SPILLO/ Se basta la Buona Scuola a bocciare il maxi-concorso nella Pa

- Giuliano Cazzola

Il Sottosegretario alla Funzione pubblica, Angelo Rughetti, ha parlato della possibilità di un maxi-concorso per ben 500.000 posti di lavoro in 4 anni. GIULIANO CAZZOLA

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La sede del ministero dell'Istruzione (LaPresse)

“Noi abbiamo davanti una grande occasione – ha dichiarato il sottosegretario alla Funzione pubblica Angelo Rughetti – Tante persone che lasceranno il posto di lavoro e queste persone possono essere rimpiazzate attraverso un grande progetto Paese, che metta al centro i bisogni delle persone e faccia in modo che questi posti che si liberano diventino tante occasioni e tante opportunità per i tanti giovani”. Di qui, infatti, l’idea di un maxi-concorso per le nuove assunzioni. Oltre all’abuso della parola “tanto” al singolare e al plurale, da Rughetti sono stati forniti anche dei numeri: secondo il sottosegretario, “la Pubblica amministrazione deve imparare ad assumere non per quello che serve a se stessa, ma per quello che serve ai cittadini italiani”. E poi: “Noi abbiamo 500 mila persone che escono e questo budget può trasformarsi in nuovi posti di lavoro anche in maniera superiore a quelli che lasciano”. 

L’annuncio ha fatto venire l’acquolina in bocca ai tanti giovani che partecipano numerosi ai concorsi pubblici e ha suscitato qualche preoccupazione in quelli che, di tanto in tanto, guardano anche agli equilibri di bilancio, soprattutto nel campo delle pensioni. Un esodo tanto consistente, sia pure nel giro di qualche anno, potrebbe essere determinato soltanto da misure di prepensionamento. Ma Rughetti smentisce: “Non è prevista alcuna anticipazione per l’uscita degli statali”, afferma il sottosegretario, perché significherebbe caricare un costo ulteriore sul bilancio pubblico. Come avverrebbe, allora, un’informata tanto consistente? Si accenna, allora, a un maxi-concorso con criteri nuovi con l’obiettivo di recuperare i profili occorrenti alla Pa per compiere quel salto di qualità necessario ad accompagnare il cambiamento.

Lungi da noi l’intenzione di sollevare dubbi, ma il ragionamento del sottosegretario rimane molto nel vago. Innanzitutto, che ci siano tanti travet in grado di cessare dal servizio nell’arco di qualche anno (si parla di quattro) e secondo i requisiti in vigore non sembra del tutto convincente. È vero che l’età media dei pubblici dipendenti è abbastanza elevata (cinquant’anni), ma il requisito anagrafico è fissato a 67 anni. Poi il Governo non può sottrarsi a una domanda cruciale: si vuole invertire la politica del personale portata avanti da almeno un decennio nel pubblico impiego? Nella XV Legislatura si è fatto di tutto per sfoltire gli organici: con un blocco selettivo del turnover (mentre, in generale, poteva essere sostituito solo il 25% degli uscenti), ma soprattutto con la possibilità per le amministrazioni di mandare in pensione – salvo alcune deroghe – i dipendenti al raggiungimento di 40 anni di contribuzione (anche nel caso in cui volessero restare in servizio fino al raggiungimento dell’età di vecchiaia).

Non si dimentichi poi la recente assunzione dei precari nella scuola che ha un organico pari a un terzo di tutta la Pa. Gli insegnanti anziani solo 165mila, ma se le nuove assunzioni non sono andate a riequilibrare le caratteristiche del personale per quale motivo sono state fatte? Infine, c’è un discorso di carattere qualitativo ineludibile: come la mettiamo con la riforma Madia, per la quale le amministrazioni possono assumere solo dopo aver presentato il piano dei fabbisogni, consistente nell’individuazione di nuove professionalità attinenti alla modernizzazione e all’efficienza delle amministrazioni? Siamo sicuri che queste professionalità esistano davvero e che sia possibile accertarne l’adeguatezza attraverso un maxi-concorso destinato a diventare “una notte in cui tutte le vacche sono nere”?

Nel caso dell’infornata di insegnanti di cui alla legge sulla Buona scuola ci si è accorti con raccapriccio che continuano a mancare i docenti di matematica, di scienze e di inglese. E per garantire un minimo di continuità didattica (a fronte dei tanti insegnanti che si sentivano “deportati” e che si sono ben guardati dal prendere pienamente servizio) si è rimesso in moto il circuito delle supplenze. Si tratta di professionalità che risalgono alle origini dell’istruzione. Se mancano persino queste figure, se la scuola non è in grado di insegnare l’algebra, figuriamoci che cosa succederà con le tanto decantate nuove professionalità. 

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