PENSIONI/ Boeri e la “toppata” da evitare sugli assegni all’estero

Tito Boeri ha snocciolato dati sulle pensioni all’estero, puntando il dito contro una “anomalia” tutta italiana. Occorre però evitare una pericolosa crociata, spiega SERGIO LUCIANO

20.07.2017 - Sergio Luciano
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Tito Boeri (Lapresse)

“Lei deve smettere di fumare!”. “Ma veramente io non fumo!”. Allora smetta di bere!”. Ma guardi, dottore, io non bevo!”. “Mangi meno!”. “Ma sono sempre dieta!”. “Be’, avrà pure qualche vizio!”. “Effettivamente, mangio sempre qualche mentina la sera, mentre la guardo la tv!”. “Ah, ecco! Niente più mentine!”. La parte del medico alla vana ricerca di vizi da estirpare della vecchia barzelletta sembra ogni tanto recitarla Tito Boeri, il pur bravissimo presidente dell’Inps cui – in generale – va ascritto il merito di aver sempre permesso al suo Istituto di costituire una spina nel fianco dello storytelling roseo del renzismo sui conti pubblici con le sue puntuali e pungenti statistiche su lavoro, disoccupazione e inoccupazione. Stavolta però Boeri, durante un’audizione al Comitato permanente sugli italiani nel mondo presso la commissione Esteri della Camera, ha lanciato un missile terra-terra contro gli italiani all’estero che percepiscono pensioni fuori dai nostri confini: “C’è l’anomalia del fatto che eroghiamo delle prestazioni assistenziali, tipicamente concesse sulla base del principio di residenza”, ha detto Boeri, “a persone che risiedono all’estero quando non c’è una soluzione di reciprocità: per esempio all’interno della Ue queste prestazioni assistenziali non vengono erogate”.

Un’osservazione certo fondata sui rilievi statistici dell’Inps, che però apre le porte ad alcune implicazioni tutte da chiarire. Tra i pensionati italiani residenti all’estero strapagati dall’Inps ce ne sono alcuni che hanno versato pochissimo contributi e oggi percepiscono assegni sproporzionatamente pingui, ma ce ne sono anche molti altri che solo trasferendosi in paesi stranieri a basso costo della vita riescono a trasformare pensioni che in Italia sarebbero da fame in redditi decorosi. Guai se per castigare i primi si bastonassero anche i secondi. E nell’insieme, che questo squilibrio costi all’Italia un miliardo all’anno di spesa previdenziale che non si traduce in consumi interni è certo un “vulnus”, che però sta alla più generale malattia del sistema previdenziale pubblico italiano come il consumo di qualche mentina sta alla buona o cattiva salute del protagonista della barzellettina iniziale.

“Nel 2016 le pensioni pagate all’estero dall’Inps sono state 373.265, per un importo complessivo di poco superiore a un miliardo”, ha precisato Boeri alla Camera, aggiungendo che “più di un terzo delle pensioni pagate a giugno 2017 ha periodi di contribuzione molto brevi, sotto i tre anni; il 70% ha una contribuzione in Italia inferiore ai sei anni e l’83% ha una contribuzione inferiore ai 10 anni. Si tratta di durate contributive molto basse, a fronte di cui i beneficiari possono accedere a prestazioni assistenziali come l’integrazione al minimo o la quattordicesima. C’è dunque uno iato tra la quantità dei contributi e la possibilità di accedere alle prestazioni”. Vero. “Parva materia”, però. Ci vuol altro per raddrizzare le gambe al cane pazzo della previdenza italiana.

Certo, fa rabbia che l’Italia sia “uno dei pochi Paesi a riconoscere la portabilità extra Ue della parte non contributiva delle pensioni, mentre nell’ambito Ue questa opzione non è più data in virtù dei regolamenti comunitari”, come dice Boeri. “Paghiamo così integrazioni al minimo e maggiorazioni sociali a persone che vivono e pagano le tasse altrove, riducendo il costo dell’assistenza sociale in questi Paesi mentre noi non abbiamo una rete di assistenza sociale di base per chi vive e paga le tasse in Italia”. Ma le false pensioni d’invalidità da sole – e nonostante la “cura” applicata al problema dalla gestione Mastrapasqua – incidono ben di più. Quindi ben vengano i correttivi alla “bonanza” di chi con poca spesa lucra all’estero generose e immeritate integrazioni previdenziali. Ma giù le mani dagli anziani che riescono, in Bulgaria o Costa Rica, a campare bene con 1000 euro al mese di pensione. Guai se, riformando tanto per riformare, i nostri arguti parlamentari – gli stessi che hanno abolito le province lasciandone intatte le spese e sottraendo loro anche quel poco lavoro che facevano – per migliorare la situazione la pregiudicassero ulteriormente.

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