IN PENSIONE A 67 ANNI/ Il mix disastroso per i giovani

Si avvicina l’incremento dell’età pensionabile a 67 anni. Visto quel che accade nel mondo produttivo è un problema drammatico per i giovani, spiega SERGIO LUCIANO

25.10.2017 - Sergio Luciano
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LaPresse

È stupefacente constatare l’assoluta afasia del sistema occidentale, di impostazione mercatista e capitalistica, rispetto ai problemi di fondi dei singoli, tutti noi, nella collettività globale di questo faticoso inizio di millennio: primo problema fra tutti, quello del reddito in un mondo in cui le opportunità di lavoro stanno diventando una risorsa scarsa. A ricordarcelo ha provveduto ieri l’Istat, sentenziando – dati alla mano – che la “speranza di vita” a 65 anni, cioè il tempo che in media resta da vivere una volta superata quella soglia, è stata nel 2016 di 20,7 anni, cinque mesi in più rispetto all’ultima rilevazione, quella del 2013. Questa rilevazione non è un dato accademico, buono per il Guinness dei primati o per i quiz di “Chi vuol esser milionario”, ma è vita vera di milioni di persone, a fronte di questo dato e dell’effetto automatico che esso determina in base alla vigente legge Fornero, sull’età pensionabile.

Proprio alla speranza di vita residua media a 65 anni è infatti legata, appunto per la legge Fornero, la determinazione dell’età in cui diventa possibile andare in pensione. E il governo, con un decreto direttoriale da emanare entro la fine dell’anno e che non deve essere approvato dal Parlamento (in pratica un automatismo), deve fissare la nuova soglia di pensionabilità che dal 2019 potrebbe salire a 67 anni, cinque mesi in più rispetto a ora. I sindacati negozieranno uno “sconto di pena”, per ridurre l’aumento a 3 o 4 mesi, ma aumento sarà. Ed è naturale: è chiaro che i pensionati, vivendo più a lungo, “consumeranno” più soldi, alias più risparmio previdenziale, e qualcuno dovrà pagare per questo: pagherà chi è ancora al lavoro, restandovi più a lungo…

È sbagliato: assolutamente no. Anzi: è indispensabile. Ma è una soluzione incompleta – un palliativo di breve efficacia – a un problema globale. La vita media si allungherà ancora, e con essa anche la futura età pensionabile di noi tutti. Spieghiamoci meglio. La qualità dell’alimentazione – con buona parte della celiachia dilagante e dei conservanti – è migliorata; le capacità terapeutiche di medicina e chirurgia sono aumentate in modo straordinario: si vive quindi sempre più a lungo, con buona pace dei no-vax. Ma i contributi versati oggi dai lavoratori in servizio, e ancor più lo stock di quelli versati nei decenni trascorsi da chi, beato lui, è andato in pensione tra i 50 e i 60 anni di vita e dopo non più di trent’anni di contributi versati, non bastano a pagare tante pensioni per così tanto tempo. Lo Stato corre ai ripari: non può fare più deficit per coprire comunque il costo pensionistico aggiunto, e dunque lo fa pagare a noi.

Già è stupefacente il fatto che tutto questo sia potuto accadere senza che prima della Fornero nessuno se ne sia fatto carico, per quanto sia dal 1995, con la prima riforma pensionistica firmata da Lamberto Dini, che ci si arrabatta per mettere in sicurezza la previdenza sociale, senza riuscirci. Ma è ancor più strabiliante che nessuno, naturalmente nemmeno i sindacati, si preoccupino dell’effetto collaterale indotto da quest’accresciuta permanenza al lavoro degli anziani: cioè un ulteriori ridursi del numero di posti disponibili per i giovani!

Riflettiamoci. Nei Paesi del Sud del mondo, la manodopera disponibile per le mansioni più operative, ma ormai anche per alcune di quelle che richiedono una certa formazione, è abbondantissima e di miti pretese, ed è pronta ad affluire nei Paesi più ricchi dei loro, con buona pace di Frontex; in tutto il mondo, questa stessa manodopera a basso costo – figuriamoci la manodopera dei Paesi ricchi! – è insidiata dall’automazione industriale di nuova generazione, i robot 4.0, che usano l’Internet delle cose come organo di senso e l’intelligenza artificiale per imparare producendo; e ora, alla concorrenza tecnologica al poco lavoro che resta si aggiungono anche, per legge, frotte di anziani che andrebbero volentieri in pensione, ma che, sempre per legge, non possono farlo. E chi darà mai un lavoro ai giovani, se non dopo un radicale cambiamento delle regole del gioco che sprigioni nuove opportunità gestendo i fenomeni di evaporazione di tanti posti di lavoro?

Attenzione: nei fatti, questo cambiamento è in corso e non c’è niente che sia stato fatto per monitorarlo e incanalarlo verso forme di welfare sostenibile. I lavori disponibili a tempo indeterminato sono sempre di meno, la licenziabilità per ragioni economiche è consentita quasi ovunque, i lavoretti part-time o precari – dai fattorinaggi agli autisti Uber ai voucheristi – sono altrettanti fattori compensativi della carenza di veri e propri posti di lavoro, che si traducono in un sostanziale impoverimento delle fasce più basse della stratificazione sociale. 

Ed è da quest’analisi che risalta la sostanziale sprovvedutezza dell’Occidente di fronte al combinato disposto delle migrazioni, dell’invecchiamento e dell’automazione. Anziché mettere il sale sulla coda al matto coreano, inseguendone i deliri, la Banca mondiale e il Fondo monetario di cos’altro dovrebbero occuparsi se non di trovare risposte alla domanda: chi potrà ancora lavorare a tempo pieno tra vent’anni, sulla terra? I colletti bianchi settantenni? E i loro nipoti, niente? Come redistribuire il reddito prodotto dai robot e dagli anziani per far vivere dignitosamente anche gli esclusi, anche i giovani, e non soltanto i padroni e i produttori dei robot?

Per non trascurare l’ultimo paradosso: mai come in quest’epoca il mondo s’è riempito di trentenni e quarantenni al potere – gli stessi Renzi e Macron sembrano due “matusa” rispetto al neopremier austriaco, il 31enne Sebastian Kurz; ma più si abbassa, in alto, l’età del comando, più, in basso, si alza l’età del riposo e sempre crescenti stuoli di ragazzi e ragazze restano a casa, sulle spalle e sui conti dei genitori, per periodi di tempo imponderabilmente più lunghi del giusto. Tutto questo non va bene.

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