PIL E LAVORO/ L’ancora di salvezza per l’occupazione del futuro

- Gerardo Larghi

Non mancano interrogativi sul futuro del lavoro negli ultimi tempi, visti i tagli occupazionali che avvengono anche dove l’economia va bene. GERARDO LARGHI

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Lapresse

Cresce l’economia, diminuisce l’occupazione. Anzi, diminuisce l’occupazione manuale. Anzi, diminuisce l’occupazione manuale in Europa. Quelli bravi dicono che scompaiono (scompariranno?) le tute blu, che nella Old Europe non ci sarà più posto per chi lavora con le mani, perché sarà sostituito dai robot, dai computer, dalle macchine. È l’ultimo grido lanciato dalla Germania nei giorni scorsi da alcuni economisti e ripreso dalla nostra cara “Repubblica”. Leggi l’articolo, tu che fai il sindacalista, preso da un turbamento, una paura: non è che all’improvviso un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti ma che ha tempi lenti, ha subito improvvise (e improvvide?) accelerazioni? Non è che tante famiglie, tanta gente, da qui a breve rischierà di essere in mezzo a una strada?

Perché a noi poco importa dell’economia generale, ma molto dell’economia particolare di chi ogni giorno si alza per fare il proprio dovere, per strappare salari magari da fame a una realtà avara e micragnosa. Poi leggi, rileggi, mediti e alla fine arrivi a una conclusione: questi sono matti. No mica la giornalista, una brava cronista (non abitiamo a Ostia noi). Ma proprio quelli che parlano e lanciano grida di allarme.

Un manager di una banca che dichiara impunemente qualche decina di migliaia di esuberi “perché i nostri concorrenti hanno la metà del nostro personale”. I grandi capi dell’euro che si contorcono dall’ansia perché l’inflazione è bassa a causa dei bassi stipendi e non sanno come fare. A loro un consiglio glielo possiamo dare noi: convincano i loro principali clienti, i grandi imprenditori, ad ascoltare i sindacati e ad alzare i salari della gente. Vedrà Draghi come cresceranno i prezzi e l’inflazione riprenderà! Non abbiamo studiato al MIT o alla London School of Economics, ma abbiamo la certezza scientifica che se la gente non ha soldi in tasca tende a non spendere. Si chiama “Legge della massaia” e ce l’ha insegnata la nostra santa nonna, che non sapeva mica leggere e scrivere, ma sapeva benissimo far di conto coi (pochi) soldi di casa.

Allora, spariranno o no gli operai, i lavoratori, i colletti blu? Bah: perché in banca ci lavorano i colletti bianchi, mica quelli blu, e il suddetto manager dal milionario salario, sta pensando di licenziare qualche migliaio di impiegati. Il punto, se permettete allora è un altro, ben diverso dal problema del lavoro e dei robot.

La questione riguarda l’assidua, affannosa ricerca da parte di troppi imprenditori, di nuovi Paesi in cui spostare le lavorazioni. Paesi in cui il costo del lavoro sia sempre più basso, così da consentire non di sviluppare nuovi mercati, di trovare business inediti, ma di tagliare l’unico costo facilmente comprimibile, quello dei salari. Oggi, se non andiamo errati, dal Vietnam ci si è spostati in Bangladesh e Pakistan. Da qui dove andremo? Verso l’Africa? Speriamo, verrebbe da dire guardando alla miseria che lì impera.

Il problema allora è che in quell’articolo c’è, dichiarata, la volontà semplicissima di andare a far ricavi, a generare utili, intervenendo sul personale. I robot, i computer, l’AI, Intelligenza Artificiale, e neppure Industria 4.0, qualunque roba essa sia, non sono (o saranno) la causa dei licenziamenti, ma essi rappresentano la comoda giustificazione di scelte che hanno ben altra radice. Le macchine, con buona pace di Ludd e dei suoi seguaci, non hanno impedito in questi decenni, in questi secoli, né la creazione di lavoro, né l’assorbimento di manodopera sempre più e meglio preparata. Le macchine semplicemente fanno quel che l’uomo chiede loro, e l’uomo per adesso è più intelligente, cioè capace di invenzione e di nuove operazioni, di qualunque chip, che al limite può riprodurre calcoli e sequenze secondo modalità pensate dal suo inventore.

Il fatto è che dopo aver investito i livelli più bassi del sistema economico, ora la crisi salariale riguarda la classe media, quella che però rappresenta la vera ricchezza di ogni Paese. Non è Forbes, con la sua patinata rivista, infatti, che ci dice se andiamo bene o male: lì al limite ci spiegano quanti multimiliardari esistono (e si tratta al massimo di qualche migliaio di persone su 6 miliardi di esseri umani). No, ce lo dicono altri indicatori, più banali, più quotidiani. Tagliare i salari della classe media, perché questo significa nei fatti far sparire i colletti bianchi, non migliora il rendimento di una impresa, al massimo migliora i rendimenti semestrali dei manager, le loro performances.

Ma c’è un punto ancor più importante che deriva da quelle frasi di teutonica provenienza. Perché il lavoro manuale, l’abilità a far le cose, a costruirle, dovrebbe scomparire dall’Occidente? Me lo chiedevo guardando le splendide scarpe del mio amico Gianluigi: cucite a mano dagli abili artigiani napoletani, su disegno di stilisti romagnoli, e assemblate in Brianza, vanno in giro per il mondo, fanno reddito, generano ricchezza. Ma lui, come tanti altri imprenditori, sa che per prosperare deve produrre, inventare ogni giorno, ogni stagione, qualcosa, nel suo caso delle piccole opere d’arte. Sa che se sperasse di far vivere la sua azienda solo tagliando i costi del personale finirebbe presto in bancarotta.

Ma dietro di lui ce ne sono tanti altri come lui: tutta gente, artigiani, che usa genialmente le mani; piccoli industriali che usano abilmente la testa, e che producono costantemente oggetti, pochi, tanti, minimi, enormi. Hanno un comune denominatore: sanno che la produzione di massa è finita, che sempre più si andrà verso un mercato dove le esigenze individuali potranno essere soddisfatte. Ogni oggetto potrà essere personalizzato: ognuno di noi avrà la “sua” roba. Merito di che? Semplice, merito della tecnologia, dei robot e della flessibilità insegnata loro. Ma questo aprirà un mercato enorme, un mercato nel quale tanti nuovi lavori nasceranno.

E saranno come sempre lavori per gli uomini: e mi raccomando, sia chiaro che il “per” è insieme un complemento di fine e un complemento di vantaggio!

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