ANNUNCI DI LAVORO/ Così possono diventare più efficaci (rispettando le leggi)

- Francesco Giubileo

Gli annunci di lavoro online sono aumentati negli ultimi anni. Una loro regolamentazione potrebbe essere molto utile anche per chi cerca occupazione. FRANCESCO GIUBILEO

lavoro femminile
Lapresse

L’intermediazione tra domanda e offerta di lavoro sta attraversando un drastico cambiamento, per effetto soprattutto delle nuove tecnologie, in primis il ruolo dei motori di ricerca del lavoro on-line. L’Italia rimane ancora un Paese dove le raccomandazioni o segnalazioni dei “parenti” nel assumono ancora un peso rilevante come modalità di accesso al mercato del lavoro, questo perché è il tipico comportamento delle nano-imprese, che sono oltre il 90% delle aziende presenti in Italia. Tuttavia, in questi anni ad agire sui comportamenti delle imprese sono intervenuti due rilevanti fattori: la possibilità di pubblicare annunci di lavoro anche gratuitamente (anche se non mancano siti a pagamento a seconda del livello di diffusione che si intende raggiungere); il fatto che molti “contatti informali” agiscono sempre di più su vettori social (Facebook, Linkedin e così via).

Tale “liberalizzazione” che si sospetta nei prossimi anni possa crescere (assumendo un ruolo quasi monopolista come canale di ricerca del lavoro) ha prodotto la divulgazione spesso di “annunci” in piena violazione di quelle norme che riguardano la tutela della privacy (soprattutto nella non corretta gestione del CV ricevuto) o che vanno contro la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e della nostra Costituzione quando contengono affermazioni discriminatore (ricerca in base a età, sesso e in alcuni casi anche etnia). Inoltre, ad aggravare la situazione è il fatto che alcuni di questi annunci cercano “professionalità” indicando compensi, orari e condizioni di lavoro in palese violazione al CCNL di riferimento, assumendo peculiarità drammatica nella ricerca di Tirocinanti extra-curriculari.

Ritengo sia necessario costituire specifiche linee guida (ad esempio ponendole in capo ad Anpal), se non opportunamente introdotte in un quadro normativo dedicato alla pubblicazione degli annunci (indipendentemente dal canale utilizzato), ovvero che occorra individuare quelle informazioni specifiche che devono essere presenti nelle Job description:

–    Nome della posizione (job title)

–    Scopo e finalità della posizione

–    Responsabilità della attività svolta

–    Mansione & Retribuzione

–    Titoli ed esperienze necessarie

–    Conoscenze e competenze

–    Altri indicatori

Tuttavia, nasce un problema di fondo: una volta costruite le linee guida, come farle rispettare? Da qui nasce l’esigenza di costituire un Albo di accreditamento nazionale per la pubblicazione di annunci di lavoro (da integrare con l’Albo di accreditamento ai servizi al lavoro). L’iscrizione all’Albo richiederà alcuni standard minimi (tra cui il rispetto delle linee guida), che tutti i soggetti accreditati dovranno seguire. Altra condizione fondamentale è quella di inserire il link dell’annuncio (indipendentemente se questo è on-line o su altri canali di ricerca) all’interno di un format precostituito sul sito di Anpal. In altri termini si porta così a compimento il “sogno” di avere una “Borsa lavoro”, un data warehouse  dove siano presenti tutti gli annunci al momento disponibili.

Perché dalla norma si passi all’applicazione è fondamentale che sia previsto un impianto “sanzionatorio” di carattere economico e contemporaneamente, nel caso di episodi reiterati, la possibile esclusione temporanea o definitiva dal pre-costituito Albo, che può comportare anche alla temporanea o definitiva chiusura del sito autore dell’annuncio. L’organo di controllo per l’attuazione della nuova norma potrebbe essere rappresentato dai Centri per l’impiego (Cpi), anche su richiesta da parte di Parti sociali o Enti Accreditati (escluderei i singoli cittadini per evitare il rischio di saturazione delle segnalazioni).

D’altronde dal 1 ottobre 2017 i Cpi sono stati “forse” svincolati dall’oneroso compito della Dichiarazione di disponibilità al lavoro e potrebbero servirsi di questa “nuova borsa lavoro” per migliorare la qualità del Patto di servizio (ovvero il patto personalizzato che in “teoria” serve al disoccupato per sviluppare una strategia volta ad aiutarlo a trovare un nuovo lavoro). Lo studio delle vacancy permetterebbe di conoscere le qualifiche professionali in un dato territorio e quindi sviluppare un progetto di ricollocazione più efficace, ma soprattutto potrebbe anche accadere che al momento stesso dello stato di disoccupazione si possa trovare grazie alla “Borsa Lavoro” un nuovo lavoro.

Infine, riprendendo le considerazioni esposte dal sottoscritto in un altro contributo, è necessario se non fondamentale che i dipendenti dei Centri per l’impiego siano in possesso di nozioni di marketing digitale (attraverso formazione dedicate e successivo rilascio di Certificato di competenza), perché in alternativa rischiano di fornire informazioni sbagliate o incomplete su come i disoccupati si devono candidare alle offerte di lavoro on-line.

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