LAVORO E POLITICA/ Dal Decreto Poletti al Rei, ecco gli errori del centrosinistra

Se a livello di numeri di contratti le cose non vanno male per l’Italia, è il livello delle mansioni a mostrare i fallimenti del centrosinistra sul fronte del lavoro

12.12.2018 - Francesco Giubileo
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Giuliano Poletti (Lapresse)

Il mercato del lavoro non sta andando male. Come vediamo nella tabella più in basso, il numero di “avviati” al lavoro è cresciuto, in tutte le tipologie contrattuali, e si registra un incremento di 30mila contratti a tempo indeterminato rispetto al 2017: merito del Decreto dignità? Improbabile, come in passato non era merito del Jobs Act l’incremento occupazionale. In letteratura non è mai emersa una relazione chiara, ne è una conferma lo studio dell’Ufficio di Valutazione Impatto del Senato (La flessibilità del mercato del lavoro aumenta l’occupazione?), dove il nesso tra introduzione della flessibilità, riduzione della protezione del posto di lavoro e conseguente incremento occupazionale non presenta evidenze risolutive (al massimo si crea maggiore mobilità in entrata e in uscita); non solo, gli studi che hanno dato origine alle deregolamentazione, fatti negli anni novanta dall’Ocse, oggi sappiamo che in buona parte erano piuttosto approssimativi (in sintesi una “boiata pazzesca”, statisticamente parlando).

Il vero problema non è il “numero” più o meno alto dei contratti di lavoro avviati, ma le mansioni svolte. Infatti, osservando le qualifiche professionali dalla lettura delle Comunicazioni obbligatorie (sebbene tali fonti non forniscano una sguardo complessivo del mercato del lavoro), emerge come nella maggior parte dei casi si tratta di lavoro a bassa, bassissima qualifica (facchini/addetti alla logistica, camerieri, addetti alla pulizia, badanti/colf, operai generici, commessi al dettaglio e all’ingrosso, ecc.). Mansioni che spesso non richiedono “competenze elevate” oppure in alcuni casi non è chiaro se la formazione richiesta sia per l’acquisizione di una nuova competenza o una forma di business per lo stesso ente formativo che la propone.

Da qui partono le mie considerazioni volte a evidenziare come delle “buone” intenzioni nella loro fase di attuazione si siano trasformate in qualcosa di drasticamente sbagliato, rivelandosi la principale causa della perdita di consenso del centrosinistra. Il grande progetto “renziano” consisteva nel rendere flessibile il mercato del lavoro, creare un modello esteso di tutela contro la disoccupazione (Aspi allargata) e riformare le politiche attive del lavoro (il famoso modello svedese di riorganizzazione dei Centri per l’impiego, annunciato da Renzi nelle primarie del 2013).

Purtroppo, l’applicazione del progetto “renziano” del lavoro è stato un disastro: partito con il Decreto Poletti (oggi modificato dal Decreto Dignità), che introduceva il contratto a tempo determinato più atipico (tre anni di durata, senza causale) nell’intero contesto europeo, è passato a smantellare l’Articolo 18 (creando una frattura insanabile tra il Partito Democratico e i principali sindacati italiani, oltre ad aver favorito un’uscita di massa degli iscritti) e ha poi creato una delle peggiori riforme che si potesse fare sulle politiche attive del lavoro per il duplice effetto della disastrosa riforma delle province (la Riforma Delrio) e la mancata assegnazione di risorse per la ristrutturazione dei Centri per l’impiego; infine, ha introdotto il Reddito di inclusione (Rei) solo alla fine del mandato politico, per una platea piuttosto ristretta di persone. Insomma, quanto realizzato da Renzi è stata la più rilevante riforma “liberale” in Italia, trasformando aspetti e tematiche mai toccate (ma spesso desiderate) dai precedenti governi di centrodestra.

Ovviamente non vanno certo dimenticati tutta una serie di altri strumenti realizzati dal Governo di centrosinistra come: gli 80 euro (sempre per i lavoratori subordinati); la riforma del sistema forfettario per le Partite Iva; gli incentivi per il welfare aziendale; gli sforzi per favorire gli investimenti nelle imprese attraverso il “super-ammortamento”; oppure i tentativi di rafforzare l’apprendistato di I e III livello. Tutti strumenti certamente condivisibili, peccato fossero rivolti in gran parte al mercato del lavoro dinamico del Nord-Italia (in sintesi al Sud di tutto quello che è stato fatto non è arrivato quasi nulla e se l’occupazione in questi anni è aumentata, probabilmente è per effetto di un incremento del turismo legato alla crisi del Maghreb).

Il paradosso è che al Nord, nonostante gli “sforzi” sia del Governo Renzi che Gentiloni, le riforme risultano secondarie rispetto alle tematiche di integrazioni con la popolazione migrante (indipendentemente che si tratti di comunitari, extracomunitari, regolari o clandestini), considerata come una delle priorità principali nel contesto settentrionale. In questo caso tocchiamo un tema delicato, ma che va affrontato almeno sul versante occupazionale.

La visione polarizzata vede da una parte i migranti come risorse fondamentali per un mercato complementare e dall’altra invece come competitor a basso costo; sono due estremi che purtroppo risultano entrambi veri. Infatti, l’occupazione dei migranti (nel gruppo si intende sia extracomunitari che comunitari dei paesi dell’Est) è per alcune mansioni un’attività complementare (aggiungerei fondamentale), come nel caso di operai agricoli e “badanti”, mentre nel caso degli operai generici o degli addetti alla logistica si tratta invece di attività competitive (soprattutto nei confronti degli over 45 italiani a bassa istruzione), in cui lo straniero si offre al mercato a salari più bassi ed è ovviamente più ricattabile in termini di mancanza di rispetto del contratto nazionale, così come delle norme in materia di sicurezza del lavoro.

Pertanto, a seconda delle mansioni svolte, il rapporto con lo straniero si presenta come “complementare” o “competitivo” rispetto ai lavoratori italiani. Quello “competitivo” (anche nelle professioni intellettuali) è destinato inevitabilmente a crescere con le nuove generazioni e questa rappresenta una delle più rilevanti sfide per il nostro Paese, soprattutto se si vuole passare dal tema dell’integrazione a quello di inclusione della popolazione migrante. Tutto questo sarà possibile solo se l’Italia si attrezzerà, almeno nei confronti dei cittadini extracomunitari, con misure che agevolino l’ingresso attraverso la riapertura delle quote d’ingresso e la costruzione di un adeguato meccanismo della “prova dei mezzi” da parte di coloro che intendono lavorare nel nostro Paese (ad esempio il possedere competenze tecniche parametrate con le principali professioni stimate dal rapporto Excelsior e accompagnare tali competenze con un’adeguata conoscenza della lingua italiana).

La riapertura o in alcuni casi la liberalizzazione delle “quote” potrebbe rappresentare una “arma” negoziale per favorire i rimpatri, almeno di coloro che hanno commesso reati penali nel nostro Paese, mentre resto abbastanza scettico che a breve tempo possa esserci un’alternava a una “sanatoria” di tutti quei soggetti presenti in Italia che al momento risultano senza diritti, dei “fantasmi” in una pentola a pressione che rischia di esplodere.

Infine, in tema di politiche del lavoro è necessario guardare avanti, le nuove sfide riguardano: le nuovi mansioni digitali (come tutto ciò che arriverà con l’e-commerce); la realizzazione di una piattaforma pubblica per l’incontro domanda e offerta di lavoro; così come una controproposta accettabile per le partite Iva rispetto a quella prevista dall’attuale Governo, ad esempio riducendo il peso degli “acconti” che rappresentano per i lavoratori autonomi una vera “piaga” sociale.

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