LEGGE FORNERO/ Il “dilemma pensioni” ignorato da tutti i partiti

- Sergio Luciano

Il centrodestra sembra intenzionato ad abolire la Legge Fornero. Ma è un altro il problema delle pensioni che andrebbe affrontato, spiega SERGIO LUCIANO

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L’idea di abolire la legge Fornero e cancellare i suoi effetti è una bugia elettoralistica. Com’è possibile allora affermarlo in termini così perentori, dando dei bugiardi sia a Silvio Berlusconi che a Matteo Salvini e Giorgia Meloni? È possibilissimo. Basta dare un’occhiata ai calcoli della Ragioneria generale dello Stato (ministero dell’Economia): è roba forte, che non dovrebbe sfuggire alle “teste d’uovo” del centrodestra. Secondo questi calcoli, i risparmi resi possibili dalla legge Fornero, dal 2012 (anno di entrata in vigore) al 2060, sono di circa 350 miliardi di euro a valori correnti, pari a complessivi 21 punti di Pil. Diviso 48 (non ha senso farlo, ma è per rendere l’idea) si tratta di oltre 7 miliardi di euro all’anno. E come si farebbe, secondo lorsignori, a revocare una simile mole di risparmi?

Ricordiamoci una cosa: il governo Monti verrà ricordato essenzialmente per la legge Fornero, l’unica parte delle raccomandazioni europee spedite nell’estate del 2011 dalla Commissione europea a Roma a essere stata “eseguita”. Qualcuno, giustamente, ricorderà anche alcune misure epocali – da quelle sulle start-up a quella sui Pir – volute dall’allora ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, ma quella era la parte bella della storia, che oggi non macina più. L’unica ragione per la quale l’algido Monti riuscì sia pure male e lentamente a compiere la missione che gli era stata affidata, e cioè chiudere il famoso spread tra il rendimento dei titoli di Stato italiani e quelli tedeschi, è che fece la riforma Fornero.

Che sarebbe stata una riforma travagliata lo si capì sin dalla grottesca conferenza stampa nella quale la ministro del Lavoro Elsa Fornero – peraltro brava persona e brava economista – fu però così stressata dal contesto da scoppiare in lacrime, balbettando poi una spiegazione in cui evocava il suo povero papà. Figuriamoci: la stragrande maggioranza degli italiani, che non aveva minimamente capito quale batosta stava per calarsi sulle sue spalle, vedendo la ministra in lacrime, capì.

Addentrarsi nella spiegazione del “cosa cambierebbe” e di “quanto ci costerebbe” l’abolizione della Fornero è roba da sadici esperti d’algebra previdenziale. Per dare qualche dato essenziale basti pensare che la riforma realizza un taglio della spesa per le pensioni in rapporto al Pil che prosegue per ben tre decenni, dal 2012 in poi. Nel 2020 il solo effetto della Fornero si calcola possa incidere l’1,4% del Pil, il che significherebbe, se il prodotto restasse invariato, circa 22 miliardi. In un solo anno. Ne facciamo a meno? Ci mettiamo a stampare banconote false, alla faccia della Bce?

La gente comune, che giustamente non si occupa di politica previdenziale, non sa – oltretutto – che la riforma Fornero inasprì ma non inventò una serie di innovazioni normative che erano state introdotte nel 2010 dalla precedente riforma, quella fatta da Roberto Maroni e Maurizio Sacconi, ministro e sottosegretario del centrodestra. Sembra un paradosso, ma è così. Dal primo gennaio 2012, la riforma Fornero “estende il calcolo contributivo pro-rata sui versamenti all’Inps” a tutti i lavoratori che fino a quel momento avevano potuto conservare il vantaggioso calcolo retributivo. È chiara la differenza? 

La pensione si ha col sistema contributivo quando si incassa un assegno proporzionato all’entità totale dei contributi versati nel corso della vita attiva, anche se rapportati all’attesa di vita, per evitare il rischio che lo Stato paghi al pensionato longevo più soldi di quanti ne abbia in precedenza da lui incassati. Il metodo retributivo si ha quando si intasca una pensione pari alla media degli stipendi degli ultimi anni di lavoro, e quindi sono pensioni più alte, non coperte dai contributi versati. Ecco: questo tipo di pensioni, con la Fornero è stato cancellato e – checché ne possa dire chiunque – non verrà mai più ripristinato. È finita la pacchia! Se per assurdo la riforma Fornero fosse revocata, la quantità di italiani che si avvanteggerebbero del ripristino del vecchio regime retributivo sarebbe minima, perché il grosso di essi l’aveva già perso tra il ’95 e il ’98 per la riforma Dini. Dunque, fumo negli occhi.

La Fornero ha però anche introdotto un nuovo regime delle quote, ossia di quel numerino che rappresenta la somma tra l’età anagrafica e l’anzianità lavorativa che determina il diritto ad andare in pensione d’anzianità. Prima della Fornero per andare in pensione di anzianità nel 2018 sarebbero bastati 97,6 anni. Per dire: 41 anni di servizio e 56 e mezzo di età. Dopo la Fornero per andare in pensione anticipata servono 42 anni e 10 mesi di contributi (per le donne uno in meno), che dal 2019 saliranno a 43 anni e tre mesi. La querelle potrebbe continuare, ma credeteci: appena eletto, qualunque governo di qualunque coalizione comincerà a girarsi dall’altra parte se e quando qualche elettore gli chiederà conto delle promesse sulla previdenza.

Il guaio è un altro, e non è solo italiano. Il guaio è che con i nuovi calcoli basati sul sistema contributivo (tanto hai versato, tanto prendi) si guadagna troppo poco. Si approssima uno scenario da incubo nel quale gli anziani diventano un peso, per le loro famiglie, da quelle risorse che sono oggi. Secondo Stefano Scarpetta, Direttore del dipartimento occupazione, lavori e affari sociali dell’Ocse?, intervistato dall’Agi pochi giorni fa, il vero punto debole della riforma Fornero è che, se ha messo i conti in sicurezza, ha posto le premesse per un grave problema di inadeguatezza delle pensioni: “Il vero problema a mio avviso non è solo quello della sostenibilità finanziaria – spiega – ma quello dell’adeguatezza del montante pensionistico. Per diversi motivi, inclusi i periodi di disoccupazione e di inattività, in molti si ritroveranno ad avere un montante pensionistico e quindi una pensione decisamente bassa. I dati che abbiamo a disposizione ci danno un’immagine abbastanza preoccupante, perché anche le generazioni più recenti hanno perso diversi anni contributivi e il sistema previdenziale italiano, una volta a regime, per ogni anno perso, comporterà un livello più basso di pensioni. Dunque, al di là della sostenibilità del sistema, su cui occorrerà sempre tenere un occhio molto vigile, c’è un campo altrettanto importante da verificare che è quello dell’adeguatezza delle pensioni”.

Ecco: lavorare fino a settant’anni e ritrovarsi una pensione da fame. Questo è il vero rischio. Su cui manca totalmente un pensiero politico completo e sincero, che manca del resto su tutta la questione sociale: come sostenere gli anziani e come far lavorare i giovani. Cioè: manca un pensiero politico tout-court, e non solo nel centrodestra.

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