MANOVRA E LAVORO/ La “svista” su Jobs Act e tempo determinato

- Giuliano Cazzola

La Legge di bilancio e all’esame della Camera, dove sono stati presentati emendamenti sui contratti a termine e l’indennità di licenziamento su quelli a tempo indeterminato. GIULIANO CAZZOLA

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Nelle politiche del lavoro del Belpaese c’è un rametto di follia – una sorta di intelligenza diabolica – che fa di tutto per mandare a picco gli istituti giuridici che hanno incontrato il favore del mercato e risolto molti problemi delle aziende, senza violare i diritti dei lavoratori. È appena il caso di ricordare la vicenda dei voucher, una forma di retribuzione che, nel picco della sua utilizzazione, aveva coinvolto lo 0,3% di tutte le ore lavorate in un anno, ma che era diventata, nel dibattito, la cartina di tornasole del precariato e dello sfruttamento. Le statistiche dimostravano, ampiamente e senza ombra di dubbio, che i voucher erano effettivamente operanti nell’ambito del lavoro saltuario, dal momento che i pagamenti con questi buoni lavoro non superavano in media i 500 euro l’anno, mentre solo una quota di poco superiore al 2% del totale raggiungeva i 2mila euro annui o poco più. Ma le cose hanno preso la piega che tutti conosciamo: si è mobilitata la Cgil mettendo in campo milioni di firme a sostegno di un referendum abrogativo; si è scomodata la Corte costituzionale; si è reso necessario un complicato processo legislativo per evitare una conta assurda su di un non-problema e per confinare, di conseguenza, gli ex voucher (gli hanno persino cambiato nome) nell’Ufficio complicazione degli affar semplici, sempre operante nei sacrari della burocrazia.

E gli effetti? Le imprese hanno dovuto arrangiarsi andando alla ricerca di rapporti di lavoro il più possibile prossimi a quelli sostanzialmente banditi. Così sono aumentati i contratti a termine (anche attraverso la somministrazione) e il lavoro a chiamata. Nel suo ultimo rapporto dell’ Osservatorio sul mercato del lavoro, la Fondazione Anna Kuliscioff ha tracciato (a cura di Claudio Negro) un bilancio degli effetti sociali della (contro)riforma dei buoni lavoro. “Nel 2016 – sostiene il documento – sono stati 1.600.000 i lavoratori che hanno percepito voucher (poi parliamo di quanti e come), quindi empiricamente 1.200.000 nei primi 9 mesi (comprendono anche il periodo della vendemmia, perciò è del tutto verosimile).

L’Inps – prosegue – calcola che con la nuova normativa saranno circa 300.000 a fine anno, più o meno 230.000 fino a settembre. Dei restanti 970.000 ammettiamo pure che 182.000 siano stati assorbiti dai contratti a chiamata e a tempo determinato. Con ottimismo diciamo che l’incremento dei part time a termine non-orizzontali ne abbia assorbito altri 45.000. Il numero dei ‘dispersi’ resta di 743.000. Qualcuno potrà essere stato stabilizzato, magari con un contratto di apprendistato, ma sarebbe ridicolo illudersi che siano numeri significativi. Il che ovviamente non significa che abbiamo quasi 750.000 persone a spasso. Facciamo un attimo caso alla composizione dei percettori di voucher: il 22% erano pensionati o giovani non ancora occupati, pari a circa 230.000. Una parte di questi apparterrà ancora alla platea di 300.000 nuovi voucher, un’altra parte potrebbe avere avuto uno dei 182.000 nuovi contratti a chiamata (ricordiamo che le regole del contratto a chiamata lo consentono in pratica solo a queste due categorie). Il 55% dei percettori (circa 880.000) risultava assicurato all’Inps (quindi lavoratore subordinato o autonomo). Una parte di costoro potrebbe continuare a percepire voucher, ma solo per prestazioni effettuate presso imprese con meno di 5 dipendenti (da cui non possiamo aspettarci grandi numeri). Di questi 880.000 circa 300.000 percepiva voucher dallo stesso datore di lavoro con il quale, nel corso d’anno, aveva un contratto di lavoro. Ma per 230.000 casi l’assunzione seguiva al periodo retribuito a voucher, che fungeva quindi da periodo di prova. Questi 230.000 escono quindi dal computo perché regolarmente assunti. In circa 70.000 casi il voucher integrava la retribuzione per prestazioni tipo straordinario, essenzialmente in casi di lavoratori con contratti part time.

Ammettiamo pure che questi lavoratori (300mila, ndr) siano rientrati nella norma (loro o i loro successori, perché quasi sempre si trattava di contratti a termine) e che gli straordinari glieli paghino in regola (…) Restano gli oltre 500.000 assicurati di cui perdiamo le tracce. Qui ci sono lavoratori che percepivano voucher da un datore di lavoro diverso dal loro (il caso più frequente), lavoratori in Naspi, disoccupati senza sussidio, ecc. Facciamo le somme: nella migliore delle ipotesi 300.000 persone sono in regola per continuare a percepire i voucher; 182.000 hanno avuto un contratto a chiamata; 45.000 un contratto part time a termine; 300.000 sono rientrati in regola col contratto di lavoro dipendente. Sono 827.000. Rapportati a 9 mesi 620.000. Poco più della metà dei percettori di voucher nei primi 9 mesi del 2016. E gli altri? Certo, poiché la media dei voucher percepiti era di 62, pari a poco meno di 500 euro (e il 72% ne percepiva meno di 29) le cifre di cui discutiamo sono minime. Ma lo erano anche prima, quando sembrava che il voucher fosse il “bug” destinato a destabilizzare i salari. Alla fine dobbiamo prendere atto – conclude l’Osservatorio – che la Lotta di Liberazione dal Voucher ha portato alla scomparsa di circa lo 0,116% del monte retributivo annuo riferito a circa 600.000 individui. O sono soldi ritornati al nero (come probabile e molto semplicemente praticabile) o sono modesti guadagni perduti da persone che avevano il solo torto di volerle recepire in modo regolare”.

Ci siamo presi la libertà di saccheggiare il Rapporto dell’Osservatorio della Fondazione milanese perché riteniamo che renda bene l’idea dei misfatti compiuti mediante talune iniziative di contenuto prettamente ideologico. Purtroppo l’azione di sfascio non si è esaurita con questo intervento in un settore marginale del mercato del lavoro (mandando comunque in fumo da 180 a 300 milioni di salario per 600mila lavoratori, secondo l’Osservatorio). Potrebbe succedere di peggio. Sul disegno di legge di bilancio 2018 all’esame della Camera aleggiano due avvoltoi: un emendamento che contiene il raddoppio a 8 mesi dell’indennità minima in caso di licenziamento nell’ambito di un contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti; un altro emendamento che riduce a 24 mesi (rispetto agli attuali 36 mesi) il periodo massimo di un contratto a termine per la stessa mansione con il medesimo datore di lavoro.

In sostanza, vengono penalizzati altri due istituti che avevano incontrato il favore delle imprese. Il contratto di nuovo conio introdotto dal Jobs Act perde una delle caratteristiche che lo rendevano conveniente: il rapporto tra l’indennità di risarcimento nel caso di licenziamento ingiustificato e l’anzianità di servizio. Se un limite minimo di quattro mesi era un correttivo a vantaggio del lavoratore, il suo raddoppio diventa punitivo per il datore. Quanto ai contratti a termine, voler ridurre di un anno il periodo di utilizzo senza dover essere sottoposti a una verifica giudiziaria delle motivazioni significa sicuramente costringere le aziende ad assumere i lavoratori per un tempo inferiore. Qualcuno crede che gli imprenditori siano obbligati ad assumere; di conseguenza ritiene che, se si impongono regole più rigide e severe, i lavoratori saranno più tutelati. In verità, sbagliano nella premessa: l’esperienza dimostra infatti che le aziende preferiscono persino non crescere, se non trovano delle forme che consentano di non caricarsi di manodopera a cui non sono in grado di assicurare una continuità di impiego, in un mercato dell’economia che non dà più certezze a nessuno. 

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