LAVORO E POLITICA/ La mossa elettorale del Pd sui contratti a termine

- Gerardo Larghi

Il Partito democratico sembra determinato a tagliare da 36 a 24 il limite massimo per il cumulo sui contratti a tempo determinato. Una mossa puramente politica, dice GERARDO LARGHI

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(LaPresse)

24 mesi e 24% alle prossime elezioni secondo gli ultimi sondaggi. Fossimo nel Pd non toccheremmo, come ha dichiarato di voler fare, le norme sul cumulo dei contratti a tempo determinato portando tale limite dagli attuali 36 mesi a 24. E non lo faremmo se non altro per questioni scaramantiche. Vedi mai che le percentuali aumentano e la possibile sconfitta si trasforma in vittoria! La notizia che in Parlamento il Pd intenderebbe rivedere le norme sul lavoro peraltro non ha sorpreso gli addetti al lavoro: in fondo ciò era già nelle cose, qualche sindacato, la Uil, avendo da subito detto che il Parlamento è sovrano. Certo, da qui a dire che il Governo non rispetterà gli impegni presi sulla previdenza ce ne passa: i corridoi romani garantiscono che li porterà avanti.

E allora? Allora quello in atto e i cui riflessi più evidenti sono finiti sulle pagine dei giornali è un classico dibattito politico e non di Governo. Tradotto: Gentiloni non entrerà nel merito del dibattito, ma ha assicurato che il Governo ha in agenda nessuna apertura sui temi del lavoro. Torniamo dunque al punto di partenza: in questo dibattito tutto parlamentare qualcuno si sta chiedendo se la misura in questione servirà, se avrà un riflesso positivo o se lo scopo che si propone è raggiungibile, se produrrà gli effetti desiderati? Temiamo, al netto di tutto che invece la domanda che alberga nei cuori e nelle teste di chi si sta interrogando su ciò è: mi servirà alle prossime elezioni per recuperare qualche punto percentuale di consensi o forse addirittura, perfino, per riuscire a far breccia nel cuore dei Liberi e Forti, pardon ci è scappata, volevamo dire dei Liberi e Uguali?

Non tiriamo fuori di nuovo l’aneddoto sulla differenza tra statisti e politici. Quello lo conosce anche nostra zia, esperta di canto in chiesa e di vita rurale, ma che ignora quali siano gli abissi di bizzarria in cui si espandono i meandri mentali di chi si trova a poco dal perdere le elezioni. Parliamo invece del fatto che confidiamo che chi fa certe scelte, chi ha la responsabilità del pubblico denaro e del destino di tanta gente, ebbene costui non sia così cinico e meschino da scegliere sempre sulla base del proprio profitto immediato.

Siamo certi che tutti e 900 i nostri parlamentari, poco o tanto, in modo e misura diversi, vorrebbero assicurare un posto di lavoro a tutti gli italiani. E, guardate lo dico così, anche a qualcuno dei tanti immigrati. Purtroppo però i nostri 900 prodi (con la p minuscola, per favore), non hanno la minima idea di cosa succeda nella concretezza quotidiana del mercato del lavoro. Non sanno, perché non sanno, cosa si deve fare quando finisce un contratto, dove devi andare, da chi farti aiutare a consigliare. E quelli che lo sanno, per esperienza, per informazione, per capacità, brancolano nel buio quando si tratta di passare dalla teoria alla pratica, dal dovremmo al facciamo.

È da tempo, infatti, che il sindacato va dicendo che il punto centrale del tema non è la durata del cumulo, ma il ben più decisivo argomento del rapporto tra tipologia di contratto e i percorsi di formazione dei lavoratori.

Certo, ci dicono nella Cisl nazionale, da tempo “noi diciamo che dobbiamo fare una riflessione sui contratti a tempo determinato”, e questo, aggiungiamo noi, perché il loro aumento sembra vanificare quello sforzo fatto per arrivare a una legislazione che stabilisce che occorre in primis puntare sui contratti a tempo indeterminato. “Possiamo intervenire anche sulla distanza tra un contratto e l’altro – sottolinea Gigi Petteni, che per la Cisl segue il tema -, ma la questione chiave finisce sempre per essere quella della transizione: questo è il vero tempo. Il problema è non se il lavoro finisce, se il contratto scade senza che sia rinnovato, ma che quando esso termina io sono costretto a cercarmene un altro, senza che la mia condizione di vita sia mutata, se non in peggio, dall’ultima volta che ciò capitò, se quando esso finisce sono di nuovo da solo, senza aiuti e indicazioni”.

Il problema quindi non è, o meglio, come vedremo tra poco, è solo in parte che ci sono troppi part-time, ma che questi part-time sono la sola, asfittica e un po’ furbesca risposta nostrana alla sfida della modernità. Le imprese insomma non hanno voluto il part-time come risposta alle sfide della modernità, ma come strumento per scaricare su altri i rischi, o una parte dei rischi d’impresa.

Il nostro mercato del lavoro è caratterizzato dalla cronica e drammatica, mancanza di strumenti nel campo della ricollocazione: questa, infatti, è la chiave per aprire le porte delle imprese a nuovi assunti. La differenza tra ideale e reale che noi registriamo oggi sul mercato del lavoro è che quando finisce una fase della sua via e si chiude un contratto a tempo indeterminato, ogni persona deve mettersi in moto da sola, deve inventarsi risposte, conoscenze, intenzioni. Oggi ci sono segnali deboli di ripresina, di un sistema che si è rimesso a tirare anche verso l’estero (a proposito, visto la Cina: esportiamo come non mai. Ma si tratterà davvero di vera gloria?): ora è l’ennesimo momento buono per fare quella riforma radicale che non è però “lavoro eterno per tutti”, ma percorso accompagnato lungo tutta la vita. 

Insistiamo: Pd ascoltaci, la priorità negli interventi normativi e legislativi sul mercato del lavoro è una riforma della formazione continua. Alle imprese che usano in modo eccessivo i contratti a termine con scelte miopi e che non garantiscono affatto quanto desiderato siano date risposte che vadano nella giusta direzione: non con l’aumento dei contratti dai part-time a tempo pieno. Di cui pure abbiamo bisogno, intendiamoci. Ma a noi spaventa assai più un’altra cifra, e cioè che solo un piccolo 6,5% di lavoratori italiani fa formazione: il che si traduce in un deficit nella produttività di sistema e competitività, perché è qui che si annida la criticità vera del sistema Italia, e, come dice Gigi Petteni, è qui che inizia ad andare in crisi l’obiettivo di tutti, e cioè di integrare ogni lavoratore italiano in un sistema virtuoso fatto di formazione continua – redditività per le imprese -, possibilità di reinserimento in una nuova impresa.

Che dite: il Pd passerà ai 36 (mesi)?

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