RUBA, MA VA REINTEGRATO/ La beffa per le Poste (e il buon senso)

- Lamberto Milani

Un lavoratore delle Poste è stato licenziato dopo aver sottratto dei soldi alla cassa della sua agenzia. Una sentenza ordina la sua reintegra. Il commento di LAMBERTO MILANI

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Lapresse

Se siete appassionati di corse veloci, di roba sprint, se per voi la Formula 1 è uno spettacolo per spiriti rallentati, se non avete perso una sola puntata di Speed, ebbene ora avete una nuova sfida cui assistere: l’incredibile gara di velocità tra la Giustizia italiana e le Poste italiane. Giudici contro postini: chi arriverà per ultimo? A chi la palma di più lento, pardon più veloce? Eh sì, perché il pluricriticato sistema della giustizia italiana, l’apparato più lento al mondo in materia di indagini, di pronunce, di dibattimenti, di condanne, di ricorsi, di revisioni, di revisioni dei ricorsi e di ricorsi sulle revisioni, ebbene questo Leo Messi dell’immobilità, ha trovato il modo di colpevolizzare l’altro nostro campione in materia di ritardi, le Poste, perché è stato troppo lento nel licenziare un suo dipendente.

Ora, è pur vero che le scienze moderne hanno stabilito che il tempo è una variabile, che esso non è uniforme dappertutto e in ogni luogo, o, per dirla con Einstein, che esso non è affatto ciò che sembra, non scorre in una sola direzione, e che il futuro esiste contemporaneamente al passato, ma che tutto ciò sia divenuto il dogma, il mantra dei nostri Tribunali, ebbene, è assai più sorprendente di qualunque rivoluzione quantistica, della realizzazione del primo motore capace di andare oltre la velocità della luce, della scoperta degli alieni, o addirittura del ritorno sulla terra di Nostro Signore.

I fatti in questione risalgono al 2012 (ah, il tempo, come passa, sembra ieri, o forse domani…?), quando un dipendente delle Poste fu sospeso per aver sottratto denaro dalla cassa della sua agenzia. Infedele e fedifrago, fu spostato altrove in attesa del processo di primo grado: che ha bisogno dei suoi tempi, si sa, per prendere delle decisioni giuste. Così tra Crono (il padre di Giove, per intenderci) e il crono-metro, l’incessante scandire dei momenti segnò la stasi del faldone negli uffici giudiziari: e si sa che tra la stasi e la corsa, vince sempre la stasi. Così sono passati i giorni, i mesi, gli anni: finché arriva la sentenza di primo (primo!) grado e la condanna del dipendente. Le Poste agiscono, lo licenziano, lui ricorre sulla base del fatto che era passato troppo tempo. Il giudice ordina, coi suoi tempi, la reintegra sul posto di lavoro, e il risarcimento degli stipendi non versati. 

E in fondo mica ha torto il magistrato: lo dimostra il fatto che nella sentenza tra formule giuridiche e rinvii, c’è soprattutto una domanda di fondo, un quesito che, a nostro avviso, il giudice si è posto. Ci sembra quasi di sentirne il pensiero e l’amletica domanda che lo attanaglia: ma se la fisica afferma che il passato è futuro e il presente non è, come si fa a dire cosa sono 5 anni? E nel dubbio, dicevano i latini, ‘pro reo’. Sicché a noi, modesti cultori di lettere, restano solo da trarre alcune considerazioni.

La prima riguarda il comune sentire, quella specie di buon senso nazionale che di solito permette agli italiani di sopravvivere e col quale ci chiediamo: ma se per licenziare devi attendere la condanna definitiva, perché siamo in uno Stato di diritto, nell’attesa cosa devi fare? E se tu lo licenzi subito (ma cos’è subito?), poi ti tocca aspettare per reintegrarlo? E poi, che cosa è l’attesa? Quanto lunga essa è? Certo, secondo Petrarca, alla ricerca della sua Laura, essa era “‘l giorno e’l mese e l’anno, e la stagione e’l tempo e l’ora e’l punto” in cui aveva visto la sua bella, ma Einstein diceva che anche l’attesa è relativa, come il tempo, e per spiegarlo ricorreva a un esempio: quando un uomo siede vicino a una ragazza carina per un’ora, sembra che sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa accesa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora. 

Einstein però la faceva facile, lui, perché abitava in Svizzera e viveva negli Stai Uniti dove le lettere arrivano in giornata e i tribunali decidono nell’arco di qualche settimana: sarà la stessa cosa, ci chiediamo noi, se invece di una ragazza carina, o di un deretano sulla stufa, ci si mette un faldone bellamente posato in un corridoio di un tribunale italiano? Perché da noi l’incognita sul tempo raggiunge quella sullo spazio, sull’infinito. Per questo riteniamo che il problema posto dal signor magistrato della nostra amata Repubblica in merito al destino del dipendente fedifrago sia molto serio, quasi filosofico, e sia destinato a cambiare radicalmente la sorte del nostro sistema legale.

Se, infatti, tu non puoi licenziare uno, anche se ruba, perché il mio tempo dice che il tuo tempo è troppo lento, quanto dovrà essere veloce il tempo del malfattore per equivalere al tempo del derubato meno il tempo del giudice? E come si misurerà questo tempo: in nano-secondi o in nano-anni? E quale orologio eleggeremo a misuratore imparziale di un tempo che invece è parzialissimo? Già vediamo nugoli di avvocati lanciarsi sui tribunali, sui Tar, sulle Cassazioni armati di trattati di filosofia e di fisica (e di orologi, dal pendolo elvetico al Rolex atomico), e chiedere giustizia perché il loro orologio era indietro o avanti o magari quello dell’avversario era anche giusto, ma non onesto, né oggettivo!

Per questo poi, seconda deduzione, d’ora in poi nei tribunali gli avvocati, già di loro complessi, articolati, arzigogolati, diremmo barocchi se tanto (o tanto poco?) tempo non fosse passato dal Seicento, dovranno farsi accompagnare da un nugolo di altri specialisti. Il primo dei quali non potrà che essere un fisico quantistico, delegato alla ricerca del tempo, o meglio alla misurazione della differenza tra il tempo della gente comune e quello dei tribunali italiani. Certo, aumenteranno i posti di lavoro e gli impieghi, e la differenza cronologica, legata in uno con l’agile produzione legislativa nostrana e in combinato disposto con la proverbiale semplicità del sistema burocratico della Penisola più bella del mondo, sicuramente produrranno un aumento della velocità. Ma se della Giustizia o della Ingiustizia, questo lo lasciamo decidere agli affezionati clienti della ditta.

Un terzo corollario della rivoluzionaria sentenza che qui stiamo commentando riguarda la misurazione degli interessi. In Italia, lo sanno tutti, manca il lavoro, ma soprattutto sono lunghissimi i tempi di pagamento: farsi dare i soldi è un dramma. Per contro rivolgersi alle aule di giustizia, fino a qui, era una commedia. Da ora in avanti il punto sarà non solo farsi pagare, ma anche come fare a misurare gli interessi che vi saranno dovuti quando, anche ‘solo’ dopo una decina di anni, riuscirete ad avere ragione del cliente che non vi ha pagato, dell’inquilino che non ha versato l’affitto, del furbetto che vi ha ingannato.

Come mettere in relazione il valore del tempo che passa con quello del valore del denaro che cambia? La variabile dell’inflazione cosa diverrà? Se, infatti, l’inflazione è il mutare del valore del denaro nel tempo, e se il tempo è variabile di suo, come farà la massaia a calcolare se quel che ha nel borsellino le basta o no per acquistare il cibo per la famiglia? Dovrà rivolgersi anche lei preventivamente all’aiuto di una società di consulenti esperti di fisica e di filosofia? Ovviamente poi, essendo il tempo relativo e il suo unico valore essendo dato da ciò che noi facciamo mentre sta passando, il giudice interpellato al riguardo dovrà tener conto di quel che ho combinato nel frattempo!

Infine, anche se a voi, gente comune, pare che dalla sentenza emerga soprattutto un dato di fatto, e cioè che conviene rubare, a noi che passiamo le notti sui trattati di fisica subatomica, invece, essa insegna altro. In primis e soprattutto che non è vero che le lettere arrivano sempre in ritardo: a voi sembra di aspettare, ma in realtà non è così. Il tempo che passa mentre attendete, in realtà non passa. E quindi anche le Poste sono nel loro diritto quando invece di consegnare missive, telegrammi, giornali e quant’altro, li parcheggiano in ampi capannoni in attesa. In attesa di che, chiedete voi? Beh, ovviamente che qualcuno dica loro quanto lungo è il tempo, risponderà un tribunale interpellato alla bisogna.

Non ci credete, non vi fidate? Peggio per voi. Facciamo una scommessa: dato che la Terra esiste da più di un miliardo di anni e che il tempo non è nulla, aspettate la sua fine e vedrete anche voi, insieme a me, la fine del processo in questione. Tanto abbiamo tempo! 

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