SPILLO/ “L’utopia” della meritocrazia che uccide il lavoro (e le persone)

Dal Papa è arrivato un nuovo importante richiamo sul lavoro. Proprio quando la cronaca ci ha offerto il caso di una modella morta per 13 ore di sfilate. GIAN LUCA BARBERO

06.11.2017 - Gian Luca Barbero
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Papa Francesco (LaPresse)

Nel videomessaggio del Papa ai partecipanti alla 48a Settimana sociale dei cattolici italiani dal tema “Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo e solidale”, c’è un passaggio, a mio avviso, estremamente dirompente e interessante. Dopo aver parlato della dignità del lavoro come condizione per creare lavoro buono e aver detto che non tutti i lavori sono degni – basti pensare ai fenomeni di caporalato, o alle situazioni di estrema precarietà che provocano angoscia e depressione – il Papa punta nuovamente il dito sull’economia di oggi: “Il sistema economico mira ai consumi, senza preoccuparsi della dignità del lavoro e della tutela dell’ambiente. Ma così è un po’ come andare su una bicicletta con la ruota sgonfia: è pericoloso! La dignità e le tutele sono mortificate quando il lavoratore è considerato una riga di costo del bilancio, quando il grido degli scartati resta ignorato”; poi, soprattutto, prosegue: “formare comunità in cui la comunione prevale sulla competizione. Competizione: qui c’è la malattia della meritocrazia…”.

Il Papa ha così alzato il velo su uno dei dogmi dell’odierno sistema economico, quello che considera la meritocrazia come unico motore delle moderne relazioni industriali, come unico stimolo alla produttività, diversamente imbrigliata da burocrazie e sindacalismi di vario genere: la competizione darebbe una sana spinta al merito che, tradotto in utile aziendale, un’ignota “mano invisibile” distribuirebbe poi a beneficio di tutti o, almeno, della maggioranza dei lavoratori. Per una sorta di artificio, dalla competizione nascerebbe così un diffuso benessere.

Questo concetto è il pallino di tanti Ceo, che non riescono a concepire l’idea di un premio di produttività, legato al raggiungimento di obiettivi prefissati, negoziato tra le parti sociali, a beneficio di tutti i lavoratori, sia pure in misura diversa, perché, si dice, “non è meritocratico”. Tale idea è poi generalmente condivisa, non tanto per convenienza, quanto perché sembra naturale: osservare che, in fondo, se c’è stato utile, a questo tutti hanno contribuito, dal manager all’ultimo degli impiegati, rischia di cadere nel vuoto.

I sistemi incentivanti sono naturalmente un grosso stimolo alla produzione, quando premiano effettivamente il merito, sulla base di criteri oggettivi e trasparenti, frutto di confronto e revisione tra i diversi soggetti coinvolti in un’azienda (imprenditori, lavoratori, rappresentanze interne ove presenti, ecc.), non quando si tratta, invece, di somme elargite sotto traccia, a discrezione e simpatia del management di turno, nella più assoluta opacità.

Alimentare la competizione nell’ottica di favorire la meritocrazia è semplicemente irrealistico: dimentica, infatti, che l’uomo è persona, ossia qualcosa di complesso e articolato e non a una sola dimensione, che diventa adulto in un contesto amicale, di fiducia, non in mezzo a una giungla. Lo descrive sinteticamente Simone Weil, alla luce della sua esperienza di operaia alla Renault, in questo pensiero citato nello splendido libro di E. Borgna, “L’indicibile tenerezza”: “L’ignoranza totale circa l’oggetto del proprio lavoro è enormemente demoralizzante. Non si ha il senso che dai nostri sforzi esca un prodotto. Non ci si sente affatto produttori. Non si ha neppure coscienza del rapporto tra lavoro e salario. L’attività pare arbitrariamente imposta e arbitrariamente retribuita. Si ha l’impressione di essere un po’ ragazzi ai quali la madre, per farli star tranquilli, dà a infilar perline promettendo, per dopo, le caramelle“.

Il rovescio della medaglia è quell’economia che uccide, denunciata più volte dallo stesso Pontefice, come dimostra palesemente uno degli ultimi tristi fatti di cronaca. È il caso della giovanissima modella russa, Vlada Dzyuba, appena 14 anni (ne avrebbe compiuti 15 il prossimo 8 novembre), morta dopo aver sfilato ininterrottamente per 13 ore, a Shanghai. Era andata in Cina per la sfilata, lasciando anche lo studio, spinta probabilmente da una situazione di bisogno. Ingaggiata in teoria per tre ore di lavoro alla settimana, in realtà con turni massacranti, ovviamente senza assicurazione sanitaria, pur prevista dal contratto secondo quanto riferisce la stampa. Affetta da meningite cronica, è crollata svenuta dopo l’ultima passerella; portata subito in ospedale, non c’è stato più nulla da fare. Già, perché il promettente mercato della moda cinese sfrutta giovanissime modelle, provenienti, come lei, dalla Siberia, procacciate da manager senza scrupoli.

Compito dell’imprenditore – conclude il Papa – è affidare i talenti ai suoi collaboratori, a loro volta chiamati non a sotterrare quanto ricevuto, ma a farlo fruttare a servizio degli altri. Nel mondo del lavoro, la comunione deve vincere sulla competizione!“. Cosa vuol dire creare comunione nel mondo del lavoro? Anche nella più elementare delle accezioni, più serenità, più distensione, sinteticamente più umanità nelle relazioni tra lavoratori, tra colleghi, tra gente che divide lo stesso ufficio o lo stesso turno per almeno 8 ore al giorno, non significherebbe maggior benessere per tutti, anche economico?

Il pensiero prima citato della Weil prosegue: “Quel che conta in una vita umana non sono gli eventi che vi dominano il corso degli anni – o anche dei mesi – e nemmeno dei giorni. È il modo con il quale ogni minuto si connette al minuto seguente e quel che a ognuno costa, nel corpo, nel cuore, nell’anima […] compiere, minuto per minuto, quella connessione“. Potrebbe essere un buon indizio di strada.

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