CONTRATTI/ La partita ancora aperta tra Di Maio e i riders

Continua la trattativa, che coinvolge il ministero del Lavoro, per arrivare a definire un contratto per quella tipologia di lavoratori conosciuti come rider

30.12.2018 - Luigi Degan
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Lapresse

In queste giornate di festa ci sono alcuni che consegnano cibo e vino in giro per le città, ma non hanno ancora ricevuto il regalo promesso dal ministro del Lavoro Di Maio: i riders. O, meglio, una bozza di regalo è stata loro presentata, ma pare sia stata considerata “un pacco”. I rider – ossia i ciclofattorini dell’economia digitale – fanno parte del mondo del crowd-working, ossia del lavoro tramite piattaforma in cui un committente chiede l’esecuzione di determinati servizi a una folla indeterminata di lavoratori, crowd, attraverso una piattaforma digitale. La piattaforma digitale è l’intermediario tra lavoratori e committenti-clienti.

Il Ministro Di Maio ha già dato prova di aver un certo fastidio nei confronti del lavoro intermediato, così come nel caso della somministrazione di lavoro dove – intervenendo con il cosiddetto Decreto dignità, e pensando di creare difficoltà agli intermediari legittimati dal suo ministero, ossia le Agenzie per il lavoro – ha danneggiato i lavoratori e, in generale, la salute del mercato del lavoro. Per ironia della sorte il Decreto dignità era stato proposto, secondo le intenzioni dichiarate del Ministro, proprio per venire incontro alle esigenze dei lavoratori della gig economy. La strategia del Ministro cambiò allora, repentinamente, e le norme relative ai riders furono eliminate dal testo del decreto avviando una trattativa per arrivare alla firma di un accordo collettivo.

Nel frattempo, a luglio, si è costituita un’associazione delle imprese di food-delivery che riunisce Foodora, Deliveroo, Glovo, Just Eat, Uber Eats e Social Food. Nello stesso periodo la spagnola Glovo ha acquistato Foodora Italia. E sono state emanate alcune sentenze che hanno affermato che i rider non sono lavoratori subordinati. Dopo alcuni incontri a Roma, l’ultimo dei quali dei primi di novembre, il Governo si era impegnato a redigere una bozza di accordo, da consegnare entro dicembre, che tenesse conto delle diverse proposte emerse ai tavoli.

Da parte imprenditoriale, infatti, sono state presentate tre proposte: una di Assodelivery; una di un gruppo di aziende italiane quali MyMenu, Moovenda, Prestofood, Foodracers, Winelivery; una di Domino’s pizza, benché piuttosto anomala in quanto il modello di business di questa ha poco a che vedere con lavoro tramite piattaforma. Gli argomenti sul tavolo sono quelli tipici per questo tipo di attività: la qualificazione del lavoratore, se subordinato o autonomo, l’ammontare del compenso, l’individuazione del compenso in base al tempo o al numero delle consegne, il riconoscimento di una maggiorazione in caso di lavoro festivo o nei fine settimana, le tutele assicurative, il costo di manutenzione del mezzo di lavoro, e così via.

Alcuni giorni fa, il 13 dicembre, si è appreso che il Ministro ha inviato alle parti una bozza di accordo preventivando la convocazione di un tavolo in breve tempo. L’accordo, presentato in bozza, prevede che si applichi al settore delle piattaforme digitali che si avvalgono di “rapporti di lavoro di tipo non subordinato”. Questo è il punto cardine su cui si gioca la partita tra imprese e lavoratori. Ricordiamo infatti che è la qualificazione del rapporto come subordinato che comporta l’accesso alle tutele massime nei rapporti di lavoro, quali malattia, ferie, permessi, limitazioni allo scioglimento del rapporto, maternità, e così via.

La bozza prevede, tuttavia, una serie di tutele minime anche per questi lavoratori, non subordinati: un compenso minimo, delle maggiorazioni per lavoro notturno o festivo, un limite orario settimanale, il divieto di utilizzare algoritmi, il rimborso forfetario delle spese di manutenzione del mezzo e il diritto alla libertà sindacale. La bozza non ha però incontrato la soddisfazione delle varie associazioni di riders che continuano a chiedere si essere considerati lavoratori subordinati.

La partita rimane quindi aperta, e tutta da giocare, benché le forze in campo siano decisamente impari.

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