DDL CONCRETEZZA/ Non bastano le impronte digitali per migliorare il lavoro nella Pa

Con il ddl concretezza si vuole combattere l’assenteismo con rilevazioni di dati biometrici. Ma questo non basta a migliorare la Pa

09.12.2018 - Luigi Oliveri
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Concretezza, forse, sicuramente senz’anima. Manca il “colpo d’ala”, l’inventiva, lo slancio verso una Pubblica amministrazione “4.0” nel ddl “concretezza”, che appare più una riforma Brunetta “4.0”, che uno slancio reale alla soluzione di bisogni concreti dell’organizzazione pubblica. Del disegno di legge approvato al Senato resterà in memoria prevalentemente la norma sul tema dei “furbetti del cartellino”, che imporrà alle pubbliche amministrazioni di attestare la presenza dei dipendenti non più solo con il badge, ma anche mediante rilevazioni biometriche, delle impronte digitali o delle iridi.

Certo, nessuno nega che un intervento per prevenire il compimento di veri e propri reati, come spiega il Ministro Bongiorno, è opportuno e utile. Introdurre, quindi, sistemi di controllo delle presenze rigorosi, anche a costo di incidere in qualche misura sulla privacy dei dipendenti pubblici, è da apprezzare. I dipendenti pubblici sono al servizio della nazione e se pochi di loro mortificano questa funzione di civil servant comportandosi in modo deplorevole e infedele, facendo apparire di essere presenti mentre sono in altre faccende affaccendati, va accettato l’onere di dimostrare la propria presenza in servizio anche con dati biometrici. Per qualsiasi qualifica, dirigenti compresi.

Detto questo, la “concretezza” che ci si aspetterebbe dalla Funzione pubblica del Governo del cambiamento sarebbe ben altra. L’insistenza sul tema dell’assenteismo – grave – è ormai un refrain ritrito che, peraltro, nel caso di specie non sta nemmeno dando all’attuale inquilina di palazzo Vidoni la visibilità dei fasti di Brunetta o della stessa Madia. Il tema comincia a essere ormai stantio e non solletica più come una volta l’attenzione mediatica.

In effetti, le attenzioni per l’azione del Governo sono ben altre e rivolte a temi di impatto estremamente più rilevanti: lo spread, il braccio di ferro con l’Ue, le possibili sanzioni, gli interventi sugli investimenti pubblici, l’insoddisfazione del mondo imprenditoriale, l’incertezza sulle risorse, se non sulle misure stesse della quota 100 per le pensioni e del reddito di cittadinanza. Una “concretezza” minimale, ridotta alle rilevazioni biometriche dei dipendenti pubblici appare un anello debole del “cambiamento”. Anche perché la legge si innesta in un contesto molto complicato per il lavoro pubblico.

È uscita fuori dal ddl “concretezza”, per confluire nel decreto semplificazione, la normativa che apre la pista alle assunzioni a copertura del 100% del turnover nello Stato. Ma, contestualmente, nell’ambito della manovra 2019 si è esaminata l’ipotesi di pagare il risultato dei dipendenti pubblici con buoni del tesoro pluriennali. C’è da chiedersi come si possa considerare davvero “concretezza” una riforma del pubblico impiego asfittica, legata al solo tema della rilevazione delle presenze, mentre nel contempo continua a mancare, come da anni avviene, qualsiasi slancio per introdurre strumenti reali di valutazione della produttività. Dovrebbe essere chiaro che se è utile e indispensabile essere certi che il dipendente è presente in servizio, altrettanto doveroso è pensare a sistemi che individuino i prodotti da realizzare, i costi necessari, i tempi e i metodi di realizzazione, gli obiettivi da cogliere e le modalità per valutarli. In parole più povere, manca ancora il sistema per sapere esattamente cosa facciano i dipendenti pubblici tra una timbratura e l’altra.

Questa sarebbe la concretezza ormai non più rinunciabile. Ma, se all’assenza permanente di sistemi di valutazione efficienti si aggiungesse davvero la mossa un po’ disperata di compensare il risultato che sarebbe da legare alla valutazione in Btp, dubbi sulla concretezza di alcuni dei capisaldi della pur piccola riforma del pubblico impiego sorgono. Ci sarebbe da chiedersi come possa davvero il Governo riuscire a garantire le assunzioni per coprire i circa 450.000 pensionamenti che vi saranno nel prossimo triennio e coprire le spese per il rinnovo dei contratti del triennio 2019-2021 se si certificasse l’assenza di risorse sufficienti a pagare perfino il risultato (che mediamente, negli enti locali, ad esempio, non va oltre i 1.400 euro annui, attribuiti con faticose procedure, mentre nel privato cifre simili si assegnano senza alcuna fatica mediante la quattordicesima).

Che la concretezza possa affidarsi, come prevede il disegno di legge, a un apposito Nucleo creato presso il ministero della Funzione pubblica, davanti alle lacune e ai problemi operativi, effettivi e potenziali, visti sopra, è professione di fede, che tutti ovviamente auspicano si traduca in realtà. Ma, in effetti, sarebbe estremamente più concreto superare una buona volta i paradigmi alla Brunetta e invece di affidarsi alle parole magiche, come appunto “concretezza” o “performance”, alleggerire i sistemi, investire in tecnologie, eliminare le tante, troppe autorità che intervengono con pareri contraddittori a complicare irrimediabilmente norme già ridondanti e rinunciare a pensare che sia possibile istituire per legge o decreto stati di fatto o d’animo, come la concretezza.

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