SCIOPERO/ Media o disagi contano più delle proteste davanti ai cancelli

- Valerio Boni

Il caso Embraco ha riportato alla ribalta le proteste dei lavoratori in un periodo in cui gli scioperi hanno meno peso e potere di una volta. VALERIO BONI

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Cgil, Cisl e Uil (Lapresse)

500 posti di lavoro a rischio per la decisione di trasferire la produzione di compressori per frigoriferi da Riva di Chieri, in provincia di Torino, alla più economica Slovacchia. Il caso Embraco, azienda brasiliana nell’orbita Whirlpool, è solo l’ultimo in ordine di tempo che coinvolge gruppi di lavoratori alle prese con scelte industriali che tengono conto solo della convenienza, senza alcuna riconoscenza per gli enti locali che in passato hanno favorito e sostenuto finanziariamente a più riprese la permanenza nella zona.

Il presidio degli operai sembra essere la forma di protesta più naturale, quella che arriva da più lontano e che in passato, ai tempi delle tute blu, ha garantito ottimi risultati. Tuttavia più che il classico sciopero, sostenuto in questo caso dalla sponsorizzazione del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, il caso ha tratto più benefici (almeno in termini di effetto sugli italiani) da altre forme di protesta non del tutto innovative, ma comunque meno convenzionali. Come il presidio a Sanremo nei giorni del Festival della canzone, o il ricevimento di una delegazione in Vaticano da Papa Francesco.

L’astensione dal lavoro è una forma di protesta antica e proprio per questo motivo da più parti ci si interroga su quello che sia oggi l’effetto residuo. Le prime testimonianze arrivano dall’antico Egitto e la prima variazione sul tema risale al sesto secolo avanti Cristo, quando Aristofane immaginò una commedia infulcrata sullo sciopero del sesso delle mogli dei soldati impegnati nella guerra del Peloponneso, che si astennero per protesta dall’avere rapporti intimi fino alla fine dei combattimenti.

In tempi più vicini a noi lo sciopero ha rappresentato un’arma molto potente, al punto che per circa mezzo secolo, fino al 1889, è stato addirittura considerato un reato. E come tale è stato trattato anche durante il ventennio fascista. Per arrivare a un completo riconoscimento del diritto di protestare fu necessario attendere la fine della Seconda guerra mondiale e la stesura della Costituzione, che con l’articolo 40 sancisce «il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano».

La quasi totalità dei diritti dei lavoratori (che oggi si stanno progressivamente prosciugando) è figlia delle proteste di massa che hanno fatto leva sullo stop della produzione nelle grandi fabbriche, tuttavia oggi l’efficacia è molto più stemperata. L’allarme arriva nientemeno che dalla Cgil, l’organizzazione sindacale sempre pronta a chiedere ai lavoratori di incrociare le braccia per mostrare i muscoli. Il segretario generale Susanna Camusso ha più volte riconosciuto che oggi «non è più sufficiente evocare lo sciopero generale come unica modalità in cui si determina il conflitto sul tema del lavoro», anche perché in alcuni casi l’astensione dal lavoro può per assurdo non provocare il danno sperato all’azienda, ma portare addirittura vantaggi economici.

È il caso, per esempio dell’editoria. Se i giornalisti di una rivista settimanale in crisi si fermano per tre giorni con l’obiettivo di impedire l’uscita di un numero, loro perderanno sicuramente le ore che non saranno pagate, ma l’editore potrebbe trarre benefici dal salto del numero. Al risparmio sulla retribuzione si aggiungono quelli relativi alla carta non utilizzata e alla stampa non pagata, senza peraltro perdere le entrate derivanti dalla pubblicità, che in linea di massima è travasata sul numero successivo. Il tutto senza particolari effetti sui lettori, che possono sopravvivere una settimana senza il periodico preferito, soprattutto in un’epoca in cui le informazioni arrivano in tempo reale dal web.

Proprio dalla rete arriva l’esempio più creativo di sciopero 2.0 messo in atto nel 2007, nel periodo di massima notorietà di Second Life, il mondo virtuale online lanciato nel 2003, che prevedeva la creazione di avatar e di città parallele a quelle reali, in un ambiente parallelo a quello reale. Mezza giornata di presidio, rigorosamente virtuale, di alcune centinaia di omini digitali di tutto il mondo delle isole Ibm, visibili solo sul monitor di un computer, ha avuto come conseguenza le dimissioni dell’amministratore delegato della filiale italiana (quella reale), che aveva tagliato il premio di produzione a migliaia di dipendenti.

Se un tempo lo sciopero aveva effetto per le conseguenze dirette che portava all’azienda in termini di mancato fatturato, oggi conta l’effetto mediatico, e ancora di più il disagio alla popolazione che può portare. Questo è il motivo per il quale fanno sempre notizia le proteste dei controllori di volo che paralizzano gli aeroporti da quando sono passati da personale militare a civile, e tutte quelle legate al trasporto da quello urbano ai treni, oltre a quelle della sanità, mentre sono meno incisive, per esempio, quelle dei lavoratori Fiat, un tempo protagonisti assoluti, o degli insegnanti.

Bisogna inoltre ricordare che a volte alcune proteste fuori dai confini italiani hanno effetti ben più tangibili sulla nostra vita quotidiana rispetto ad altre nostrane, come quella dei giornalisti Rai che protestano mandando in onda telegiornali senza servizi video e con uno speaker autorizzato dal sindacato. Un esempio arriva dai camionisti francesi, che quando si mobilitano riescono a bloccare non solo le strade transalpine, ma anche le forniture in tutta Europa, con la logistica che entra in crisi in pochi giorni.

Ma chi volesse inventare una formula nuova per vedere riconosciuti i propri diritti, all’interno di quale perimetro si deve muovere? «Bisogna innanzitutto precisare – è il parere di un legale, l’avvocato Goffredo Iacobino di Milano – che è possibile scioperare in tutte le forme che si ritengono opportune, purché queste non incidano sui diritti della società. Bisogna inoltre aggiungere che il picchettaggio “duro” è illegale, è ammesso solo se si consente il passaggio a chi desidera entrare in azienda. Rappresenta reato anche lo sciopero bianco, che prevede l’ingresso con “timbratura” del badge e un’attività lavorativa ridotta o del tutto azzerata». E per quanto riguarda i presidi esterni? «Anche in questo caso il confine è rappresentato dai danni che si possono arrecare all’azienda o all’ordine pubblico. Nulla vieta quindi di montare gazebo, distribuire volantini, esporre manifesti ed effettuare ogni altra attività (anche incatenarsi a una recinzione non è vietato), a patto di non ostacolare le altre attività e non compromettere la sicurezza».

Appurato quindi che incrociare le braccia non serve a nulla se alla mancata retribuzione non corrisponde un adeguato riscontro mediatico, mancano nuove forme di lotta più al passo con i tempi, con un maggiore coinvolgimento del mondo digitale. L’Italia ha sempre avuto la fama di un Paese abitato da un popolo molto fantasioso; non resta che attendere le nuove idee capaci nel 2018 e nell’era delle tecnologie multimediali di mandare in pensione lo sciopero che si svolge ancora esattamente come nell’Ottocento.

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