IL CASO/ Checco Zalone si sbaglia: altro che posto fisso, siamo il paese delle start-up

- Sergio Luciano

L’Italia non è più il paese del “posto fisso”, come dice Checco Zalone: il numero dei lavoratori autonomi è in costante aumento. Con i pro e i contro. SERGIO LUCIANO

lavoro_giovane_scaffale_lapresse
Lapresse

Il povero Checco Zalone sarà sconcertato, ma Eurostat ha smentito l’assunto di “Quo vado”, il film in cui il comico pugliese ha scolpito il monumento al valore italico del posto fisso e della sua difesa a oltranza. Secondo l’ufficio statistico dell’Unione europea, l’Italia è infatti il Paese che registra il secondo tasso più alto di self-employed (lavoratori autonomi) in Europa: il 21 per cento degli occupati, dietro solo alla Grecia (29 per cento) e sei punti percentuali sopra una media Ue del 14 per cento. 

Il dato è sorprendente perché ribalta un luogo comune, quello dei bamboccioni che aspettano il dono dal cielo per iniziare a lavorare, o quello del Paese iperstatalizzato dove, come nel film, o si è impiegati pubblici o non si vuol lavorare.

Non è così. Al contrario, è l’iniziativa privata individuale quella che ci distingue e che ci salva. Sia per amore che per forza: del resto, l’imprevedibile primato della Grecia, lo stato europeo in crisi perenne che ha dovuto crudelmente tagliare gli organici pubblici, conferma che l’auto-impiego non è sempre né solo una scelta libera ed entusiasta ma può anche essere un forzato ripiego. Sta di fatto, però, che gli italiani, e i greci, sanno anche “far da sé”. Naturalmente dai rilievi di Bruxelles emerge anche un identikit del nuovo lavoratore autonomo che è diverso da quello di trent’anni fa: non solo idraulici o artigiani (quelli scarseggiano, purtroppo) ma designer, traduttori, creativi pubblicitari, consulenti informatici. Nuove professioni contraddistinte dalla caratteristica di poter essere svolte da soli. Magari lavorando da casa, per tenere bassi i costi generali.

La notizia è però tutt’altro che priva di conseguenze sul piano socio-economico. Perché il libero professionista, il lavoratore autonomo, cosa fa per colmare le lacune che gli derivano dal non avere un “posto fisso”, ovvero l’incostanza dei flussi finanziari e l’impossibilità di mettersi in malattia continuando a intascare lo stipendio pieno? Nei limiti del possibile, lo fa evadendo le tasse. E non a caso la categoria è quella più bersagliata dai controlli fiscali. E cos’altro fa, sempre al fine di puntellare il suo bilancio, più incostante e precario rispetto a quello di chi ha il “posto fisso”? Cerca come può di ridurre i suoi costi di previdenza e assistenza: si affida unicamente alla componente obbligatoria dei versamenti previdenziali senza affiancare ad essi il “secondo e terzo pilastro” della previdenza integrativa collettiva e individuale; e si affida unicamente all’assistenza sanitaria pubblica, senza coprirsi con alcuna polizza sanitaria. Risparmia come può, insomma, ma questo deteriora il livello della sicurezza sociale e sovraccarica di funzioni i servizi pubblici: non è un fenomeno privo di costi collettivi.

Due annotazioni, per completare il quadro: innanzitutto, l’Italia sta diventando il Paese delle start-up, grazie a una buona legge che ne facilita il varo e allo spirito d’inventiva dei giovani. Il fenomeno però è anche la nuova forma che sta assumendo la millenaria italica arte di arrangiarsi. Se vent’anni fa un giovanotto disoccupato e intraprendente si dedicava ai lavori artigianali e s’inventava idraulico, oggi inventa un’App e prova a lanciare una start-up. E poi, come spesso accade in materia statistica, sarebbe bello se Eurostat incrociasse i dati sui lavoratori autonomi con quelli del loro reddito, per capire quanti di essi sono “autonomi di necessità” e quanti “d’elezione”. Quanti, insomma, non hanno trovato di meglio da fare e quanti hanno scelto di non avere padroni. C’è una bella differenza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori