PENSIONI/ La doppia “fregatura” dell’addio al lavoro a 67 anni

- Sergio Luciano

La Ragioneria Generale dello Stato ha messo in guardia dal rischio di non far aumentare l’età pensionabile. Il danno non è solo per chi lavora, dice SERGIO LUCIANO

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(LaPresse)

Attesa di vita per gli italiani maschi: 80,6 anni; per le donne, 85,1. E a settembre aumenterà, sia pur di poco. Per pagare le pensioni a una popolazione che invecchia, l’unico modo – l’unica, precaria, possibilità – è di far lavorare tutti fino a 67 anni di età: almeno. È il presupposto sul quale si base la riforma Fornero del 2012. L’italica tendenza al “volemose bene”, “dopata” dal consensualismo populista imperante, stava pian piano infilando nei nascenti programmi elettorali per le prossime politiche l’idea di ridurre questa scadenza, sideralmente lontana dalle aspettative della stragrande maggioranza degli over-cinquanta di oggi, venuti su a pane e prepensionamenti. Ma ieri, implacabile, a rovinarci il Ferragosto, è intervenuta la Ragioneria generale dello Stato: a dire a tutti di non toccare le regole, pena mal di pancia per tutti.

Se a qualcuno saltasse in mente di ripristinare la possibilità di ritirarsi dal lavoro prima dei 67 anni, se lo dimentichi: farlo, significherebbe rendere il sistema previdenziale italiano “più debole”, mettendo a rischio la “sostenibilità” del settore e anche il “livello delle prestazioni”. Lasciate ogni speranza, o voi che lavorate. Ma anche, e forse soprattutto, voi che non lavorate ancora: perché è questa l’altra faccia della medaglia della riforma previdenziale. Già: la disoccupazione giovanile! Se i posti che in passato venivano lasciati liberi dai nuovi pensionati continueranno davvero a essere coperti da chi li occupa oggi, quando mai sarà possibile assumere i giovani?

Diciamo la verità: si era capito. Questi dati stralunati sull’occupazione cui le statistiche pubbliche ci hanno abituati da un paio d’anni a questa parte, col bluff del Jobs Act che ha creato lavori a termine strapagandoli con i soldi pubblici, ma ha tenuto al palo l’occupazione giovanile stabile, e nel frattempo ha contabilizzato l’aumento degli occupati complessivi, già grazie al prolungarsi della fase lavorativa dei più anziani, nascondevano appunto questo meccanismo lampante, che la riforma Fornero ha programmato non perché la mitica economista torinese, passata alla storia per la lacrima sparsa nella conferenza stampa dell’annuncio, fosse cattiva, ma perché è ovvio che il solo modo per non tagliare le pensioni a tutti è quello di non pagarne di nuove tenendo al lavoro i teorici neo-pensionandi il più a lungo possibile, anche perché è vero che per ogni neoassunto l’Inps incamera nuovi contributi, ma i soldi che i giovani versano alla previdenza sociale dalle loro paghe sono poca cosa rispetto ai soldoni che la previdenza sociale versa nelle tasche, per carità meritevoli, dei pensionati che vanno a riposo: non c’è proporzione, per finanziare una buona pensione di un fine-carriera ci vogliono i contributi di due giovanotti… E dunque?

Dunque, la Ragioneria ricorda a tutti l’amara verità. L’età pensionabile attuale, 66 anni e sette mesi, salirà a 67 anni dal 2019, senza scampo. Gli appelli alla riforma della riforma moltiplicatisi negli ultimi mesi, anche a opera di gente che ci capisce come gli ex ministri del Lavoro Cesare Damiano e Maurizio Sacconi non hanno fondamenta solide nei conti pubblici, proprio non se ne possono trovare, a leggere i numeri come si deve.

“Il processo di elevamento dei requisiti minimi e il relativo meccanismo di adeguamento automatico”, recita testualmente un rapporto sulla spesa previdenziale appena pubblicato dalla Ragioneria, “sono dei fondamentali parametri di valutazioni dei sistemi pensionistici specie per Paesi con alto debito pubblico come l’Italia”. E qui scatta l’anatema: “I meccanismi sono condizione irrinunciabile per la sostenibilità delle pensioni, anche perché costituiscono la misura più efficace per sostenere il livello delle prestazioni”, cioè l’importo degli assegni pagati ai pensionati. Ecco lo scontro generazionale: se si vuol mantenere il livello attuale delle pensioni, è inevitabile aumentare l’età pensionabile. Se non la si vuole aumentare, bisognerà tagliare gli assegni a chi già li percepisce, o almeno a chi li percepirà. La coperta è corta, qualcosa resterà scoperto.

Per la Ragioneria, anche solo “limitare, differire o dilazionare” gli scatti d’aumento dell’età pensionabile previsti dall’attuale impianto della riforma determinerebbe comunque un “sostanziale indebolimento della complessiva strumentazione del sistema pensionistico italiano”, e dunque “ritornare nella sfera della discrezionalità politica” determinerebbe un “peggioramento della valutazione del rischio paese”. Eccoci qua: il sillogismo catastrofico si chiude. Prima si va in pensione, più si grava sui conti pubblici, più si deve emettere debito pubblico per finanziare il deficit complessivo in quanto lo si incrementa col maggior deficit previdenziale, ed emettere ulteriore debito pubblico significa aumentare il “rischio Paese” in base al quale i grandi investitori internazionali decidono se e quanti titoli di Stato italiani acquistare.

Guardato da questo versante, il ragionamento non fa una grinza. Le grinze si vedono dal versante opposto, cioè da quello dell’occupazione giovanile, certo non agevolata dal permanere al lavoro così protratto degli anziani. La fregatura, per i giovani disoccupati, è che non percependo pensione non gravano sui conti pubblici: ma il loro aumentare di numero, il crescente ritardo con cui, in media, i giovani italiani entrano nel mondo del lavoro non potrà essere in nessun modo mitigato da strumenti di finanza pubblica che ne ammortizzino gli effetti economici sulle famiglie, quali i vari ipotetici salari di cittadinanza, o comunque i sussidi che il governo Renzi ha tentato di progettare e in qualche caso timidamente iniziato a elargire. Sempre deficit pubblico determinano, in un quadro in cui il bilancio pubblico piange.

La Ragioneria a questo versante non guarda, è compito della politica pensarci. Ma di quale politica, c’è da chiedersi, visto il tenore complessivo al quale s’intonano i programmi a oggi noti, tutti più o meno invariabilmente populisti? E del resto, al netto della modestia culturale di tanti leader e di tanti loro programmi, come fa un’economia che ha perso tanta competitività sul resto del mondo negli ultimi vent’anni come quella italiana a inventarsi dal nulla quelle risorse incrementali che servirebbero ad attutire l’effetto perverso del deficit previdenziale combinato con quello del più generale debito pubblico? C’è davvero da temere anni di vacche magre. Ma questo non lo leggeremo nei programmi delle prossime elezioni.

Però, attenzione al colpo di scena: secondo le ultimissime statistiche sull’andamento della mortalità, non ancora recepite dall’Istat, la speranza di vita degli italiani al 2015 non è quella contemplata dall’Istituto di statistica, che abbiamo ricordato all’inizio di quest’articolo. Secondo i dati del Rapporto Osservasalute 2016, presentato nello scorso aprile alla Cattolica di Roma alla presenza del ministro Beatrice Lorenzin, nel 2015 la speranza di vita alla nascita è stata più bassa di 0,2 anni negli uomini e di 0,4 anni nelle donne rispetto al 2014, attestandosi, rispettivamente, a 80,1 anni e a 84,6 anni. Il Rapporto è frutto del lavoro di 180 ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano che operano presso Università e numerose istituzioni pubbliche nazionali, regionali e aziendali (lo stesso Istat, il Ministero della Salute, l’Istituto Superiore di Sanità, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, l’Istituto Nazionale Tumori, ecc.). Si metteranno mai d’accordo le statistiche?

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