GIOVANI E LAVORO/ Tra “bamboccioni” e realtà le modifiche da fare al Jobs Act

C’è una realtà del lavoro dei giovani che non si vuole vedere, perché imporrebbe un cambiamento della tipologia dei contratti sfidando una sorta di pensiero unico. MASSIMO FERLINI

20.10.2017 - Massimo Ferlini
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Non sempre le politiche per il lavoro giovanile portano a risultati che scatenano discussioni sulle interpretazioni possibili. Vi sono casi positivi che possono essere indicati come base di riflessione per tutte le Regioni e invitare tutti a una riflessione sulle scelte operate. Nell’ambito delle iniziative sul lavoro in corso nella città metropolitana di Milano sono stati elaborati i dati relativi all’applicazione di Garanzia Giovani nel territorio. Con giusto orgoglio l’assessore di Regione Lombardia, Valentina Aprea, ha messo in rilievo come ben 31.746 giovani hanno avuto un’esperienza lavorativa. Oltre il 50% circa ha trovato un’occupazione. Dei 16.455 occupati, 3.671 sono stati assunti con contratti di apprendistato, 8.778 con contratti a tempo determinato e 4.006 a tempo indeterminato. Dei 15.291 giovani inseriti con percorsi di tirocinio sono stati assunti altri 445 con contratti permanenti. 

Questi risultati positivi sono il risultato di un impegno politico di lungo periodo che ha permesso di innescare il programma di Garanzia Giovani su una rete di servizi al lavoro già funzionante ed efficiente. In un contesto già funzionante di operatori pubblici e privati capaci di sviluppare percorsi di inserimento al lavoro personalizzati fissare l’obiettivo di potenziare l’orientamento al lavoro e dell’universalità dei provvedimenti ha permesso di raggiungere risultati unici nel panorama nazionale.

La presenza di un tessuto di operatori dell’istruzione e formazione professionale è servito a orientare verso le professioni richieste dalle imprese i percorsi di qualificazione professionale. Ma a questi si è aggiunto, per un target di giovani in età più avanzata, lo sviluppo di percorsi professionalizzanti che hanno accorciato i tempi normalmente misurati nella transizione scuola-lavoro.

Questi risultati indicano che il modello delle politiche attive per il lavoro può funzionare molto meglio di quanto sta avvenendo sul territorio nazionale. Sarà la disponibilità e la modulazione delle risorse a indirizzare, volta per volta, sui target più bisognosi lo sforzo di una rete di operatori che sono impegnati a migliorare costantemente i loro servizi. Dobbiamo però operare conoscendo qual è la realtà del lavoro fra i giovani e non fare prevalere visioni ideologiche che appannano la percezione dei fatti reali.

È in questo senso importante un’indagine pubblicata sul Bollettino di notizie di Adapt. Al corso di diritto del lavoro alla Facoltà di Economia di Modena, dipartimento “Marco Biagi”, hanno pensato di interrogare direttamente quanti frequentano il corso per avere un quadro del rapporto esistente con il lavoro. Si è chiesto pertanto a 150 studenti di compilare il loro curriculum illustrando le eventuali esperienze lavorative svolte e di citare la forma contrattuale con cui era regolato l’eventuale rapporto di lavoro.

Dei 150 studenti coinvolti solo 18 hanno risposto di non avere avuto esperienze lavorative. Tutti gli altri dichiarano di aver lavorato durante il periodo universitario. E non pensiamo ai soliti lavori per studenti tipo ripetizioni o babysitter. Solo 17 sono stati impegnati in questo tipo di lavoro saltuario. L’attività che primeggia è quella di cameriere (33 casi), contabile, segretariato e impiegato di ufficio sono ben 52, 14 hanno fatto il barista e 13 l’operaio. Seguono poi 18 commessi e addetti a vendita e altre professioni nell’ambito dello sport, delle attività di tempo libero, braccianti agricoli, tecnici, elettricisti, ecc.

Per quanto riguarda le tipologie contrattuali rilevate rientrano in 10 categorie. Ampiamente primo risulta l’uso del tirocinio (non si precisa se formativo o lavorativo). Solo uno è un contratto di lavoro a tempo determinato e 5 sono contratti di apprendistato. Il lavoro stagionale riguarda 7 casi e 3 sono a voucher così come i contratti a chiamata. Casi singoli sono il part-time, il lavoro autonomo, collaborazioni famigliari e il lavoro occasionale. 

L’indagine presentata non è certamente una ricerca fatta su basi scientifiche generalizzabili. È però profondamente in contrasto con l’opinione corrente espressa normalmente da molti commentatori di fronte ai dati della disoccupazione giovanile o dei neet. Se prendiamo in considerazione i dati di Modena dovremmo ammettere che molte ipotesi sui giovani, neet, bamboccioni, sdraiati, sono proiezioni della nostra mente, ma non sono la realtà. La realtà è che il 90% circa lavora anche mentre studia, ma, siccome la stragrande maggioranza lo fa in nero, non risulta in nessuna statistica ufficiale. Questa realtà non vuole essere vista quando si parla di giovani e lavoro e non la si vuole rilevare per innovare gli strumenti contrattuali. È evidente che questa mole di lavoro giovanile esistente richiede contratti flessibili, facili da usare, che non abbiano troppi oneri che rendono difficile l’applicazione di tutele, diritti e un salario adeguato.

Caricare oneri pensionistici su persone che potrebbero riscattare a questo fine gli anni di studio successivamente è indispensabile? Non si potrebbe legare il lavoro svolto durante il periodo universitario a forme di contratto a chiamata facilitato o legarlo a “sconti” sul riscatto del periodo di studio ai fini pensionistici? Con il coraggio di partire dalla realtà si può aprire una nuova prospettiva di riflessione sugli strumenti per far emergere una grande quota di lavoro che oggi sfugge a ogni rilevamento.

È certo difficile per chi crede ideologicamente che l’unico lavoro è quello a tempo pieno e indeterminato rispondere alla domanda di tutele degli studenti/lavoratori. Ma una nuova revisione del Jobs Act non può non tenere conto di una realtà che chiede di essere riconosciuta e tutelata nell’ambito dei nuovi lavori.

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