lo “sconto” per far calare la disoccupazione

Aumentare l’occupazione dei giovani vuol dire far scendere la disoccupazione complessiva. MASSIMO FERLINI ci spiega come poter raggiungere questo obiettivo

21.09.2016 - Massimo Ferlini
Poletti_MogioR439
Giuliano Poletti (Lapresse)

Gli ultimi dati riferiti al mercato del lavoro indicano che il sentiero di crescita positiva prosegue. La crescita rimane lenta e pertanto il tasso di occupazione è ancora lontano dal ritornare al livello pre-crisi. All’interno del numero complessivo resta, però, la necessità di scomporre i dati per valutare se, per le fasce più svantaggiate, sia in corso un recupero più veloce che per le altre.

Giovani e donne soffrono ancora di un tasso di occupazione molto lontano da quello fissato come obiettivo dall’Europa. Per le donne, la difficoltà a trovare uno sbocco occupazionale si trasforma in un ritiro dal mercato del lavoro con il rientro nell’inattività. Per quanto riguarda i giovani, l’impatto maggiore è invece nel mantenere un alto tasso di disoccupazione. 

Come noto, negli ultimi anni, sono state prese diverse misure per sostenere e favorire l’occupazione giovanile. Il programma Garanzia Giovani è solo il principale strumento messo in campo. Come già sottolineato in altre occasioni, è un’importante esperienza per favorire un nuovo modello di servizi al lavoro. Far decollare fra Centri per l’impiego pubblici e Agenzie per il lavoro una rete collaborativa che programmi percorsi e obiettivi personalizzati con uno sbocco di inserimento lavorativo è un avvio utile per la riforma più generale dei servizi al lavoro tramite contratto di ricollocazione.

I risultati complessivi sono ancora insoddisfacenti. Il prevalere di opportunità tramite stages e tirocini indica che il percorso scuola-lavoro è ancora troppo accidentato. Pesano erroneamente sui risultati quelle regioni che hanno finalizzato il programma Garanzia Giovani a nuovi percorsi formativi con l’aggiunta di risorse locali invece di puntare a finanziare assunzioni stabili o di almeno sei mesi. Questa modalità avrebbe sostenuto vere esperienze lavorative e portato, probabilmente, a una migliore performance occupazionale del programma nel suo complesso.

L’attenzione ai percorsi scuola-lavoro è stata oggetto di una ricerca Eyu (Fondazione di riferimento del Partito democratico) tesa a fare emergere best practices presenti sul territorio nazionale. Dall’indagine risulta un quadro di eccellenze diffuso sul territorio e che scontano l’assenza di uniformità dovuta alle differenze legislative regionali. Esperienze campane sviluppate fra Camera di Commercio, associazioni imprenditoriali ed enti di formazione hanno portato a sviluppare una piattaforma che facilita l’incontro fra scuola e imprese disponibili a facilitare inserimenti di alternanza scuola-lavoro. In Emilia vi è un’importante esperienza di formazione on the job della Ducati per meccanici di alta specializzazione. Di questi solo la metà sarà assunta dall’azienda promotrice dei corsi, mentre gli altri potranno trovare occupazione anche presso aziende concorrenti. 

L’obbligo introdotto delle 200 e 400 ore di alternanza scuola-lavoro trova quindi già oggi molte esperienze da cui trarre indicazioni per poter divenire realtà. Alcune di queste si possono però trarre dalle eccellenze individuate. In primo luogo, vanno separati i percorsi di istruzione-lavoro da quelli finalizzati a formazione-lavoro. È bene che anche in Italia chi segue percorsi scolastici liceali o di istituti superiori abbia la possibilità di fare 200 ore di esperienza lavorativa. Per questo è utile che scuola, Camere di Commercio, enti e istituzioni collaborino per offrire reali possibilità di provare il lavoro, qualunque esso sia.

Diverso però è per quei corsi come la formazione professionale o gli istituti professionali dove l’inserimento lavorativo è lo sbocco stesso atteso dal percorso formativo seguito. Questi percorsi, sviluppati in modo significativo in Lombardia per scelta regionale, ma oggi imitati, anche in assenza di legislazione specifica, in altre regioni, hanno la loro ragione d’essere nel formare nuovi professionisti e misurano la propria efficacia nell’occupazione creata.

Questa è la base su cui il ministero del Lavoro (e non l’Istruzione) può sviluppare il modello duale (scuola-lavoro) che assicura, in Germania e Austria, alti tassi di occupazione e la preparazione di figure professionali necessarie alle imprese, ma non previste dai corsi scolastici tradizionali.

Su questi percorsi formativi può finalmente decollare anche l’apprendistato di base. Già il terzo anno di formazione può essere vissuto più sul lavoro che dietro i banchi scolastici, risultando il primo dei tre anni previsti dal percorso di apprendistato. La rete fra centri di formazione professionale, grandi imprese, associazioni di imprese Pmi sono determinanti già nella programmazione dei corsi, oltre che per assicurare gli sbocchi occupazionali successivi.

Da segnalare inoltre che gli iscritti a questi corsi non sono sottratti al sistema istruzione, ma a quell’esercito di giovani che abbandonano gli studi. Se poi alla conclusione del ciclo triennale si offre la possibilità di optare, invece che per l’occupazione, per un percorso scolastico tradizionale (è così nel modello lombardo), allora si opera un vero e proprio recupero alla scolarità tradizionale.

Si deve però sapere che i migliori studenti, in termini professionali, scelgono spesso il lavoro al proseguimento degli studi. E ciò nonostante la previsione che gli insegnanti pure svolgono.

Perché queste eccellenze diventino sistema c’è bisogno di uniformare il quadro nazionale e superare le differenze introdotte dalle legislazioni regionali. Per questo occorre un salto di qualità nella riflessione e nelle scelte politiche generali. 

Con il Jobs Act si sono avviati nuovi servizi al lavoro. La caratteristica sarà progressivamente l’universalità di nuovi servizi assicurati a tutti i cittadini in caso di necessità. Questa sarà la base strumentale assicurata a tutti, ma la politica inizia da qui. Dovrà essere una nuova governance territoriale a compiere la scelta di chi favorire. Se è 100 per tutti, sarà la governance locale a decidere (con proprie risorse) come favorire l’assunzione per giovani o per donne, o per categorie locali che risultano più svantaggiate. 

Il sistema duale per la formazione professionale non può che essere uno degli strumenti delle nuove politiche del lavoro. Oggi il governo potrebbe dare un esempio in questo senso decidendo che i vantaggi fiscali per le nuove assunzioni con i contratti a tutele crescenti valgono solo per giovani fino a 29 anni. Sarebbe un chiaro esempio che la politica torna a esercitare scelte chiare rispetto ai problemi del Paese.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori