RIFORMA PENSIONI/ E reddito di cittadinanza: il trucco del Black Friday

Ancora manca un testo relativo a riforma delle pensioni con Quota 100 e reddito di cittadinanza. E non è chiaro se e quanto saranno tradite le promesse

18.12.2018 - Giuliano Cazzola
Salvini in piazza
Matteo Salvini (Lapresse)

Mentre regna sovrana la confusione sulla Legge di bilancio, tanto nei saldi quanto nei contenuti, i media, soprattutto quelli televisivi, gli stessi che hanno costruito e diffuso in questi mesi ore di trasmissione impostati sul “sentito dire”, perché sui capisaldi della manovra (pensioni e reddito di cittadinanza) finora si sono dette soltanto “parole, parole e parole”, si accaniscono sul “tradimento” delle promesse elettorali e programmatiche – da parte del Governo giallo-verde – nei confronti degli elettori. A me questa linea comunicativa (cara anche alle opposizioni) pare singolare e sbagliata per almeno tre motivi, due di carattere generale, e uno personale.

Quanto al primo, credo che vada apprezzato che l’Unione europea abbia non solo fornito la prova di “esistenza in vita”, ma abbia smascherato davanti agli italiani l’inconsistenza degli “uomini forti” che li governano, da vere e proprie tigri di cartone (messe lì come l’effige del ministro Danilo Toninelli al Congresso degli edili della Cgil). Il secondo motivo ci conduce a un’elementare considerazione, la solita: quella della riduzione del danno. “Questi qui” hanno combinato tanti guai con le sole dichiarazioni truculenti sparse in giro per l’Europa e il mondo alla stregua del Ddt, che se ce ne risparmiassero qualcuno di ancora più grave, al momento di passare dalle parole ai fatti, non potremmo che essere un po’ rasserenati. Infine, a me – ecco la valutazione di carattere personale – delle preoccupazioni, delle delusioni e dei mal di pancia dei militanti e degli elettori giallo-verdi non interessa un fico secco. Hanno voluto la bicicletta? Si consolino a pedalare. E il traguardo è ancora lontano, nonostante le promesse menzognere che ancora sono propinate.

Confesso di non essere estraneo a una punta di malcelata cattiveria quando mi accorgo che il “popolo” continua a osannare coloro che lo imbrogliano. Se non provassi nei confronti dell’elettorato giallo-verde un rancore sordo e implacabile (in fondo sono loro i responsabili di questa situazione del Paese), mi piacerebbe ragionare pacatamente, con qualche rappresentante del “cambiamento”, su di un’affermazione di Giggino Di Maio nel corso del Forum organizzato da Il Fatto Quotidiano (segnalo, in proposito, anche il commento di Luciano Capone su Il Foglio). “A settembre ci siamo visti con Conte, Tria e Salvini, credo nella sera della festa sul balcone. E lì abbiamo fatto l’elenco delle misure fondamentali in modo molto naturale. E il conto finale – racconta il vice premier superministro – portava ad una manovra del 2,4%. Ma non avevamo ancora le relazioni tecniche. E abbiamo previsto più soldi del necessario”.

Facciamo insieme l’esegesi del testo: 1) questi (ir)responsabili hanno calcolato un deficit del 2,4% usando il pallottoliere; 2) hanno difeso per settimane questo “numeretto” fino a inserirlo – come saldo – nel ddl di bilancio poi approvato dalla Camera; 3) l’insistenza sul 2,4% – come saldo irrinunciabile e prova della riconquistata sovranità – ha determinato l’evaporazione di decine di migliaia di miliardi di capitalizzazione, la fuga degli investitori e il rischio dell’apertura di una procedura di inflazione da parte dell’Ue in un contesto di totale isolamento dell’Italia. Adesso vogliono farci credere che tutto questo cataclisma è stato causato da un errore di calcolo. Ma si può, caro elettore pentastellato? “Xe pèso el tacòn del buso”, direbbero i veneti. Sarebbe molto più grave – se fosse vera – la giustificazione del danno. Invece, Di Maio continua a mentire: nonostante il taglio di 7 miliardi del “tesoretto” di 16 miliardi stanziati nei due fondi di cui all’articolo 21, l’errore di previsione consente di realizzare i medesimi obiettivi e accontentare le stesse platee nei casi di quota 100 e del reddito di cittadinanza.

Insomma, per l’Italia è arrivato il Black Friday: si acquista tutto a prezzi scontati. Allora, sapremo finalmente – una volta corretto l’errore – quali saranno le nuove regole attraverso gli emendamenti al testo all’esame del Senato? No. La Legge di bilancio conterrà soltanto il “giusto castigo” per le pensioni d’oro (attraverso il ricalcolo o un contributo di solidarietà?); per quanto riguarda, invece, quota 100 e il reddito di cittadinanza si provvederà per decreto legge dopo il varo della manovra. Eppure, Di Maio e Salvini garantiscono che gli articolati sono pronti, tanto che i loro giannizzeri vanno in tv a spiegarne i contenuti. Tutto, finora, per tradizione orale, perché non è dato vedere uno straccio di scritto; neppure un appunto a matita.

Dove sta il problema? È ancora lo stesso che ha condotto il Governo a inserire, nel ddl di bilancio, degli stanziamenti senza alcuna indicazione normativa. Nel momento in cui gli articoli sono messi nero su bianco, la Ragioneria dello Stato e l’Inps hanno il compito di sottoporli alla “prova finestra” delle coperture. E quindi il Governo deve mettere le carte in tavola, indicando i percorsi dei nuovi istituti; di conseguenza, verranno allo scoperto i requisiti richiesti e le platee interessate. Ciò in maniera compatibile con le risorse stanziate allo scopo di ottenere l’agognata e indispensabile “bollinatura”. È in questo momento che le promesse si dilegueranno come la notte nella romanza “Nessun dorma” della Turandot che ha accompagnato, in piazza del Popolo, lo show di Matteo Salvini.

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