IL CASO/ Lavoro e realtà, una grande scoperta grazie a un permesso aziendale

Con la contrattazione di secondo livello è possibile anche dedicarsi al volontariato attivo. E si possono fare scoperte davvero utili

23.12.2018 - Gian Luca Barbero
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In numerose occasioni, la contrattazione di secondo livello, che ha interessato diversi rinnovi contrattuali nel corso del 2018, ha visto crescere la diffusione di prestazioni legate allo sviluppo del welfare aziendale, o della conciliazione dei tempi vita-lavoro, rappresentata generalmente dalla tutela di esigenze familiari, ma non solo.

Grazie alle agevolazioni fiscali introdotte dalle Leggi di bilancio degli ultimi anni sono state negoziate forme di supporto economico non nella forma di aumenti diretti in busta paga, troppo onerosi per imprese e lavoratori. Ne è un esempio palese la destinazione di premi di produttività alla formazione di “conti sociali”, a cui attingere per far fronte a spese legate all’educazione dei figli, all’assistenza di persone anziane o malate, alla cultura; oppure alla previdenza complementare o all’assistenza sanitaria: nel 2017 la previsione di rimborso delle spese contenuta in diversi contratti aziendali ha fatto lievitare la produzione di polizze sanitarie del 101%, pari a 240 milioni di euro in termini di raccolta di nuovi premi.

Un altro aspetto di importanza enorme, che rientra nell’ambito della conciliazione dei tempi vita-lavoro, è dato dalla condivisione all’interno della collettività aziendale di permessi speciali da utilizzare, oltreché a supporto di chi per situazioni familiari particolari non dispone più di giorni di ferie, anche per iniziative di volontariato attivo. Qui, a mio avviso, si registra un salto di qualità decisivo rispetto al passato. Non si tratta più di destinare centralmente somme a forme di beneficienza, pur meritorie; né di raccogliere passivamente indicazioni dai lavoratori su associazioni ed enti non profit cui dare contributi per sostenere cause considerate importanti (ricerca medica, aiuto allo studio, scuole di infanzia, ecc.). Si tratta di consentire ai propri dipendenti di recarsi presso opere sociali o educative selezionate, nelle quali prestare la propria attività per un’intera giornata lavorativa. Ci sono molte buone ragioni per aderire, tra cui anche il semplice altruismo – perché no? -, fare qualcosa per gli altri, che forse è uno dei modi più semplici per alzare lo sguardo dal proprio ombelico (cosa di cui oggi abbiamo un gran bisogno!); molto spesso è la volontà di fare qualcosa di diverso dal solito, cosa comprensibilissima per chi lavora in ufficio, occupandosi di pratiche amministrative, spesso burocratiche, universalmente dette “carte”.

Personalmente, aderendo a una di queste iniziative presso un ente che distribuisce cibo ai poveri ho potuto constatare due aspetti particolari. Innanzitutto, si viene, per così dire, contestati nelle idee con cui ci si approccia alle cose. Se dico “povero”, ad esempio, l’immagine abituale corre ai numerosi senza tetto, che popolano i quartieri delle città e davanti ai quali passiamo indisturbati, come se fossero un fattore normale della strada su cui stiamo camminando. Oppure vengono in mente i migranti, che approdano alle nostre coste per poi essere distribuiti sul territorio nazionale, dove si può scoprire un laureato in fisica dietro le spoglie di un mendicante (perché lui e non io?). Io però sono rimasto di sasso nel vedere molti giovani che, aprendo lo zaino per ricevere il cibo, lasciavano intravedere diverse copie di curriculum da distribuire, in cerca di lavoro; ciò mi ha ferito non poco e ha spazzato via in un attimo tutto quanto pensavo in materia di povertà e lavoro!

C’è un secondo aspetto di importanza non secondaria. All’iniziativa ho partecipato con altri colleghi che come me hanno aderito e che io non conoscevo, come capita lavorando in una grande azienda. Sul posto, poi, non c’è stato nemmeno tempo per andare al di là dei semplici convenevoli. Eppure, lavorando, distribuendo il cibo alla mattina e preparando i pacchi per il giorno dopo al pomeriggio, si è creato subito un forte senso di squadra, tanto che uno arrivava quando l’altro aveva bisogno, senza particolari interventi del personale direttivo della struttura. È tanto sorprendente quanto semplice: quando lo scopo è non solo chiaro, ma anche sentito con pathos, coinvolgente, non c’è bisogno di troppe tecniche o artifici organizzativi: senza nulla togliere a questi ultimi, mi sembra un suggerimento importante per pensare a nuovi sistemi di organizzazione aziendale, di piccole, medie o grandi dimensioni.

Utopico? Forse. Ma quanto detto dal Papa in un’intervista pubblicata lo scorso settembre su Il Sole 24 Ore incoraggia: “Manca la coscienza di un’origine comune, di un’appartenenza a una radice comune di umanità e di un futuro da costruire insieme. Questa consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita. Un’etica amica della persona tende al superamento della distinzione rigida tra realtà votate al guadagno e quelle improntate non all’esclusivo meccanismo dei profitti, lasciando un ampio spazio ad attività che costituiscono il c.d. terzo settore. Esse, senza nulla togliere all’importanza e all’utilità economica e sociale delle forme storiche e consolidate di impresa, fanno evolvere il sistema verso una più chiara e compiuta assunzione delle responsabilità da parte dei soggetti economici. Infatti, è la stessa diversità delle forme istituzionali di impresa a generare un mercato più civile e al tempo stesso più competitivo”.

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