UNIVERSITÀ & LAVORO/ Verona (Rettore Bocconi): ecco i segreti del nostro successo

L’Università Bocconi è tra le più rinomate a livello internazionale e ha anche buoni rapporti con le aziende. Il Rettore GIANMARIO VERONA ci spiega i segreti di questo successo

21.10.2018 - int. Gianmario Verona
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Gianmario Verona (Lapresse)

L’Università Bocconi scala i vertici delle classifiche internazionali: l’ultima edizione del ranking del Financial Times l’ha vista al sesto posto al mondo tra i master of science in management, mentre il QS World University Ranking, nel segmento Social Science e Management, l’ha indicata all’undicesimo posto a livello mondiale e al quarto a livello europeo. Sulla scia di questi meritati riconoscimenti, abbiamo intervistato il Professor Gianmario Verona, Rettore dell’Università, nonché promotore e primo sostenitore di questo costante percorso volto all’eccellenza.

A cos’è dovuto il successo della Bocconi?

All’impegno e all’investimento di anni su tre fronti: quello degli studenti, quello delle relazioni con le aziende e le istituzioni che poi li impiegheranno e quello dello sviluppo del capitale umano della faculty. Sul primo fronte, puntiamo su un meccanismo di selezione degli studenti, anche stranieri (sono ormai il 17% del totale), che faccia emergere i migliori talenti e che permetta loro di esprimere le proprie capacità al meglio indipendentemente dalle condizioni economiche di partenza. A questo proposito, quest’ultimo anno abbiamo registrato un tasso di selezione di 1 su 4 nei nostri corsi biennali e nel 2017 abbiamo destinato oltre 27 milioni di euro in borse di studio e agevolazioni. 

Per quanto riguarda invece gli altri fronti?

La collaborazione con il mondo del lavoro è sempre più stretta e diversificata. Non solo con le aziende più importanti di tutti i settori, ma con le più grandi istituzioni, sia pubbliche che private. Oggi siamo costantemente in contatto con più di 600 employer nel mondo. Sul fronte della faculty, infine, continuiamo a investire per portare i migliori ricercatori in Bocconi (nel 2018 sono entrati 22 nuovi colleghi, di cui 16 stranieri) e lavoriamo attraverso il nostro laboratorio Built (Bocconi University Innovations in Learning and Teaching) per migliorare costantemente la nostra didattica. Questi due elementi, la valorizzazione della ricerca e della didattica, sono due dei più importanti contributi che l’Università può portare alla causa dell’avanzamento sociale e della conoscenza.

Come sarà il docente del futuro?

Per gli studenti della mia generazione, l’accesso alla conoscenza si fondava sull’insegnamento del docente, interlocutore prioritario rispetto a libri e manuali a volte molto complessi. Oggi, grazie alla tecnologia, gli studenti hanno un accesso infinito alla conoscenza, sia dal punto di vista delle fonti, sia dal punto di vista degli interlocutori. Di conseguenza, la fase di apprendimento in aula assume un significato completamente diverso: non è più il momento unico di trasmissione del sapere, bensì quello dell’approfondimento. Un deep dive che spieghi gli argomenti particolarmente ostici. È proprio perché hanno un accesso infinito alla conoscenza che oggi i ragazzi hanno bisogno di qualcuno che dia loro la rotta. Che dica loro in che direzione guardare. Per questo mi piace usare la metafora del personal coach.

Su cosa bisogna puntare per creare innovazione?

A livello universitario, su tutto ciò che consenta di liberare la creatività. L’innovazione ha a che fare con il futuro, è sinonimo di distruzione creativa più che di continuità. Ma l’Italia condivide con altri paesi europei un contesto molto rigido che di certo non aiuta a liberare l’innovazione. Inoltre, sebbene fortunatamente molte grandi aziende lo abbiano già compreso, sono convinto che sia ancora molto sottovalutato l’aspetto del disegno istituzionale come punto di partenza per generare innovazione: chi riesce a creare un disegno istituzionale coerente che riesca a far sprigionare questa complessità e questa creatività, viene premiato. In questo momento storico pensiamo tutti alla Silicon Valley come la Firenze del Rinascimento, proprio perché la California è riuscita, grazie anche all’attenzione istituzionale, a creare un ecosistema che nessuno è riuscito a replicare altrove nel mondo, infondendo una cultura fortemente legata al tema dell’innovazione. Anche la Cina sta emergendo con idee interessanti da questo punto di vista e Milano, nel suo piccolo, sta dimostrando di avere una visione istituzionale estremamente competitiva, efficace e vibrante.

(Luca Brambilla)

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