IL LAVORO SECONDO M5S/ Il ritorno al passato (e allo statalismo)

- Massimo Ferlini

Il candidato alla carica di ministro del Lavoro del Movimento 5 Stelle, Pasquale Tridico, ha esposto le sue ricette per aumentare l’occupazione. Le commenta MASSIMO FERLINI

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Luigi Di Maio (LaPresse)

Per la prima volta, attraverso un post del Professor Pasquale Tridico, il Movimento Cinque Stelle ha reso pubbliche le sue ricette sul lavoro e le politiche di sviluppo per i prossimi anni di governo. Il candidato a ministro del Lavoro M5S indica 5 priorità intorno a cui costruire il percorso di crescita occupazionale. La prima riguarda ovviamente il reddito di cittadinanza. Al di là di come è stato presentato in modo propagandistico durante la campagna elettorale, non è un reddito sicuro per tutti coloro che non lavorano, ma è un “reddito minimo condizionato”. La condizionalità è che chi ne godrà, dovrà seguire percorsi formativi e accettare “una delle prime tre proposte di lavoro, purché eque e vicine al luogo di residenza”. A occuparsi di trovare lavoro al milione di persone che sono previste come beneficiarie della misura saranno i Centri per l’impiego debitamente rafforzati con l’investimento di oltre due miliardi di euro.

La possibilità di destinare a questa misura 19 miliardi di euro è assicurata dall’incremento del Pil determinato dall’assegno stesso. Atteso che, crescendo il denominatore del rapporto debito/Pil, si rimarrebbe nei limiti posti dall’Europa. Nulla si dice rispetto alla situazione esistente e al confronto con i dati della realtà. Due miliardi assicurano 50 mila impiegati in più in Centri per l’impiego che svolgono poco e male il matching domanda e offerta di lavoro. Il tema è rafforzare un sistema di servizi al lavoro che stenta a decollare e deve vedere impegnata tutta la rete di operatori pubblici e privati. Si aggiunga che il reddito di inclusione appena introdotto dal Governo Gentiloni assicura, con quote diverse, la stessa rete di servizi per sostenere le fasce di povertà e fornire servizi di reinserimento lavorativo.

La seconda priorità è relativa a un piano di investimenti che assicurino una crescita della domanda di lavoro. Non vi è una quantificazione, ma si fa riferimento a spostare su questa voce di spesa quanto stanziato per la decontribuzione a favore delle nuove assunzioni. Si precisa però che il 34% di quanto investito dovrà andare al Mezzogiorno in settori ad alto impiego di manodopera. Gli investimenti privati saranno sostenuti dalla creazione di una nuova Banca pubblica di investimento che assicurerà credito a tassi agevolati.

Terzo impegno è l’introduzione del salario minimo orario. Non vi è traccia di sostenere ciò con politiche contrattuali sindacali, ma la si ritiene una misura anti-precarietà e con il compito di sostenere la domanda interna. La quarta proposta è un patto di produttività programmato tra lavoratori, governo e imprese. Il ritorno alla concertazione dovrebbe essere finalizzato a individuare in modo selettivo i settori dove operare tagli al cuneo fiscale per favorire investimenti ad alta produttività “capital intensive” senza diminuzione dell’occupazione del settore. Infine, una brevissima citazione per i rischi che il lavoro può correre di fronte alla robotizzazione dei processi produttivi. La ricetta è semplice quanto antica: diminuzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Si sostiene che così la riorganizzazione produttiva delle imprese sarà a favore di nuova occupazione e non taglierà posti di lavoro.

A supporto delle proposte avanzate vi è un breve excursus storico interessante e che coincide peraltro con la teoria della sinistra, diciamo così estrema. L’Italia ha una situazione di mercato del lavoro debole e un sistema produttivo incapace di risollevarsi dalla crisi certo per le misure di austerità introdotte dai vincoli europei. Queste misure hanno pesato per le scelte degli ultimi anni limitando la possibilità di interventi a carico del debito pubblico e di impossibilità nel ricorrere a svalutazioni. Ma secondo la teoria esposta hanno pesato due fenomeni indotti dalle scelte politiche. Da un lato l’accordo salariale del 1993 (chi si ricordava più del taglio della scala mobile a suo tempo approvato con referendum popolare) che apre una lunghissima stagione di salari stagnanti. A ciò si sono aggiunte le riforme del mercato del lavoro, a partire da quella Treu del 1997 (di cui il Jobs Act sarebbe solo l’ultimo atto) che hanno introdotto le forme di lavoro precarizzato che sono state via via accentuate dagli interventi successivi.

Il combinato disposto delle due politiche nazionali perseguite da tutti i governi, indipendentemente dalla composizione politica, hanno creato una situazione per cui alle imprese non interessava più investire per aumentare la produttività, ma hanno cercato di salvare i margini di profitto agendo solo sulla diminuzione del costo del lavoro. Il risultato di bassa produttività e alta disoccupazione è quindi una scelta operata dai governi nazionali nel corso degli ultimi 25 anni e l’Europa ha poi aggiunto i vincoli alla spesa pubblica che hanno accentuato quanto già creato dalle scelte operate sul sistema produttivo.

A questa analisi corrispondono le ricette prettamente stataliste che sono avanzate come ricette risolutive. Il reddito di cittadinanza verrebbe accompagnato dall’abolizione delle riforme del lavoro per tornare a un mercato bloccato dove chi è dentro è dentro e chi è fuori ci resta, al massimo con un contributo pubblico di mantenimento. Si chiude la fase che ha cercato di rimettere in moto le capacità degli individui e si torna agli uffici di collocamento. Le stesse misure finalizzate alla crescita economica non sarebbero decise dal togliere al mercato lacci e lacciuoli che bloccano lo sviluppo italiano, ma attraverso un sistema concertativo centralizzato che deciderebbe i settori meritevoli di sviluppo.

Le stesse proposte apparentemente favorevoli per il Mezzogiorno ripropongono vecchie ricette. Il nostro Sud ha bisogno di disintermediazione, ha bisogno di libertà per poter esprimere i talenti di cui è ricco. Non uno Stato che si ripropone come unico investitore, ma uno Stato che mobilita forze e risorse economiche per favorire chi vuole fare.

Certo per proporre ciò ci vuole una cultura che metta al centro le persone e ne valorizzi le capacità. Il silenzio sulla necessità di avere un sistema di formazione professionale e un sistema di imprese formative dice invece che la scommessa è a favore di un leviatano, magari onesto, ma contrario alla libertà delle persone e alla loro capacità di intraprendere.

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