CANCELLAZIONE LEGGE FORNERO/ L’errore del centrodestra non è solo nei numeri

- Mario Cardarelli

Dopo il vertice di Arcore, il centrodestra ha deciso di inserire la cancellazione della Legge Fornero nel suo programma di Governo. Un errore pericoloso, spiega MARIO CARDARELLI

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Elsa Fornero (Lapresse)

Cancellare la Legge Fornero? Che grave ingiustizia! Che lo chieda Salvini, già attivo anni addietro con il referendum ad hoc che fu bocciato dalla Consulta, che lo avessero chiesto i 5 Stelle che avevano lanciato un Forum ad hoc, appoggiato il Referendum mai effettuato per poi ripiegare alla tattica degli emendamenti nelle Commissioni, o che lo arrivi a chiedere pure Renzi per sostenere il confronto politico elettorale (ma sono sicuro che non lo farà, nonostante la scivolata sui 67 anni), la sostanza non cambia. Farne un perno della campagna elettorale del centrodestra è un’ingiustizia verso i lavoratori e verso il Paese.

Rendere il sistema pensionistico sostenibile nel futuro, senza l’impianto della legge del 2011 (che tante pecche include, ma un principio corretto di svolta e consolidamento della tematica possiede, rispetto al passato) non solo è una presa in giro della realtà dei conti, ma è soprattutto un’illusione velenosa, come un’allucinazione da cicuta. Questo è anche il senso delle parole del presidente Mattarella che ha richiamato al «dovere» di proposte «realistiche e concrete», in grado di rispondere con adeguatezza alla «dimensione» dei problemi del Paese.

Dice correttamente sul Messaggero Antonio Taiani, storico compagno di liceo, ai tempi del Tasso e dell’Albertelli negli anni ’70 che la “Fornero” non è intoccabile, ma per farlo nella direzione scelta bisogna ragionare sulle coperture. È vero che le vite umane non si possono consumare sui numeri che fanno i bilanci e che servono per prendere misure e provvedimenti. Ma è altrettanto vero che quegli stessi numeri devono garantire equilibri, oltreché descrivere fenomeni di dinamica sociale. 

Andiamo a vedere queste coperture. La legge nel suo impianto complessivo a regime viene valutata, anche a livello internazionale, tale da mettere in sicurezza tra i 110 e i 130 miliardi di euro. È chiaro che con una dimensione siffatta il ragionamento furbesco è: ma se togliamo qualche miliarduccio di là e qualche miliardino di qua per arrivare flat a garantire un sistema dove le pensione stiano sul minimo di 1.000 euro, si possano prendere a partire da 60 anni e se proprio vogliamo essere duri poniamo la soglia a quota 97, lasciandoci quota 100 come obiettivo cattivo se scricchiolasse qualcosa. Peccato che in termini di contabilità di Stato, così come in termini prospettici, le cose non “stanno proprio bene assettate” (come dicono a Napoli) se si gioca sulle partite di giro o se si gioca col togli qua e dai là come piace con le pensioni d’oro ai 5 Stelle.

Per carità, fui il primo a sostenere, scrivendole, prima che la prof. Fornero diventasse formalmente ministro, di procedere con gradualità all’introduzione della riforma, capovolgendo la piramide per ragioni di equità, fissando una tassazione ad hoc per le pensioni d’oro, tale da poter recuperare parte delle risorse necessarie all’adeguamento delle stesse minime. Ma tutto, ripeto tutto, avrebbe dovuto svolgersi con un approccio complessivo misurato e soggetto a verifiche di stato d’avanzamento nel biennio successivo all’adozione.

La legge Fornero può essere riformata e può essere, nei suoi principi di riferimento, ben adattata a un ciclo di studio, vita e lavoro, l’unico che può dare una compatibilità rivisitata tra le varie componenti che sono le tappe fondamentali della vita di un individuo. Si tratta di componenti che hanno già poste a carico e che “illuminate” per fonte, funzione e obiettivo possono ben dirci dove quando e perché metterci mano. Del genere: se so ciò che ho a casa e a cosa serve, quando devo fare riassetto e spesa necessaria, so che i “miei ” numeri non solo sono “buoni numeri” nei termini intesi da Istat (altro che indicatori di felicità), ma sono numeri che non ballano al buio. Basti pensare a cosa ha dichiarato Boeri: delle 440 prestazioni erogate, solo 150 sono previdenziali. Di tutto questo l’Ocse fa il pari e segna tutto a previdenza, con relativo peso su Pil, con quei rimproveri sbagliati che supportano all’incontrario i demagoghi.

Pertanto non saprei cosa farne, come elettore, di questi leader ignoranti che invece di protestare con l’Ocse seriamente cercano di vincere come bari a un tavolo di gioco dove le fiches non possono fabbricarle loro e dove chi le distribuisce è quel croupier/cassiere che quei stessi leader vorrebbero eliminare. Ma purtroppo le regole del gioco e il valore delle fiches si svalutano e si perde ruolo nel darle, proprio quando i competitors alla guida aprono bocca e straparlano a dismisura.

Arruolatemi quindi con Cazzola, Giavazzi, Alesina, Boeri e quant’altri, che pur avendo posizioni distanti, anche molto, dalle mie, stavolta mi fanno buona compagnia… tanto fino a 67 anni…



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